Il papà di E.T. ha conquistato una stella a Hollywood e il nome di una scuola a Lamezia

Los Angeles. Sembra esserci sempre il sole sulla Walk of Fame. Le stelle rosa corallo brillano sotto i raggi, i lavoratori camminano noncuranti sui nomi di chi ha fatto grande il cinema, mentre qualche turista fotografa i suoi miti, puntando l’iPhone a terra – il selfie qui è impossibile, a meno di sdraiarsi e prendere il colera (non siamo mica nella pulitissima disinfettata Beverly Hills, dove non si può nemmeno fumare). Bypassate le tende da campeggio coi senzatetto e i fan del fentanyl, queste strade nel cuore di Hollywood sembrano un non alfabetico indice dei nomi che si può trovare alla fine del grande libro dell’intrattenimento – tv, cinema, musica… – un gioco della campana per i viaggiatori dove saltellare tra Anne Bancroft e i Beatles, hopscotch tra le star, sfida a riconoscerli tutti. E ogni tanto oltre ai nomi da copertina di Vogue o di People magazine, viene festeggiato e incastonato nel marciapiedi dell’eternità anche chi sta dietro le quinte. E ora è il turno di un italiano. Lo vediamo scritto sugli schermoni del cinema Pantages, vecchia istituzione dove si ospitavano gli Academy awards negli anni Cinquanta – “Carlo Rambaldi, a star for a star” – e poi di nuovo sulla facciata del Montalbàn Theater: “Carlo Rambaldi, Italian genius, Hollywood legend”.

Se ci chiediamo qual è il collegamento tra Federico Fellini, Spielberg, Luchino Visconti, David Lynch, Dario Argento, Monicelli e Pasolini (ma anche con le investigazioni sulla morte di Pinelli) la risposta è: Carlo Rambaldi. A molti potrebbe non dire nulla, ma solo finché si elencano le sue creazioni che hanno avuto un impatto, oltre che sul cinema, sull’immaginario di intere generazioni, veri feticci del mondo pop. Maestro degli effetti speciali, Rambaldi è stato anche un grande contributor all’immaginario che esce dai film e prende vita propria. A volte non serve aver visto il film per riconoscerne i personaggi. Un emiliano che si è inventato l’alieno E.T., il gorilla di King Kong, il terrificante muso di Alien con mascella retrattile, per dire solo i più famosi e per i quali ha vinto gli Oscar (tre, in tutto). Rambaldi era un costruttore di macchine, di robot, di creature che apparivano sullo schermo agli occhi del pubblico come vere, reali più che realistiche. In una caldissima giornata di ottobre è stata rivelata la sua stella, e c’è la cerimonia dove si mostra per la prima volta la piastrellona che resterà lì per sempre, finché i fuochi californiani non arriveranno anche a West Hollywood.

E all’evento per la stella a prestare omaggio tra i vari Vip c’è anche Dee Wallace – elegante con una veste cinese, occhi di ghiaccio, un passato negli horror di Wes Craven – che in E.T. faceva la madre e racconta al Foglio di quando ha visto l’alieno la prima volta, arrivando una mattina sul set. “Mi ricordo benissimo quel primo giorno. Sono entrata negli studios, mi sono girata a destra e c’erano due uomini ai lati di E.T. e mi sono bloccata e ho guardato quell’esserino”, quasi si commuove, “era così incredibile che riuscivi a vedere la sua anima. E lavorare con E.T. era come lavorare con un’altra persona. Ho un ricordo meraviglioso. Quello di Spielberg non sarebbe stato il film che è stato senza questa creazione”.

Così realistiche le opere, gli esseri di Rambaldi, che nel ‘71 dovette addirittura dimostrare davanti a un tribunale che nella scena della vivisezione canina in Una lucertola con la pelle di donna di Lucio Fulci – gli anni d’oro dell’horror erotico italiano – c’erano i robot, non dei veri cani, perché gli animalisti erano sul piede di guerra. C’è lui dietro gli effetti speciali di Profondo Rosso, e anche della Grande Abbuffata – suo il manichino di Mastroianni morto congelato sulla Bugatti – e dei pasoliniani Racconti di Canterbury – suo il diavolo meccanico. E c’è lui anche dietro al manichino anatomico che su richiesta della procura di Milano viene buttato giù dalla finestra della questura per cercare di capire come era morto, cioè ucciso, l’anarchico Pinelli, accusato – ingiustamente – della strage di piazza Fontana. Anni di piombo, commedia all’Italiana e Steven Spielberg, che carriera. Del registone, per cui aveva lavorato anche per Incontri ravvicinati del terzo tipo, diceva Rambaldi: “È un bravo ragazzo, molto allegro e amichevole. Come tutti gli americani”. Con Lynch farà i vermoni di Dune, con Mario Bava le maschere per Diabolik.
Dee Wallace, che in “E.T.” faceva la madre, ci racconta il giorno in cui vide la creazione sul set: “Era così incredibile che riuscivi a vedere la sua anima”
Nato nel 1925 nella provincia ferrarese e morto nel 2012 dopo essersi ritirato in Calabria, Rambaldi ha imparato a maneggiare strumenti e meccanismi, a costruire e incastrare e fabbricare, nell’officina di biciclette del padre. A ricordarlo, alla cerimonia, con grande tenerezza, la nipote millennial Cristina Lippolis Rambaldi, attrice tra l’Italia e New York, scintillante vestito da red carpet, parla di quando “Nonno Carlo” giocava con lei e le altre nipoti costruendo cose, condividendo i disegni, guardando le stelle col telescopio. E anche la figlia parla del suo essere molto riservato, “a quiet man”, ma anche di quanto gli si illuminavano gli occhi quando le persone gli chiedevano del suo lavoro.
Effetti speciali quindi, prima che esistessero gli effetti speciali veri e propri, quando ancora l’avanguardia hollywoodiana era la pratica più antica del mondo, quella delle marionette, del teatro di figura, a cui si applica l’animatronic, non solo la meccanica pneumatica ma poi anche l’elettronica, per aprire fauci e palpebre, per estendere artigli, per sbattere code rettili. “Pioniere della meccatronica”, dicono di lui, e il presidente di Cinecittà, il senatore Antonio Saccone, arrivato a LA, parla del suo essere un ponte “tra la tradizione cinematografica italiana e l’industria globale dell’audiovisivo”, perché “cosa c’è di più bello della tecnologia quando viene usata per creare la magia? Ci insegna che non dobbiamo avere paura del futuro, ma di giocarci”. E spiega al Foglio come secondo lui per Rambaldi “il cinema è sempre stata una grande rivoluzione tecnologica, e Rambaldi ci ha lasciato l’idea di saper cogliere le nuove tecnologie e trasformarle in pura creatività e intrattenimento”. Quindi “costruttore di attori meccanici”, come lo hanno definito alcuni, e poi orgoglio italiano.
Secondo il presidente di Cinecittà, Antonio Saccone, “Rambaldi ci ha lasciato l’idea di saper cogliere le nuove tecnologie e trasformarle in creatività”
Perché l’evento sulla Walk of Fame è anche una piccola riunione della comunità italiana e italo-americana di Los Angeles, con la presidente di Little Italy Anna Manunza, e la console generale Raffaella Valentini che, ci racconta, “quella per Rambaldi è l’occasione per raccontare l’Italia tramite le grandi eccellenze. E la nostra forza è sempre stata l’artigianalità insieme alla creatività, e in California”, la terra del tech, “sembra un contrasto, ma in realtà non lo è. Questo è il posto dove il nostro modo di essere italiani trova una nuova identità”, un incontro tra il saper fare con le mani, il sognare in grande, e le nuove tecniche. “Lo raccontiamo ogni giorno cercando di superare gli stereotipi di un paese che guarda al passato. Abbiamo artigiani straordinari, vogliamo raccontarli e promuoverli, ma consapevoli che si deve guardare al futuro, e non è un caso che da noi si venga a girare molto, e non è solo una questione di tax credit, ma perché in Italia ci sono delle maestranze bravissime. Costumisti, scenografie, effetti sonori… una tradizione che a Hollywood viene riconosciuta ampiamente”. Da quando è console Valentini ha svelato altre due stelle di compatrioti, Giancarlo Giannini e Franco Nero. Si parla di un’altra, a breve, ma c’è il segreto di stato.
Il gigantesco discorso sulla tecnologia è l’hot topic nel grande mondo dell’intrattenimento californiano. Perché anche qui c’è paura che l’intelligenza artificiale – o Superintelligenza, come la chiama ora Donald Trump – possa portare via i lavori, rendere inutili le maestranze. E parliamo con Matt Winston, il figlio di uno dei grandi creatori di effetti speciali e animatronica per film come Terminator, Iron Man e Edward mani di forbice, cioè Stan Winston, che vedeva Rambaldi come maestro, di cui riconosceva una grande audacia nel settore, capace di rendere invisibili agli occhi del pubblico le tecniche costruttive. “Senza il suo King Kong di tredici metri non ci sarebbe stato il T-rex di Jurassic Park fatto da mio padre”, ci dice Winston che, nato nell’industry, ha fatto anche l’attore in serie come Friends o Scrubs.
Gli strumenti di intelligenza artificiale aprono al dibattito su come usarli in modo etico, perché rubano l’arte altrui. Ma il vaso di Pandora è aperto. Come possiamo usare l’AI per elevare gli artisti senza rimpiazzarli? “Non possiamo lasciare alle macchine tutto il divertimento di creare. Mio padre pensava che quando il nuovo strumento tecnologico arrivava tutti pensavano che fosse l’unico strumento utilizzabile, invece il segreto per creare la magia è usare tutti gli strumenti insieme, quelli tradizionali e quelli nuovi, anche perché così il pubblico non ha idea di come siano state costruite le cose e resta meravigliato”. Winston junior, con la famiglia, ha creato una scuola per “design di personaggi per il cinema”, per non perdere queste mansioni nella grande bolgia del machine learning. Anche la nipote del “papà di E.T.”, Cristina, riconosce che “non è una competizione con l’AI, ma la missione della Fondazione Rambaldi è anche preservare qualcosa che si sta perdendo”.

Rambaldi da ragazzo voleva fare l’artista. E ovviamente, come spesso accade, la famiglia non era d’accordo. Si era iscritto all’Accademia di belle arti di Bologna. Nasceva come scultore. Ma è col cinema poi che ha trovato la sua strada, ricorda la famiglia presente all’evento “della stella”, dopo aver visto il King Kong del ‘33. Lui farà quello del ‘76, entrando nell’orbita del produttore Dino De Laurentiis che lo porta in America, paese di cui diceva che per fare le cose “non ci si perde in chiacchiere”, e che, da europeista, commentava che “se l’Europa iniziasse a ragionare come un continente unito, davvero collaborando e senza perdersi in nazionalismi inutili, allora potrebbe avere lo stesso potenziale americano”.
Oltre al voler dare vita a oggetti inanimati e a creare cose, gli interessavano anche i mondi, e aveva una grande passione per lo spazio, per gli altri universi – non un caso che poi si sia occupato di alieni – e disegnava e dipingeva. All’Istituto Italiano di Cultura di LA hanno organizzato una mostra dei suoi disegni e quadri, di mondi lontanissimi, paesaggi lunari e marziani, galassie, astronavi, isole fluttuanti nel nero del cosmo, – e alla mostra ci sono, in fila, sotto una teca, anche le sue tre statuette degli Oscar. All’opening all’IIC, anche qui pieno di italiani, ma non solo, playlist con Rocket Man e Man on the Moon, Life on Mars e Moonshadow e pasta al pesto e mondeghili, altro strumento di soft power del tricolore. È comparsata in video di Guillermo del Toro, che chiama Rambaldi “a worldwide maestro of magic”, e si dice preoccupato che il tech porti via le marionette da lui tanto amate, che combatte per riconoscere chi fa effetti speciali pratici, per riportarli sui set. E ci fa pensare all’Odissea di Nolan, che ha infuocato l’estate, svuotamento dell’epica omerica trasformata in PTSD – Troia come il Vietnam, un’Apocalypse Now (magari) ma con gli elmi piumati – dove però tutti, bipartisan, hanno celebrato il fatto che Polifemo fosse fatto di cartapesta e non con i computer, e che la trasformazione dei greci in maiali fosse “tutto vero”, cioè con “tecniche di illusione teatrale e animatronica”.

Ancora spazio, quindi, per le cose tangibili, un po’ come il ritorno al vinile. Rambaldi, questo Leonardo da Vinci, come l’ha chiamato Matt Winston, aveva anche avuto l’idea di costruire una sua Disneyland spaziale (da lì i disegni alieni) fuori Ferrara, dal nome di Millennium. Una sua Epcot sci-fi, un parco divertimenti a tema futuristico, che non è mai stato realizzato, una Gardaland con l’immaginario delle copertine dei vecchi Urania. Quando gli chiedevano, negli ultimi anni, se credeva negli alieni, Rambaldi diceva: “Beh, forse ci saranno, ma la distanza è troppa… migliaia di anni luce. Quindi noi non arriveremo mai da loro e loro mai da noi. Perciò resterà sempre il dilemma: esisteranno o meno? E comunque sarà bello non svelarlo, perché potranno essere inventate tante altre storie”.