[Il benaltrismo] Le targhe personalizzate e i 2 archivi per gli automobilisti

Meloni si è decisa a dare la possibilità di personalizzare le targhe, come avviene in molti paesi, compresi Usa e Germania, ma ad un costo esoso di 600 euro. Il giochetto che le opposizioni hanno subito cominciato prende il nome di benaltrismo. Un esempio storico che oggi fa ridere e nello stesso tempo arrabbiare fu l’opposizione comunista alla tv a colori in Italia (ci mettemmo 11 anni per adeguarci agli altri paesi). La parola benaltrismo è relativamente recente, ma il meccanismo retorico che descrive esiste dunque da molto tempo. Il termine deriva dall’espressione «ben altro» ed è entrato nel linguaggio politico e giornalistico italiano negli anni Ottanta. La sua prima attestazione segnalata dalla Treccani risale al 24 novembre 1989, in un articolo di Paolo Mieli su La Stampa. Il giornalista sportivo Gianni Mura contribuì a diffonderlo. Treccani : Il punto fondamentale è questo: il benaltrismo non consiste necessariamente nel dire una cosa falsa, ma nell’utilizzare una questione diversa per evitare di affrontare quella in discussione. Se qualcuno denuncia un problema e l’interlocutore risponde che ce ne sono di più gravi, non ha dimostrato che la denuncia sia infondata. Ha semplicemente spostato il discorso.

Perché il benaltrismo è così efficace in Italia?
La sua forza risiede in tre caratteristiche.

I: fa leva su problemi reali. Chi lo utilizza raramente inventa una questione inesistente. Richiama la disoccupazione, la povertà, gli sprechi, la criminalità, le disuguaglianze. Proprio perché questi problemi esistono, la deviazione può sembrare ragionevole.

II: consente di evitare le responsabilità. Se ogni questione viene subordinata alla soluzione di un problema più grande, nessuna decisione concreta appare mai sufficiente o urgente.

III: alimenta una discussione senza fine. A ogni problema se ne può contrapporre uno più generale. La buca nella strada diventa un problema di manutenzione; la manutenzione diventa un problema di bilancio; il bilancio diventa un problema di fiscalità; la fiscalità diventa un problema di modello economico. Ogni passaggio può essere pertinente, ma può anche diventare una scusa per non intervenire mai.

Pertanto il benaltrismo italiano è l’arte di non affrontare un problema concreto, invocando un problema più grande, più generale o più urgente, fino a trasformare la ricerca delle priorità in un alibi per l’inazione. Dal momento che questa risposta è diventata in Italia sistematica, e nessun problema merita mai di essere affrontato perché ce n’è sempre uno più importante, il benaltrismo smette di essere un ragionamento sulle priorità e diventa uno strumento per non decidere.

Il problema vero è sempre un altro.

La coesistenza del Pubblico Registro Automobilistico (PRA) e degli archivi della Motorizzazione ha origini storiche diverse, ma produce una sovrapposizione di funzioni che da anni si cerca di superare attraverso la digitalizzazione e l’unificazione delle procedure.

Per inquadrare correttamente la questione, occorre distinguere tre aspetti: 1)la duplicità degli archivi; 2)la duplicazione degli adempimenti per il cittadino; 3)il ruolo dell’Automobile Club d’Italia (ACI). Non sono esattamente la stessa cosa. E la distinzione aiuta a capire perché una semplificazione apparentemente ovvia — un solo archivio digitale, un solo procedimento — sia risultata così difficile da realizzare.

  1. Perché esistono due archivi?
    La ragione principale è storica: i due sistemi sono nati per rispondere a esigenze differenti.

La distinzione fondamentale sta nel veicolo come mezzo autorizzato a circolare, e il veicolo come bene di proprietà di qualcuno.

Sono due profili differenti. È ragionevole che l’amministrazione debba conoscere entrambi, ma da ciò non discende necessariamente che debbano esistere due archivi separati, due sistemi informatici e due distinte catene amministrative. Il PRA, inoltre, non è un semplice archivio interno dell’ACI: è un registro pubblico con una funzione giuridica riconosciuta dalla legge. La sua esistenza è collegata alle disposizioni del Codice civile sulla pubblicità dei trasferimenti e degli altri diritti relativi ai beni mobili registrati. Camera dei Deputati

  1. Perché questa distinzione si traduce in burocrazia?
    Storicamente, per acquistare un’auto nuova o trasferire la proprietà di un’auto usata, occorreva coordinare adempimenti relativi alla Motorizzazione e al PRA.

Nel caso dell’auto nuova, la procedura comprende l’immatricolazione e l’iscrizione al PRA. Nel caso dell’auto usata, il trasferimento deve essere registrato negli archivi pertinenti affinché risultino aggiornati sia i dati amministrativi del veicolo sia quelli relativi alla proprietà.

Il problema denunciato dagli automobilisti è che la presenza di due amministrazioni responsabili di dati strettamente collegati ha comportato, nel tempo, duplicazioni documentali, costi amministrativi e la necessità di coordinare procedure diverse. Ma qui è necessaria una precisazione: non significa che oggi ogni automobilista debba necessariamente recarsi due volte a due uffici diversi. Già da tempo esiste lo Sportello Telematico dell’Automobilista, che consente di svolgere contestualmente le operazioni di competenza del PRA e della Motorizzazione. La questione, quindi, non è soltanto il numero degli sportelli o delle pratiche che il cittadino deve presentare. È anche il modo in cui sono organizzati gli archivi, ripartite le responsabilità e disciplinati i procedimenti.

  1. Il Documento Unico: la semplificazione è già cominciata
    Il legislatore è intervenuto con il decreto legislativo 29 maggio 2017, n. 98, che ha introdotto il Documento Unico di circolazione e di proprietà del veicolo.

La riforma è entrata a regime il 1° ottobre 2021. Prima della riforma, i documenti fondamentali erano due:

  • la carta di circolazione, relativa alle caratteristiche e alla circolazione del veicolo;
  • il certificato di proprietà, relativo alla situazione giuridico-patrimoniale registrata al PRA.
    Con il Documento Unico, le informazioni sono riunite in un solo documento, che sostituisce quelli precedenti.

La novità, però, va interpretata correttamente. È stato unificato il documento, non sono stati soppressi i due archivi. Il Documento Unico contiene infatti:

  • i dati tecnici presenti nell’Archivio nazionale dei veicoli;
  • i dati relativi alla proprietà e alla situazione giuridico-patrimoniale validati dal PRA.
    Il Ministero rilascia il documento, ma l’ACI conserva la responsabilità dei dati relativi alla proprietà e alla locazione finanziaria, mentre il Ministero risponde dei dati di propria competenza. Normattiva

Ecco il punto decisivo: la riforma ha semplificato il risultato visibile al cittadino senza realizzare una piena unificazione istituzionale e informatica degli archivi. Si tratta di un miglioramento concreto, ma non coincide con l’obiettivo più ambizioso che molti sostenitori della semplificazione amministrativa avevano in mente.

  1. Perché non si è arrivati a un unico archivio digitale?
    Qui si trova il nodo politico e amministrativo della questione.
  2. Se i dati sono digitali, non è necessario che ogni amministrazione ne possieda una copia indipendente, da aggiornare e validare attraverso procedure separate. È possibile costruire un sistema nel quale:
  • ogni informazione abbia una fonte ufficiale chiaramente identificata;
  • le amministrazioni autorizzate accedano alla stessa base informativa o a sistemi interoperabili;
  • ogni modifica venga registrata una sola volta;
  • le responsabilità giuridiche siano definite senza costringere il cittadino a ripetere gli adempimenti.
    Questo, però, richiede una scelta organizzativa e legislativa: non basta informatizzare le procedure esistenti.

Nel caso automobilistico, inoltre, unificare gli archivi non significa necessariamente abolire la funzione del PRA. Un registro pubblico della proprietà può essere utile per garantire la certezza dei trasferimenti, rendere conoscibili i diritti di terzi e tutelare chi acquista un veicolo. La vera domanda è se questa funzione debba essere esercitata attraverso un archivio distinto, gestito da un ente distinto, oppure possa essere integrata in un sistema pubblico unitario.

La tecnologia consente entrambe le soluzioni. La scelta dipende dall’assetto istituzionale che si vuole realizzare.

L’Automobile Club d’Italia (ACI) non è un ministero né un organo politico in senso stretto. È un ente pubblico non economico a base associativa, che rappresenta l’automobilismo italiano e riunisce gli Automobile Club territoriali. Gestisce il PRA per conto dello Stato, oltre a svolgere altre attività nel settore automobilistico. Il punto critico è che una funzione pubblica di particolare rilievo — la gestione del registro della proprietà degli autoveicoli — è affidata a un ente che ha anche una propria organizzazione, una propria governance e una propria struttura economica. È però legittimo chiedersi se l’assetto attuale sia quello più semplice ed economico per i cittadini.

La questione non è soltanto teorica. La legge 2 dicembre 2025, n. 182, all’articolo 35, ha previsto un riordino dell’ACI, mantenendone la natura di ente pubblico non economico a base associativa e le competenze.

Tra le novità figura l’istituzione di un comitato tecnico di vigilanza sulla gestione del PRA, composto prevalentemente da rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, con la partecipazione anche di rappresentanti dell’ACI. Giustizia Tributaria. È un intervento che riguarda la governance e la vigilanza, ma non equivale alla soppressione del PRA o alla fusione dei suoi archivi con quelli della Motorizzazione. In altre parole, il legislatore è intervenuto sull’organizzazione dell’ACI senza eliminare il modello fondamentale della doppia competenza. Chi paga questa organizzazione?
E quanto costa agli automobilisti?

Quanto si potrebbe risparmiare se l’intero procedimento fosse organizzato attraverso un’unica struttura amministrativa e informatica?

L’Italia ha mantenuto due sistemi amministrativi distinti perché la gestione della circolazione dei veicoli e la pubblicità giuridica della loro proprietà rispondono a esigenze differenti. Questa distinzione ha una sua ragione, ma non impone necessariamente la duplicazione degli archivi e delle procedure.

La riforma del 2017 ha introdotto il Documento Unico, entrato a regime nel 2021, senza sopprimere la distinzione tra PRA e Archivio nazionale dei veicoli. La legge del 2025 ha poi previsto un riordino della governance dell’ACI, ma non ha realizzato l’unificazione dei due sistemi.

La questione centrale è quindi politica e istituzionale, prima ancora che tecnologica: decidere se mantenere due strutture distinte, migliorandone il coordinamento, oppure organizzare le stesse funzioni all’interno di un sistema pubblico unitario.

Occorre chiedersi dunque perché il cittadino debba ancora sopportare le conseguenze di un’organizzazione nata in un contesto amministrativo molto diverso.

La semplificazione dovrebbe partire da un principio elementare: se un’informazione è già disponibile alla pubblica amministrazione, il cittadino non dovrebbe essere costretto a ripresentarla o a sostenere costi aggiuntivi soltanto perché le amministrazioni sono organizzate in compartimenti separati.