Ho l’impressione che il segno delle manifestazioni di piazza delle ultime settimane stia cambiando radicalmente. Che abbiano acquisito una maggiore autonomia rispetto alle sigle che, finora, anno dopo anno, hanno telecomandato le proteste con parole d’ordine diverse ma costruite a tavolino: dai No-vax e No-Tav fino a “Palestina Libera-No Genocidio” e “No al Riarmo”. Ora acquistano rilievo il costo della vita, i salari, la casa, le prospettive di lavoro.
Una domanda più concreta, potenzialmente riformatrice, che può sottrarre spazio anche ai gruppi antagonisti, palestinisti o putinisti, abituati a inserire la violenza nel canovaccio della protesta. Ma servono risposte politiche: l’ordine pubblico e la solidarietà esibita non bastano.
Un ragazzo che chiede un salario decente non sta chiedendo di abbandonare l’Ucraina. Una studentessa che non riesce a pagare l’affitto non invoca la distruzione di Israele. È da questa ovvietà che comincia, o ha occasione di cominciare, la politica, che ha una duplice strada davanti: offrire risposte oppure arruolare il disagio nelle proprie campagne di propaganda.
Le piazze europee del 31 ottobre mostrano quanto sia concreta la domanda. In Germania, le manifestazioni in 34 città hanno unito opposizione alla leva, richiesta di un’istruzione migliore e protesta contro il caro vita. In Francia, studenti e sindacati hanno portato in strada il costo della vita e le difficoltà dei servizi pubblici. Le violenze e i saccheggi che hanno accompagnato questa stagione di proteste, da Francoforte a Milano, da Parigi a Torino, non devono permettere ai responsabili di diventare i rappresentanti di chi manifesta pacificamente. Chi devasta un negozio non acquista il diritto di parlare a nome di una generazione.
In Italia alcune organizzazioni riciclano ogni problema in una stessa accusa all’Occidente.
Il salario basso diventa un argomento contro la difesa europea; il disagio sociale viene incorporato nella mobilitazione contro Israele. Chi vuole lasciare l’Ucraina senza difesa si assume la responsabilità di favorire l’aggressore. Chi celebra il 7 ottobre giustifica un massacro, non difende i diritti dei palestinesi. Non serve dimostrare che un’organizzazione riceva ordini da Mosca o dall’Iran per combatterne una politica favorevole a Vladimir Putin o per la liquidazione di Israele: l’ideologismo diventa facilmente arma al servizio della guerra ibrida. Accadde anche negli anni Settanta dello scorso secolo in Italia.
Il governo deve accertare interferenze e illeciti, perseguire violenze e intimidazioni. Anche per proteggere chi manifesta pacificamente. Una repressione indiscriminata regalerebbe ai gruppi estremisti nuovi argomenti e nuovi seguaci. Ma il compito decisivo non è di polizia: è politico.
Anche i giornali hanno una responsabilità. Dario Di Vico ha segnalato ieri su X, come eccezione, il fondo di Ernesto Galli della Loggia sui «giovani ribelli». Per il resto, scrive, «cronache delle operazioni di polizia e interviste zuccherose».
È un’oscillazione che impedisce di capire: i ragazzi diventano un problema d’ordine pubblico oppure una generazione da accarezzare. Le loro richieste meritano domande esigenti: quali soluzioni, con quali risorse, a spese di quali interessi? Prenderli sul serio significa anche discuterne le proposte.
Faccio un esempio. Come osserva Paloma Lopez-Garcia, direttrice dell’IEP Bocconi, in un recente paper, la casa è insieme un bene essenziale e una riserva di ricchezza: l’aumento dei valori immobiliari favorisce chi possiede e allontana l’indipendenza di chi deve ancora acquistare. Se un giovane non può permettersi di abitare dove trova lavoro, anche le sue competenze restano senza sbocco. La scarsità di abitazioni accessibili limita le opportunità e può frenare la crescita.
Una politica per i giovani si misura qui: nella capacità di dare sicurezza senza chiudere gli accessi. Non basta promettere un sussidio se rimangono intatti gli ostacoli che rendono una casa irraggiungibile. Quindi servono più abitazioni disponibili, un’istruzione migliore, una concorrenza più forte rispetto alle rendite, un accesso al lavoro meno dipendente dalle conoscenze familiari, investimenti e produttività per ottenere salari migliori. Proposte verificabili, impegni controllabili, rappresentanti da scegliere e ai quali chiedere conto. Non nuove deleghe in bianco.
Questo richiede ai partiti che governano o aspirano a governare di cambiare le proprie priorità, contrastare rendite di posizione custodite anche nei propri bacini elettorali e spostare risorse all’interno della spesa pubblica. Non si può continuare a promettere tutto a tutti, caricando sulle generazioni successive il costo della conservazione degli equilibri presenti.
Non dobbiamo proclamare questi giovani liberali a loro insaputa. Dobbiamo dimostrare che una politica liberale può rendere possibile la loro indipendenza.
Il loro futuro non appartiene a chi vuole usarli contro l’Occidente. Ma non gli offriremo un’alternativa lasciandoli soli o chiedendo soltanto di tornare a casa.
Alla destra va detto che l’ordine non paga un affitto. Alla sinistra che sfilare non equivale a rappresentare. A entrambe va chiesto quali interessi dei propri elettori siano disposte a mettere in discussione per aprire opportunità a chi oggi ne è escluso.
Se chi governa o si prepara a governare aggirerà questa domanda, lascerà il compito di darle una risposta a chi vuole trasformare la sfiducia dei giovani in ostilità verso la democrazia.
Spero che nessuno si voglia illudere che “il movimento del 2006” sia soltanto un fuoco di paglia.