Ultima sacerdotessa del dolore fu comunque Barbara D’Urso: in onda sette giorni su sette, di mattina, di sera, sempre. Un impero costruito sulle lacrime, gli shock, gli sbudellamenti familiari, figli illegittimi, testamenti. Tv del dolore classica e morbosa: sfere tossiche, vip in disgrazia, tormenti amorosi anche per uno spettro inventato dalla tv, come l’indimenticabile Mark Caltagirone. Le ultime volte che si evocò con disprezzo la “tv del dolore” fu proprio per lei. Ma la vecchia tv del groppo in gola aveva una cosa: aveva bisogno di un fatto di cronaca nera, di un delitto, di un mistero da risolvere. C’era pur sempre la maschera del giornalismo investigativo. “Stiamo facendo informazione”, era il mantra che ripetevano inviati e conduttori che si affastellavano su cadaveri e freak d’occasione. C’era un giallo da risolvere, un colpevole da cercare, una verità da scoprire. Per quanto cinico e morboso, il format manteneva una struttura narrativa riconoscibile: inizio, sviluppo, conclusione. Sgarbi a “Domenica In” è invece dolore puro: senza filtri, senza alibi, solo quel libro che stringeva tra le mani. E’ la depressione di un uomo, il conflitto familiare tra padre e figlia, la fragilità psichica accomodata in poltrona. Nessun giallo da risolvere, nessun colpevole da cercare. Solo la sofferenza, servita calda, dopo il caffè.
Ed è esattamente qui che la tv del dolore si salda con la Instagram society. Perché se ci pensate cosa fanno ogni giorno milioni di persone sui social se non esibire il proprio dolore, le proprie fragilità, i propri strazi? Il mio feed di Instagram, un tempo vetrina di gente in vacanza tutto l’anno sbracata alle Maldive o in qualche trendy-bar di Dubai, è ormai pieno di post sulla depressione, sull’ansia, sul trauma, sui disturbi alimentari, sulle relazioni tossiche. La tv del dolore è stata un grande prequel di questa Instagram society depressa e ha insegnato a un’intera generazione che il dolore è un “contenuto”, che la fragilità è un capitale sociale, che l’esposizione è l’unica forma sincera e autentica di elaborazione del lutto. Se non lo posti non è successo, se non lo condividi non esiste: tutto questo vale anche per l’intimità, il trauma, la malattia, monete sonanti da spendere sul mercato dell’attenzione.
La differenza è che prima serviva la televisione, servivano i programmi, le conduttrici, il dramma parentale trascinato in studio. Ora basta uno smartphone.