(2/11/25) Avendo io scritto undici anni fa un libro con il titolo “La fabbrica dei voti finti”, è evidente che allora ritenevo fosse un problema per la scuola italiana l’incessante produzione di voti finti, dati a piacimento dai docenti durante tutto l’anno. Solo nello scrutinio finale devono ricevere quantomeno l’avallo dei colleghi. Oggi invece ritengo che i voti rappresentino davvero un problema educativo, per cui sarebbe meglio non darli se non nello scrutinio finale, sostituendoli nel corso dell’anno con “consigli” e rubriche valutative.
Premetto che io, come si fa in un liceo di Udine, farei svolgere il primo scrutinio già nel mese di ottobre per cui con le prove d’ingresso si accerta la situazione di partenza (rendendola chiara a tutti, genitori compresi) e l’intero anno dunque serve per confermare o migliorare quelle prestazioni. Affinchè sia chiaro a tutti che la scuola insegna e non ha il compito di mettere etichette sugli allievi distinguendoli tra bravi e asinelli.
Il tecnico Cahill volendo migliorare il servizio di Sinner non è che gli dà il voto ad ogni battuta che gli vede fare, piuttosto insieme studiano i movimenti da modificare per ottenere una prestazione atletica migliore e più efficace. I maestri, di tennis o di sci o di qualsiasi sport, danno buoni consigli, indicazioni, non usano voti per migliorare le prestazioni e dialogare con l’allievo. L’equivoco ormai storico che nella scuola italiana si perpetua è dunque quello che la scala decimale servirebbe per valutare e anche per indurre a migliorare.
Tale equivoco è frutto della incomprensione della differenza che passa tra misurazione e valutazione. Ogni medico certo che misura, la febbre, la pressione o altri valori attraverso le analisi, ma lo fa per trovare rimedi e valutare terapie opportune nel quadro clinico che ha così delineato. Le misurazioni a cui noi pazienti ci sottoponiamo, anche quando sono negative, crediamo ci siano utili perchè ci sono le medicine adatte per affrontare problemi oppure ci sono abitudini da cambiare. I brutti voti invece non danno lo stesso effetto, per il semplice fatto che l’allievo non intravede rimedi possibili.
Colpa di una semplificazione propria della scuola italiana che è basata sul binomio “studia/non studia”, per cui ogni voto negativo si migliora solo studiando. Il fatto è che l’alunno spesso crede di aver studiato e nessuno riesce a fargli capire che il problema sta nel come studia più che nel quanto. E’ chiaro che pensare di essersi impegnato e ciò nonostante ottenere un brutto voto non induce ad impegnarsi di più. Insomma, i voti creano tanti equivoci ed incomprensioni, e in Italia non si è affermato lo “sbagliando s’impara”, ma piuttosto lo “sbagliando prendi un brutto voto“. La scuola che tende a selezionare gli alunni con i voti ha fatto dimenticare il compito principale della scuola che è quello di far migliorare tutti dalle situazioni di partenza di ciascuno, oltre quello di far scoprire quali siano i talenti di ciascuno. Non penso che Sinner abbia lasciato lo sci per il tennis per i brutti voti che prendeva dai maestri di sci (anzi ha dichiarato che era pure bravo), ma solo perchè ha pensato di potersi realizzare meglio con un altra disciplina.
Nella scuola superiore che dirigevo son riuscito tanti anni fa a far considerare voto minimo il 4 (il 3 significava che l’alunno si era sottratto a qualsiasi verifica scritta o orale) e a fare una guerra al voto 5 che è il tipico voto d’attesa per docenti amletici o -peggio – cultori della media aritmetica. Anni fa un docente scrittore, Enrico Galiano, ha scritto di una scuola che aveva portato il voto minimo da 4 a 2:
“Scuole medie. Età: dagli 11 ai 14. E possono ritrovarsi un 2 bello grande in rosso in fondo al compito di matematica, all’esecuzione di un brano musicale, a un commento a una poesia.
Ora: fate finta di avere 11 anni. Di venire da una famiglia dove nessuno ha studiato. Di non avere libri in casa e di essere cresciuto con l’idea che al massimo nella vita farete l’operaio. E al primo compito delle medie vi ritrovate davanti a un 2. E poi rispondete: vi impegnerete di più per migliorare, oppure si insinuerà in voi l’idea di essere degli incapaci in quella materia?”
E Galiano continuava ricordando Daniel Pennac quando ha parlato della sua esperienza di insegnante. Pennac ha detto: “Frequentando le aule scolastiche, mi sono reso conto che uno dei problemi fondamentali della scuola è la paura”. Paura di non farcela. Paura di non essere abbastanza. Di non valere niente. Quante volte ci troviamo di fronte a ragazzi ormai rassegnati all’idea di non essere capaci di scrivere, o di fare i calcoli, o di parlare inglese? Tante, troppe. E quante volte, invece, siamo noi insegnanti i primi a renderci conto che l’intelligenza c’è, che quel ragazzo, se solo ci credesse un po’ di più, potrebbe scrivere bene, potrebbe fare i calcoli senza problemi o parlare inglese benissimo?
L’Italia ha un tasso di abbandono scolastico altissimo; l’ansia sta diventando endemica fra i nostri ragazzi; i risultati nei test di italiano e matematica ci fanno stare male: e pensiamo di cambiare questa situazione a colpi di 2? Non sto dicendo che i voti siano il male assoluto. Né che togliendo quelli, poi come per magia tutto si aggiusti. Ma non possiamo far finta di non vedere che attualmente portano più danni che benefici“.
Aggiungo che dalla primaria all’università, circa 900.000 ragazzi (12-13 per cento dei 7,1 milioni totali) richiedono «misure educative di inclusione» che si traducono in personalizzazione dei percorsi didattici, supporto specifico (insegnanti di sostegno) o addirittura in veri e propri interventi clinici. Oggi siamo più capaci di intercettare e sostenere precocemente problemi e difficoltà giovanili, tuttavia il rovescio della medaglia è che l’allargamento del perimetro diagnostico tende a trasformare (e ingigantire) i problemi educativi, relazionali o temporanei in questioni cliniche, spostando l’attenzione dalla qualità della scuola alla dimensione terapeutica. Dovrebbe esser evidente allora che durante un intero anno scolastico i voti non aiutano di certo ad affrontare la mole di questi problemi. Ricordo un docente (perchè i problemi non sono certo nati oggi) il quale era solito rivolgersi ad un suo allievo difficile aprendo il registro e apponendo un 6 sotto il suo nome. Poi gli diceva: ” Vedi, io senza sentirti il voto te lo metto sulla fiducia, adesso sta a te dimostrarmi che non mi sono sbagliato”.
Eppure i ragazzi stessi ci ripetono che ormai i voti sono diventati il loro unico motivo per cui studiare, mentre al contempo gli insegnanti stanno moltiplicando esperienze incoraggianti, progetti, sperimentazioni di scuole senza voti ma con sistemi valutativi non numerici. Il tentativo in atto quindi è quello di non guardare sempre verso il risultato ma piuttosto sul processo, dunque sul viaggio, più che sulla meta. Detto in altre parole, lo scopo della scuola è quello di far ottenere un diploma agli studenti, oppure quello del loro miglioramento personale e culturale?
La nostra cultura, al contrario di quel che avviene in altre nazioni, vede il fallimento (non solo scolastico) come una tragedia piuttosto che come una occasione di riscatto e di rilancio. Ogni crisi può esser vista come un’opportunità di crescita, non come una fine. Affrontare l’insuccesso con una mentalità di crescita e resilienza permette di analizzare gli errori, imparare da essi e correggere la rotta, invece di identificarsi con essi. Questo approccio trasforma la sconfitta in un prezioso strumento per costruire un futuro migliore e raggiungere nuovi traguardi.
Il voto a scuola, a pensarci bene, altro non è che una bilancia che pesa gli errori. Ricordo al ginnasio quando noi alunni chiedevamo conto al docente del voto preso ad una versione, secondo l’assioma “ogni errore segnato in blu= un punto in meno”. Prof, mi ha segnato quattro errori blu e però mi ha messo 5 invece di 6, come mai? In questo modo non s’afferma lo sbagliando s’impara, anzi, dagli errori non s’impara mai nulla, per cui il giudizio semplicistico dei docenti su un alunno “studia/non studia” si accompagna ad una valutazione che coincide con una misurazione (spesso intuitiva). Capire dunque che a scuola si va per apprendere e per scoprire quali siano i propri talenti e non per prendere buoni voti, comporta ormai abbandonare i voti, necessari solo alla fine del percorso, ma che durante il viaggio spesso e volentieri portano fuori strada.
