Sinner e Alcaraz, la domanda non è chi è superiore, ma chi durerà di più

La vittoria di Alcaraz su Sinner agli Us Open domenica 7 settembre 2025 è apparsa netta, al di là del secondo set perso, così come sull’erba di Wimbledon era stato Sinner a dominare. Il fatto è che la rivalità tra i due campioni è destinata a durare nel tempo perchè ha preso il posto del duello Federer/Nadal e poi dell’era Djokovic.

Prima di vedere su cosa Sinner deve migliorarsi (il servizio, certo, ma anche la varietà dei colpi perchè non si può sempre imporsi con velocità e potenza, occorre avere il gioco sotto rete, la palla alta e liftata alternata a improvvise accelerate, in questo lo spagnolo sembra più avanti), vorrei dire che anche il tennis, nel lungo periodo, è un gioco che fa prevalere la testa del campione sui colpi che possiede. Nel lungo periodo tra i due prevarrà chi avrà più testa e il fisico più adatto a resistere al passare degli anni.

Ecco perchè ho preparato un quadro della longevità dei campioni di tennis per capire come testa e fisico a lungo andare superano colpi e giocate e fanno durare di più. Il primo nome che viene in mente è Borg, una breve carriera durata solo 10 anni, con ritiro a 26 anni. Ma anche la carriera agonistica di John McEnroe è durata 14 anni, dal 1978 al 1992, quando si ebbe il ritiro ufficiale sebbene sia tornato a giocare sporadicamente e abbia vinto tornei fino al 2006, anno della sua ultima apparizione ufficiale. 14 anni è durata anche la carriera tennistica di Boris Becker, tra il 1985 e il 1999, con la sua ultima partita giocata a Wimbledon nel 1999 prima di ritirarsi dall’attività agonistica. Ha vinto 49 titoli ATP durante la sua carriera. Anche la carriera tennistica di Stefan Edberg è durata circa 14 anni, iniziata nel 1983 e conclusasi nel 1997, anno in cui si è ritirato per dedicarsi alla famiglia. Nel corso della sua lunga carriera, Edberg ha conquistato numerosi titoli, inclusi sei tornei del Grande Slam, ed è stato numero 1 del mondo per 72 settimane.

Invece Jimmy Connors è stato più longevo, è durato circa 23 anni, con il ritiro avvenuto nel 1996 all’età di 43 anni. Infatti è considerato uno dei più grandi giocatori della sua epoca, detenendo record come quello dei 109 titoli in singolare nell’era Open e 1.557 partite giocate.

Si comprende da questi soli numeri come ci sia una bella differenza tra un tennista che come una batteria dura 10 anni e un altro che invece dura il doppio.

La carriera professionale di Roger Federer è durata infatti 24 anni, dal 1998 al 2022, concludendosi ufficialmente con il suo ritiro nel 2022 all’età di 41 anni. La carriera da professionista di Rafael Nadal è durata poco meno, 23 anni, nella quale ha vinto 1.068 singoli, conquistando 92 titoli, e ha collezionato circa 150 altre vittorie e 11 titoli nel circuito dei doppi.

E veniamo a Nole, o Joker (per il suo carattere burlone) Djokovic, il quale ha debuttato nel 2004. In virtù dei suoi primati, dei suoi record assoluti, dei titoli vinti e dello stile di gioco completo ed efficace su ogni superficie, è considerato uno dei più forti tennisti di tutti i tempi,nonché uno dei più grandi sportivi della storia. Sono 21 anni che dura, e si è dovuto arrestare solo con l’avvento di Sinner/Alcaraz.
Con 24 successi, 80 partecipazioni e 37 finali, è il tennista più vincente della storia nelle prove di singolare maschile del Grande Slam: 10 Australian Open (record maschile singolare), 7 Wimbledon, 4 US Open e 3 Roland Garros. È inoltre l’unico tennista dell’era Open, insieme a Rod Laver, ad aver vinto consecutivamente tutti e quattro i tornei del Grande Slam, nel suo caso però non nello stesso anno solare (Piccolo Slam), ma è il solo ad aver realizzato questa impresa su tre superfici differenti e l’unico in assoluto ad aver vinto almeno tre volte ogni singolo Major. Divenne anche l’unico uomo nell’era Open oltre a Federer e Rod Laver a raggiungere tutte e quattro le finali Slam nello stesso anno. È riuscito a vincere 5 volte la Coppa Davis, nonostante non abbia potuto parteciparvi per dieci anni (dal 1963 al 1972) per il suo status di professionista. Detiene il primato mondiale di 201 tornei vinti in carriera da singolarista nei vari circuiti dilettanti e professionali durante 23 anni di attività.

Anche il nostro Nicola Pietrangeli ha avuto una lunga carriera che si è estesa approssimativamente dal 1952 al 1974, anno in cui ha concluso la sua attività da singolarista, ma ha continuato a giocare a livello professionistico come doppista fino al 1977. Durante questo periodo, ha ottenuto numerosi successi, inclusa la vittoria in due Roland Garros nel singolare e il suo ingresso nella Hall of Fame del Tennis nel 1986.

Tra i 14 e i 16 anni si è sviluppata la carriera di Lendl e Laver. La carriera da giocatore di Ivan Lendl si è estesa per circa 16 anni, dal 1978 al 1994, con gli anni migliori e il dominio della classifica ATP concentrati nella seconda metà degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Quella professionale di Rod Laver è durata circa 14 anni, dal suo debutto nel 1962 fino al suo ritiro nel 1976. Anche Adriano Panatta ha giocato per ben 15 anni, vincendo 10 trofei e disputando 26 finali complessive, entusiasmando tutti gli italiani. La sua attività giovanile cominciò negli anni ’60 mentre il suo ritiro si colloca nel 1984, con il suo ultimo anno di attività documentato dal fatto di aver raggiunto la finale del torneo di Roma e Bologna nel 1978 e la finale di Ginevra e Parigi indoor nel 1980.

Se lasciamo stare la lunghezza della carriera e esaminiamo le vittorie, il tennista più vincente di sempre, per numero di titoli del Grande Slam, è Novak Djokovic con 24 trofei, seguito da Rafael Nadal (22) e Roger Federer (20). Djokovic detiene il record anche per il maggior numero di vittorie nel circuito ATP.

I tennisti più vincenti in termini di titoli ATP sono Jimmy Connors (109), Roger Federer (103) e Novak Djokovic (100, aggiornato a maggio 2025). Per quanto riguarda gli Slam, Novak Djokovic ha il maggior numero di vittorie, seguito da Rafael Nadal e Roger Federer.

La domanda vera è allora: quanto giocheranno a così alti livelli  Sinner e Alcaraz, 10, 15 o più di 20 anni? La risposta ce la darà la loro testa e il loro fisico. Certamente miglioreranno i colpi, le strategie, la varietà di soluzioni, ma durare a lungo è innanzitutto una questione di cervello, mentale, psicologica, e anche il corpo risponde alle sollecitazioni della testa, alla volontà, al senso di sacrificio, alla resilienza, al carattere di ciascun atleta.

(Ubitennis/ Ubaldo Scannagatta sulla sconfitta di Sinner agli Us Open) Carlos Alcaraz ha pareggiato il conto degli Slam di quest’anno con Jannik Sinner e come già nel 2024 anche il 2025 si chiude con un salomonico 2 a 2, ma a New York lo ha fatto dominando Sinner dall’inizio alla fine – l’anomalo secondo set non fa testo – e la più grande sorpresa per me non è certo che Alcaraz abbia vinto il suo secondo US Open e sesto Slam (già a 22 anni come Becker e Edberg!), ma – appunto – che lo abbia proprio dominato.

E’ una grande sorpresa, quasi clamorosa, perché la grande maggioranza dei loro duelli era vissuta su un grandissimo equilibrio. Anche se fosse stato Sinner a vincere in questo stesso modo dominante, avrei scritto la stessa cosa.

Questa volta invece, contrariamente alle loro precedenti finali – e in particolare a quella straordinaria del Roland Garros ma anche bella di Wimbledon – l’equilibrio è mancato del tutto, al punto che quasi non sembra vero. Anche i più sfegatati tifosi di Alcaraz, secondo me, non avrebbero potuto immaginare che due dei tre set che sarebbero stati appannaggio del neo n. 1 del mondo si sarebbero conclusi con un 6-1 e un 6-2. E, a dire la verità, anche il 6-4 del quarto set è un punteggio bugiardo, perché Alcaraz ha dominato pure quello.

Nei 4 turni di battuta che hanno preceduto sul 5-4 l’unico game in cui Sinner ha finalmente risposto sempre davvero da par suo, pur finendo sotto ugualmente 40-15 e annullando due match point consecutivi, Alcaraz aveva concesso soltanto 5 punti: aveva vinto il primo game di servizio a 15, poi due a 30, il quarto a 0. Insomma anche il quarto set, come il primo e il terzo, si era sviluppato sulla medesima falsariga, con Sinner che aveva subito il break sul 2 pari per aver sbagliato una volée di rovescio abbastanza semplice, sebbene giocata al termine di uno scambio fantastico. L’eccezione era stata lo strano secondo set in cui Carlos ha subito l’unico break del match (contro i 5 di Jannik) e il terzo dell’intero torneo!

Nel primo set Carlos aveva concesso tre punti soltanto nei propri game di servizio e nel terzo set era salito subito 4-0 togliendo ogni suspence.

“Carlos ha giocato un match perfetto” avrebbe detto poi Juan Carlos Ferrero, che tutti conoscono per essere durissimo, severissimo, esigentissimo, mai contento. “Se lo ha detto lui vuol dire che ho giocato proprio un match perfetto!” avrebbe riso più tardi un Alcaraz al settimo cielo.
io non penso affatto che Jannik non batterà più Alcaraz. Lui sa che dovrà migliorare e farà di tutto per farlo, anche se non sarà impresa facile. Esattamente come ha fatto Alcaraz dopo Wimbledon, quando si era quasi spaventato, e lo disse apertamente al suo angolo, per essersi reso conto che Sinner era capace di metterlo sempre con le spalle al muro e lui non riusciva a trovare la soluzione per uscirne.

Ferrero prima e Alcaraz poi hanno raccontato che nei 15 giorni che hanno preceduto il torneo di Cincinnati loro hanno guardato e riguardato il video della finale di Wimbledon e hanno studiato che cosa andava fatto perché la storia non si ripetesse. E Alcaraz ieri non ha solo servito nettamente meglio anche se quella è stata certamente la prima chiave del successo: ha perso solo 9 punti quando ha messo la “prima”, quindi l’83% per cento di punti vittoriosi, (mentre Sinner il 67%), ma anche con la “seconda” il 57% è tanta roba. Servendo a quel modo, anche a 215 km l’ora, non ha consentito a Sinner di rispondere che il 34% delle volte, insomma due volte sì ma la terza no. Eppure Sinner è considerato l’erede naturale di Djokovic quando risponde.

Alcaraz, oltre a servire da fenomeno pur essendo 8 cm meno alto di Sinner, ha messo in campo una fantastica varietà di schemi: rasoiate di rovescio slice a fil di rete, smorzate invisibili e imprendibili, top-spin di dritto sui quali Sinner finiva fuori giri nel tentativo di spaccare la palla con dritti da sopra la spalla spesso fuori misura, discese a rete in controtempo come al seguito di quelle sue botte terrificanti di dritto grazie alle quali Carlos ha fatto stragi di punti. Il doppio esatto dei vincenti di Sinner: 42 a 21. Inarrestabile. E il tutto giocando senza voler narcisisticamente strafare, come era invece un po’ sua vecchia abitudine.

“Ho giocato il mio miglior torneo di sempre, con grande continuità e fin dal primo turno…– ha ammesso – A Wimbledon mi ero detto subito dopo la partita che dovevo cambiare molte cose, anche se poi mi ci sono messo a farlo dopo una settimana di relax”. E Ferrero aveva detto: “E’ sorprendente come in sole due settimane Carlos sia riuscito a saper fare tutto quello che avevamo deciso di provare”.

Jannik è un giocatore molto diverso da Carlos, ha meno varietà, e non potrà mai assomigliargli. Al di là delle diverse doti naturali nel tocco, Jannik è meno naturalmente portato ad attuare soluzioni fantasiose, sorprendenti. Però l’importante è che ne è consapevole. Anche lui è stato capace di fare subito una lucida e fredda analisi della sua sconfitta. Si è dimostrato subito perfettamente e umilmente cosciente di avere un tennis troppo prevedibile. Lo ha detto a chiare lettere, lui che di solito non è troppo estroverso: “Nei match di approccio all’US Open, e in questo torneo, non ho fatto un serve&volley, non ho giocato molte smorzate…così poi arrivi a un punto nel quale giochi contro Carlos e devi uscire dalla tua comfort-zone…(E avrebbe voluto aggiungere: e ti trovi nei guai come oggi), quindi meglio perdere qualche match d’ora in avanti, ma devo cercare di fare qualche cambio!”.

Vi dirò che, al di là delle frasi di circostanza con i soliti ringraziamenti alla propria equipe fatti quando era ancora sul podio, io – sono maligno? – uno spunto critico nemmeno tanto celato ai suoi coach Vagnozzi e Cahill nelle sue esternazioni credo di averlo avvertito. A un certo punto in conferenza stampa ha fatto anche un mini-accenno al fatto che in passato era stato capace di cambiare registro dopo essersi reso contento di avere dei limiti tecnici sui quali non aveva lavorato abbastanza. Penso che si riferisse a quando, bastonato duramente (6-3 6-4 6-2) da Tsitsipas in Australia 2022, tornò in Italia infuriato e dette subito il benservito al suo quasi “padrino” Riccardo Piatti per affidarsi prima a Vagnozzi e poi Cahill?

Comunque sia Jannik di certo ha le idee chiare: studierà il daffarsi per “rimontare” Alcaraz, proprio come Alcaraz ha fatto con lui. Ieri il confronto è stato impietoso, più o meno come quando perse, appunto, da Tsitsipas. Jannik è riuscito ad arrivare solo due volte a 40 sul servizio di Carlos, quando gli ha fatto l’unico break – a zero! – per salire 3-1 nel secondo set e nell’ultimo game. Non ha funzionato quindi nemmeno la risposta, di solito il suo marchio di fabbrica.

Però è inevitabile che se servi soltanto una prima palla su due, 54 volte su 112 cioè il 48% e quando metti la seconda non fai che un punto su due, diventi inevitabilente preda del nervosismo e finisci per giocare male anche i game di risposta. Raramente avevo visto Sinner scuotere così spesso la testa, borbottare di continuo, rivolgersi anche con manifesto senso di frustrazione verso il proprio angolo.

D’altra parte questi due campioni sanno che non possono permettersi di difendersi, devono giocare aggredendo. Alcaraz ha giocato a un livello mostruoso contro un Sinner sotto tono. Guai però adesso a maramaldeggiare contro Jannik dimenticando che ha giocato 4 finali di Slam nello stesso anno, ne ha vinte due, ne ha persa una con 3 matchpoint. Un exploit eccezionale. Mi chiedo adesso se a Jannik abbia fatto più male questa sconfitta così secca, che ha evidenziato certi suoi limiti tecnici o quella di Parigi con i mille rimpianti che si è portata dietro per via dei 3 matchpoint svaniti.

Ai tifosi di Jannik ha fatto sicuramente più male quella di Parigi. Ma a Jannik, che non pensa altro che a migliorare e a prendersi una rivincita su Alcaraz fin dal prossimo Australian Open, non so quale bruci di più. L’idea che ci possa essere un gap così grande come si è visto ieri, secondo me non lo farà dormire. Non è il tipo che si accontenterebbe di restare secondo, anche se il divario con il terzo o i terzi, restasse enorme come in questi due anni assolutamente memorabili. Jannik ha le stimmate del grande campione. Reagirà da grande campione. Il primo ad aspettarselo, credetemi, è proprio Carlos Alcaraz.