Giovanni Floris: non abbiamo tempo da perdere

Giovanni Floris ogni martedì dal 2014 su La7 conduce diMartedi. Se lo avete mai visto, lui non è uno che abbia tempo da perdere. Fa una domanda breve, l’ospite parla 5 secondi e viene interrotto da un applauso e da lui che pone una domanda ad un altro, magari chiamando (novità recente) un cartello esplicativo dell’argomento. Ritmo, signori, qui non si batte la fiacca. La trasmissione è come lui, precipitosa, frenetica, frammentata. Lui è alto 1,80 ma in tv sembra basso, vuole il confronto ma per l’80% della trasmissione parla lui.

Guia Soncini ha raccontato un episodio. «Uno dei miei aneddoti preferiti è quella volta, nel 2021, in cui un autore del programma di Floris mi chiamò per vagliare se valesse la pena invitarmi in trasmissione, facendomi domande per lui dirimenti onde decidere da che parte del dibattito collocarmi. Furono venti meravigliosi minuti di “Ma tu sei pro o contro Pio e Amedeo?” “Ma sei scemo? Ma che domanda è?”».

Lui parla come scrive. Così si descrive sul suo sito:
Sono nato a Roma il 27.12.1967, sono sposato con Beatrice Mariani ed ho due figli, Valerio e Fabio. Sono un giornalista, conduco Di Martedì dal 2014, scrivo e pubblico saggi e romanzi. Ho sempre sognato di fare il mestiere che faccio.

Per prenderla alla lontana, posso dire che ho studiato al Liceo Classico Torquato Tasso di Roma, e che mi sono laureato in Scienze Politiche nel 1991 alla Luiss.

Riassumiamo. Giovanni Floris è dunque un giornalista che si laurea il 1991 (ha 24 anni); il 1996 è assunto al Giornale radio Rai e nel 2001 diventa corrispondente dagli Stati Uniti (ha 34 anni). L’anno dopo conduce il talk show di attualità e approfondimento politico Ballarò (dal 2002 al 2014, Raitre); dal 2014 su La7 il martedì sera il talk show diMartedì.

Trovatemi in tutta Italia un laureato in Scienze politiche che in 10 anni sia diventato corrispondente Rai dagli Usa.

Non sto dicendo che sia un raccomandato, sto dicendo che è uno sveglio, uno che non perde tempo. Resta da aggiungere che la sua tesi di laurea sulla concertazione ottenne il premio Mondoperaio, così ebbe una sostituzione maternità all’Avanti!, e, prima ancora che il contratto terminasse, vinse il concorso Rai per frequentare la Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia, primo biennio.

“Mi trasferii in Umbria, per due anni frequentai i corsi, poi superai l’esame da giornalista. In questo periodo continuai a collaborare con un certo numero di riviste e con lo staff di Gino Giugni. Cominciò poi l’epoca dei “contrattini” Rai, uno dopo l’altro, sempre all’economico del Gr1 prima, del Gr unificato poi.
Tra un contratto e l’altro lavoravo anche per l’Agi, l’agenzia Italia, una redazione fantastica che mi ha permesso di conoscere il giornalismo di agenzia, quello forse più vero e divertente, quello dove vivi a contatto diretto con la fonte e dove scopri la bellezza della Notizia”. 

Ha fatto di tutto e forse le due giornate non sono di 24 ore come quelle di tutti noi. Ha lavorato in radio alla redazione economica, poi col tempo passò ad affiancare al lavoro da inviato le conduzioni. Come inviato è stato dappertutto, dalla Indonesia, alla Cina, al Sud America, in Irlanda, Inghilterra, Svezia, Spagna, Belgio, Olanda, Lettonia, Ungheria. Una inchiesta negli Stati Uniti gli permise di conoscere a fondo un mondo nel quale avrebbe avuto in seguito l’opportunità di lavorare. Per il Giornale Radio seguì la nascita dell’Euro, i principale summit internazionali e l’intero sviluppo del movimento no global, fino ai fatti di Genova che raccontò come inviato.
Nell’estate del 2001 quando copriva la sede di New York visse la tragica esperienza dell’11 settembre. L’esperienza umana fu drammatica, quella professionale massacrante. Erano solo in tre a coprire i fatti per l’intera struttura informativa Rai. In seguito fu nominato “sul campo” da Paolo Ruffini corrispondente dagli Stati Uniti. Un anno dopo di nuovo Ruffini, che era diventato direttore di Raitre, lo richiamò per fare il conduttore di prima serata”.

Per impiegare bene le ore notturne, è anche un affermato saggista; tra le sue pubblicazioni si ricordano Monopoli (2005), Mal di merito (2007), Separati in patria (2009), Decapitati (2011), Oggi è un altro giorno – La politica dopo la politica (2013), Il confine di Bonetti (2014), La prima regola degli Shardana (2016), Quella notte sono io (2016), Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia (2018) e L’invisibile (2019).

Ricordiamo che i nati come lui il 27 dicembre sono Capricorno, perciò testardi, cultori della politica dei piccoli passi verso i loro obiettivi. Sono detti anche “donatori” perchè aiutano gli altri se possono. Sono nati quel giorno Gerard Depardieu e Timothèe Chamelet, Keplero e Roberto Bettega.

Dieci anni fa il critico Aldo Grasso si rivolse a lui così (e a Massimo Giannini): Fermatevi, ridate senso al talk, fate in modo che la parola riacquisti la sua forza, la sua funzione democratica: opinioni, competenze, sorprese (roba per pochi) e via i ciarlatani. La parola è gelosa e si vendica di chi la trascura e la maltratta.