Come si diventa Carloconti senza saper far niente

(1-12-25) L’ho scritto anche al prof. Aldo Grasso, se in tv c’è un personaggio tristissimo, quello a me pare Carlo Conti, detto la bruschetta dal volto umano. La cosa interessante è capire per quale motivo uno che non è dotato di alcun senso dell’umorismo (e di nessun’altra qualità), che è un cemento armato senza alcuna leggerezza, abbia avuto successo e sia riuscito a costruirsi una longeva carriera di presentatore Rai.

Nasce a Firenze il 13 marzo 1961 da Giuseppe Conti e Lolette. A 18 mesi rimane orfano del padre a causa di un tumore ai polmoni. Terminati gli studi di ragioneria diplomandosi con 58/60, ottiene un posto fisso come bancario, ma nel 1986 si dimette per inseguire la sua passione in radio lavorando nelle prime radio private fiorentine.

I nati il ​​13 marzo sono Pesci che dicono gli astrologi sono generalmente testardi, intuitivi, determinati, romantici e energici. La loro forza di volontà e determinazione li aiutano a raggiungere i loro obiettivi. A 20 anni aveva conosciuto Leonardo Pieraccioni con il quale nel 1986 crea la prima di una lunga serie di trasmissioni comiche come Succo d’Arancia su Teleregione Toscana, dove esordisce anche Giorgio Panariello, già suo compagno di scuola.

I tre formano così un trio comico, che in Toscana furoreggia nei teatri, in uno spettacolo chiamato Fratelli d’Italia. Come si sa il terzetto, con ruoli diversi, avrà successo nello spettacolo italiano, ma dei tre quello che fino a qualche anno sembrava il nerd, Conti, adesso non solo quanto a popolarità supera gli altri due, ma forse anche le sue entrate non sono inferiori a quelle del regista Pieraccioni. E’ chiaro che quanto a senso dell’umorismo Pieraccioni e Panariello rispetto a lui sono fuoriclasse, pur non avendo mai visto un loro spettacolo scommetto che Conti fungesse da spalla.

Ruolo, intendiamoci, che può essere di tutto rispetto, sol se si pensi a Castellani spalla e amico di Totò, Carlo Campanini spalla di Walter Chiari (Vieni avanti cretino), Peppino De Filippo e Nino Taranto sempre con Totò al cinema, Aldo Giuffrè col fratello, Gianni Agus in televisione. Nella tradizione circense i due clown più conosciuti sono ‘il bianco’ e ‘l’augusto’. Il bianco (detto anche Pierrot) è quello intelligente, abile e raffinato, vestito di bianco e spesso anche col viso imbiancato; l’augusto (in Italia detto anche Toni) è invece goffo, confusionario e giocherellone, ha spesso un nasone rosso e le lacrime a zampillo.

Il bianco funge da spalla al socio che fa ridere, e infatti se si pensa a Mario Castellani, favolosa spalla di Totò ( il famoso schetch di Totò e l’onorevole Trombetta nel vagone letto) egli era raffinato come ogni Pierrot che si rispetti. Carloconti è invece fisicamente anonimo, l’uomo medio nè bello nè brutto, anzi la sua ostentata abbronzatura (che ora ha diminuito) lo faceva assomigliare a tanti provoloni anonimi fissati con le lampade dei solarium. Si pensi a un Gianni Augus, anche lui era impomatato, elegante, raffinato anche nel modo di parlare, oppure a Carlo Campanini col cappello e la mano in tasca (i fratelli De Rege o nel 1958 il leggendario sketch del Sarchiapone, a detta di molti la più divertente scenetta televisiva che sia mai stata realizzata).

Conti no, lui è rimasto solo l’impiegato bancario con eloquio limitato, vestito bene, nè raffinato nè elegante. In tutta la sua lunga carriera di presentatore (verrà ricordato per Tale e Quale e i Sanremo) non ha avuto nè la bonomia di Corrado, nè l’eleganza di Mike, nè l’empatia di Baudo. Non è simpatico, non fa ridere, non commuove, di lui gli aficionados dicono soltanto “sa presentare”. Che in pratica significa uno che non s’impappina, e non balbetta.

E’ stato un Baudo scolorito, messo in ammollo, e, appunto, privato della sua dote migliore, la capacità di entrare in sintonia, da meridionale doc, con l’ospite intervistato. Eppure hanno avuto la stessa formazione, bazzicando radio private e musica.

Carloconti anche adesso che ha 64 anni, non riesce a dire una sola parola di inglese (con gli ospiti stranieri è davvero imbarazzante), che una popolana della Garbatella come Meloni al contrario si è imposta di imparare, ma neppure in italiano riesce mai con qualsiasi interlocutore ad andare al di là di frasi fatte e di circostanza, sfondando porte aperte e ripetendo a pappagallo quello che la squadra di autori gli ha scritto (sui suoi autori stendiamo un velo pietoso, similis cum similibus). La sua unica ossessione è il ritmo, i tempi cronometrati che secondo lui apportano qualità. Non gli importa cosa lui o uno dica, ma in quanto lo dice.

Patetico e cringe quando tenta di far ridere, non riesce insomma neppure ad essere simpatico, è una macchinetta applicata alla scaletta della trasmissione, perchè sa quanto deve durare il suo intervento, sa cosa cosa deve chiedere, cosa deve rispondere, l’annuncio che deve fare. Guardando le scritte sul gobbo. E’ pure bugiardo perchè ha detto che ama improvvisare.

E’ invece un uomo che segue il copione, incapace non di improvvisare (che è solo dei grandi), ma nemmeno di sgarrare, di fare il giro più lungo o tortuoso, di lasciarsi andare, di mostrare qualche segnale di umanità, di affettività, di sentimenti.

E’ uno di quegli uomini che scoprono ben presto, a scuola, con il gruppo dei pari, che non sono in grado di raccontare una barzelletta (imparata a memoria) ma neppure di fare una battuta, un complimento, un qualsiasi commento estemporaneo.

Scoprono ben presto di essere noiosi e per molti questo è un vero problema, gli psicanalisti vengono inondati dai noiosi; per altri, come Carloconti, il problema è una opportunità. Possono solo accompagnare chi fa ridere, chi sa cantare, chi è divertente, chi sa ballare, chi sa imitare. Possono fare il presentatore e in teatro la spalla. Ma c’è spalla e spalla, come abbiamo visto.

In questa intervista del 2025 data a “Uniti nel dono” Carloconti parla della madre e si capisce come mai Rai1 sia stata sempre la sua casa: ” L’esempio che mi ha dato, i valori che mi ha trasmesso, come ad esempio il rispetto degli altri, il guardare sempre il bicchiere mezzo pieno e non considerarlo mezzo vuoto, l’accontentarsi, il fare tutto con grande onestà. I due pilastri fondamentali sono proprio questi, in fondo: il rispetto e l’onestà. Anche nei confronti di sé stessi, non solo degli altri; quell’onestà che ti fa riconoscere i tuoi limiti e che ti fa capire cosa puoi e cosa non puoi fare. Quando in noi qualcosa non va bene tendiamo sempre a dare la colpa gli altri e invece la mamma mi ha insegnato che bisogna essere onesti con sé stessi. E poi naturalmente la fede. Quando il mio babbo è morto la mamma mi diceva sempre che le erano rimasti solo gli occhi per piangere. Economicamente doveva ripartire da zero perché aveva speso molto per le cure per il babbo. Rientrando dal funerale, con questo bambino di 18 mesi in braccio, sola, istintivamente aprì la cassetta delle lettere e ci trovò 500 lire, che le diedero la forza di ripartire in qualche modo e di rimboccarsi le maniche. Lei mi ha sempre detto che gliele aveva fatte trovare santa Rita, la santa degli impossibili, alla quale era particolarmente devota“. In Italia i miracoli talvolta avvengono. Ai miei occhi il difetto maggiore di Conti è che vuol sempre essere (su Rai1) edificante (che incita, spinge al bene). In altre parole, uno che non sa essere empatico, colto, spiritoso, leggero, si sente pure nel suo lavoro in dovere di spingerci sempre, con qualsiasi mezzo, verso il Bene. O meglio, verso quello che lui ritiene di aver capito cosa sia il bene collettivo.