E’ l’8 settembre francese. Per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, cioè in quasi settant’anni, il governo di Francia cade per un voto di sfiducia dell’Assemblea Nazionale. Già basterebbe questo per comprendere quanto sia grave la crisi aperta ieri a Parigi, destinata a peggiorare domani con l’inquietante giornata del «Blocchiamo tutto», il movimento sorto dalla Rete che mette insieme tutte le frustrazioni, unendo estrema destra ed estrema sinistra; proprio quello che è già accaduto in Parlamento.
Alla fine la tenaglia rossobruna si è chiusa su quel che restava del macronismo. I deputati di Marine Le Pen e quelli di Jean-Luc Mélenchon non sono d’accordo su nulla, tranne una cosa: far cadere subito il primo ministro François Bayrou, e presto il presidente Emmanuel Macron.
«Voi potete cancellare il governo, non cancellare la realtà» è stato l’ultimo grido di dolore di Bayrou, vecchio arnese centrista succeduto al vecchio arnese della destra repubblicana Michel Barnier.
Ora Macron pensa a un nuovo primo ministro in grado di spaccare la sinistra, attraendo i voti socialisti, da sommare a quelli dei suoi parlamentari. Ma ormai è la figura stessa del presidente a ritrovarsi sotto attacco. Non solo Macron; l’Eliseo stesso.
I governi finora non cadevano in Parlamento perché la Quinta tra le Repubbliche che si sono succedute al tempo della Rivoluzione, quella vera, non è una Repubblica parlamentare. È un’istituzione anomala per l’Europa, dove la Francia è l’unico Paese che elegge direttamente un capo dello Stato con poteri esecutivi. È un edificio costituzionale ritagliato attorno alla figura del fondatore: il generale De Gaulle, uomo di immenso prestigio, che aveva salvato l’anima della Francia occupata dai nazisti e in parte disposta a collaborare con loro, e da presidente salvò il Paese dalle guerre coloniali che avevano portato all’umiliazione di Dien Bien Phu e alla vergogna delle torture e della repressione in Algeria.
Dopo De Gaulle, l’istituto presidenziale ha mantenuto prestigio. François Mitterrand — che già aveva affrontato il Generale nello storico ballottaggio del 1965: altro che Le Pen-Mélenchon — lo chiamavano Dieu. Jacques Chirac riunificò al Paese sul No alla guerra in Iraq e agli Stati Uniti, e fu rieletto con l’82,2%. Non erano due santi, anzi. Mitterrand, eletto con i voti di sinistra, era stato decorato da Pétain con la francisque, la massima onorificenza del regime collaborazionista di Vichy. Chirac, eletto con i voti di destra, era stato un giovane militante comunista. Ma entrambi conoscevano e sentivano la Francia, sapevano cavalcare la tigre della rivolta popolare e tranquillizzare le ansie borghesi.
Dopo di loro sono venuti presidenti scialbi. Nicolas Sarkozy è quasi finito in galera. François Hollande non si è neppure ricandidato. Emmanuel Macron si rifaceva all’erede di De Gaulle, il tecnocrate Pompidou, e soprattutto al centrista Giscard. Pur avendo vinto due presidenziali, non è riuscito ad aprire una vera stagione liberale, riformista, europeista. Le ali estreme che agitano il Paese si sono unite per far cadere il governo. E ora si candidano a fare da mosche cocchiere del movimento che, sette anni dopo la rivolta dei Gilet Gialli, vorrebbe bloccare il Paese. «Bloquons tout» è nato dai social, e ora viene appoggiato dai sindacati e dall’opposizione. Una sorta di insurrezione generale, una jaquerie tecnologica.
I provvedimenti del governo sono soltanto un pretesto. All’epoca i Gilet Gialli non misero Parigi a ferro e a fuoco perché erano aumentate le accise sul gasolio per i diesel più inquinanti («non possiamo girare tutti in monopattino!»). E se davvero domani la Francia si bloccherà, non sarà perché il povero Bayrou vorrebbe far lavorare tutti anche a Pasquetta. La Francia si rivolta perché non intende accettare la realtà ripetuta ieri dal premier sfiduciato: debito pubblico fuori controllo, spread in rialzo, declassamento internazionale in vista. I rivoltosi chiedono più spesa pubblica, nel Paese che ha già la più alta spesa pubblica pro capite d’Europa, dietro la Finlandia.
Nello stesso tempo, i rivoltosi comprendono e sentono che la Francia è debole. Che discute della sua identità, proprio perché teme di perderla. Che le insoddisfazioni tutte insieme — gli anti-immigrati e gli immigrati insoddisfatti, populisti di destra e populisti di sinistra, antisemiti rossi e antisemiti neri, No Vax e Sì Putin — non fanno un progetto politico, non indicano un nuovo leader, non rappresentano una soluzione, ma esprimono lo spirito del tempo meglio del potere ufficiale. La Francia non soltanto avverte di non contare più nulla, neanche nell’ex impero — la fuga dell’Armée dal Mali inseguita da forconi e kalashnikov, la crisi diplomatica con l’Algeria… —, ma comincia a dubitare del proprio sistema repubblicano.
Ieri è caduto il governo a Parigi. L’altro ieri è caduto il governo in Giappone, dove per la prima volta nella storia il partito liberaldemocratico — una Dc che finora non è mai caduta — ha perso la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Il governo spagnolo è appeso a un voto, con i giudici che hanno arrestato il braccio destro di Sánchez e sono sulle tracce di sua moglie. In Germania il primo partito sono gli anti-antinazisti dell’Afd; in Inghilterra i neonazionalisti di Farage.
Di questo passo, prevarrà l’idea che la democrazia non funziona più, che per reggere il ritmo dei cambiamenti e dare risposta alla rabbia popolare serve un autocrate, come quelli al potere dalla Russia alla Cina, dall’Egitto alla Corea del Nord, dalla Turchia all’India: la foto della parata di piazza Tienanmen. Ovviamente sarebbe un errore drammatico. Ma la rivolta contro l’establishment ha salito un altro gradino. Ed è diventata una rivolta contro la democrazia rappresentativa. Senza che si profili un nuovo sistema che possa tenere insieme la sovranità popolare, i diritti delle minoranze e la selezione di una classe dirigente seria .
