Paolo Sorrentino e il troppo passato, per lui e per tutti noi

Il film di Sorrentino “La grazia” offre spunti di riflessione su un argomento che giustamente Guia Soncini ed altri hanno individuato: il passato e la sua memoria. Anzi forse il film è innanzitutto un trattato sulla memoria, perché Paolo Sorrentino ha 55 anni, età alla quale Proust era già morto da quattro anni, e dai cinquantanni in su, tutti cominciamo a  domandarci: «il tempo, il tempo, chi me lo rende?». Come ci ha insegnato la scrittrice statunitense Susan Sontag (Bisognerebbe dare meno valore al ricordare e più al pensare) il passato ci occupa molto, c’ingombra, ci pesa, perchè è tante cose insieme: rimpianto, nostalgia, ricordi, traumi, vergogna, e via dicendo.

Nel film di Sorrentino, il presidente detto “cemento armato” (Toni Servillo) passa le giornate ad interrogarsi sulla moglie morta: lo aveva tradito quarant’anni prima, e lui non sa con chi; sta per terminare il settennato da presidente della repubblica, ha varie incombenze, ma ha il pensiero fisso di non sapere con chi il suo amore l’ha tradito. Situazione simile ad una miniserie del 2024, “Disclaimer”, del grande autore messicano Alfonso Cuaròn, dove il protagonista passava il tempo a straziarsi per aver scoperto che oltre venti anni prima la moglie era stata a letto d’estate con un giovanotto. Anche la vergogna si nutre del senno di poi, non del presente.

Il presidente Mariano De Santis ha poi richiamato (ne scrissi in un libro) la mia convinzione che noi meridionali (come Sorrentino) siamo inguaribili rimuginanti perchè nel passato rinveniamo varie “sliding doors” che non si sono aperte, coincidenze che si sono o non si sono avverate, insomma cerchiamo nel passato le spiegazioni più profonde per quello che siamo diventati o per quelli che siamo oggi. Come se la sfortuna ci perseguitasse o il destino ci avesse segnato e la vita non fosse invece sempre e comunque una concatenazione di cose belle e brutte, o la somma di fortune e sfortune. Tranne eccezioni che ci sono sempre, non è che ciascuno per tutta la vita è sempre e solo Paperino, o solo Gastone. Uno può sentirsi, per indole o predisposizione, un Paperino eternamente sfortunato, ma in genere si alternano aspetti positivi e negativi.

In un’altra serie tv (Succession) dove è presente un padre magnate, Logan Roy, alle prese con le ambizioni dei figli, ad un certo punto la figlia Shiv gli chiede «Non ti piace granché il passato, eh?», e lui dà la seguente risposta secca: «Non è che non mi piaccia, è che ce n’è troppo».

Troppo perché ci sono tanti ricordi, e poi ci mancano tutti quelli che non ci sono più, e infine mentre lo vivevamo non sapevamo quanto fosse una zona sicura. Semplicemente, fino a quando si è giovani, non si pensa affatto alla morte, che invece diventa un pensiero fisso se intervengono malattie o si diventa vecchi. In ogni caso, adesso che gli siamo sopravvissuti, al passato, è : Troppo o non abbastanza? E se avesse ragione Logan Roy, non tanto e non solo perché di passato ce n’è decisamente troppo nelle vite di tutti noi, ma per un altro concetto che aggiunge subito dopo: «Il futuro è concreto, il passato è tutto invenzione». Una frase che può essere interpretata ma che per me ha un significato ovvio: mentre il passato non puoi più cambiarlo ( se non hai la macchina del tempo di “Ritorno al futuro”), il futuro lo puoi costruire, in questo senso è concreto. Servillo, all’inizio di “La grazia”, dice «io, quando ricordo, muoio», e alla fine «a me non piace dimenticare, a me piace ricordare». Forse sono tutte e due vere.

Sorrentino già nel 2015 con “Youth” si era occupato del passato. Mise in scena, in un elegante albergo sulle Alpi, due personaggi,  Michael Caine, un compositore e direttore d’orchestra in pensione, e Harvey Keitel, un regista ancora in attività. “Andiamo d’accordo, perchè parliamo solo di cose belle”, si dicono. Entrambi, arrivati alla vecchiaia, discutono di urina, amori passati, fanno lunghe passeggiate, e intanto il tempo scava dentro loro un vuoto sempre più profondo in cui dare alloggio alla nostalgia. Fred (Caine) ha smesso di desiderare ed è ormai apatico, mentre Mick (Keitel) vorrebbe combattere lo scorrere della vita girando altri film, con il tempo immortale dell’atto creativo.

Solo che in quel film sullo scorrere della vita, Sorrentino, al di là delle immagini che gli piace sempre creare, non riuscì ad andare al di là di frasi come: “le emozioni sono tutto ciò che abbiamo”.

Come allora fece notare Francesca d’Ettorre, essendo Sorrentino diviso a metà (quello che si esprime con le immagini e lo scrittore che intende fare letteratura), l’intellettuale alla fine approdava ad un aforisma – un po’ Confucio, un po’ biscotto della fortuna – come quello.

In conclusione, anche Sorrentino, che non è certo vecchio e alla fine della sua carriera, deve trovare una sua misura, così come il passato per ciascuno di noi non deve essere troppo. Non deve essere abbondante. “L’abbondanza di Sorrentino- di giravolte di macchina, di parole, di collegamenti a link esterni, di (iper)realtà – non conferisce un valore aggiunto al grado di artisticità di un’opera, non la rende più evocativa, più poetica; neanche meno effimera. L’abbondanza è solo lo strumento cui ricorriamo per malcelare il vuoto con l’esibizionismo“. Sorrentino, se saprà essere essenziale come spesso riesce ad essere in questo La grazia, ha ancora tanto da dire.

Ci riesce nella scrittura, come in quel dialogo a cena con la critica d’arte stronza che guarda il pesce bollito e va a un’altra cena, una in cui si mangi davvero. Oppure ci riesce nelle immagini, come quella del primo ministro portoghese al rallentatore sotto la pioggia. Altre immagini invece sono abbondanti, tipo l’astronauta che piange, o il presidente che parla col generale in uno spiazzo, e sembra un qualche spot di pro loco per pubblicizzare i più bei borghi d’Italia.

Mi piace il Sorrentino essenziale, come in Le conseguenze dell’amore, senza l’onirismo felliniano, il citazionismo (e autocitazionismo) spinto, e finanche senza l’estenuante ricercatezza nella colonna sonora.