Il Rapporto annuale sulle spese fiscali ha calcolato che il buco dei mancati versamenti o abbuoni per il 2026 sarà di 129,7 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 118,9 miliardi dell’anno precedente. Un importo pari a 6 manovre fiscali messe insieme.
L’ammanco fa ancora più impressione nei giorni in cui il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, si affanna a cercare le coperture per una manovra che dovrebbe aggirarsi intorno ai 23 miliardi di euro. E in cui tutti i partiti di maggioranza non fanno altro che aggiungere deroghe su deroghe nelle loro proposte per quella che sarà l’ultima legge di bilancio prima delle elezioni.
Più volte il ministro dell’Economia ha ribadito la volontà di razionalizzare le tax expenditures, ma non è mai andato oltre le parole.
Limitandosi alle misure erariali, senza dunque le agevolazioni fiscali locali, quando si è insediato il governo Meloni erano in vigore 626 tax expenditures contro le 573 attuali. Eppure, il minor gettito per le casse dello Stato è cresciuto da 82,6 a 118,9 miliardi, con la prospettiva di salire ulteriormente nell’anno in corso a 129,7 miliardi di euro.
Le spese più conosciute. Si va dagli sconti per le spese sanitarie, agli interessi sul mutuo, da quelle per gli animali domestici alle tasse per la scuola dei figli fino ai funerali. Ma ve ne sono molte altre di cui non si immagina nemmeno l’esistenza e sono talmente tante e mirate che gli esperti del Mef non esitano a chiamarle dei veri e propri favori elettorali che riguardano ogni settore, dall’agricoltura ai trasporti, dalle imprese alle banche, dalla casa alle persone fisiche fino alle varie associazioni no profit.
L’Italia ha un primato nelle tax expenditures, non tanto in percentuale sul Pil, quanto in numero di voci, che sono parecchie, con un importo basso, se non a volte trascurabile, e con pochi e mirati beneficiari.
Ben 139 misure fiscali hanno un costo in termini di gettito inferiore ai 10 milioni e altre 143 sono definite trascurabili. Sono clientelari ma insieme valgono poco.
Le 23. Sono invece 23 le voci che hanno un peso superiore al miliardo di euro, rappresentano solo il 4% delle tax expenditures, ma impattano complessivamente per 108 miliardi sui conti del Tesoro.
La Missione con un costo maggiore è la numero 19, “Casa e assetto urbanistico” con circa 71,7 miliardi di euro, seguita dalla Missione 26, “Politiche per il lavoro” con un passivo di 17,3 miliardi di euro e dalla Missione 11, “Competitività e sviluppo delle imprese” con circa 12,3 miliardi di euro.
Seguono le Missioni 24, “Diritti sociali, politiche sociali e famiglia” con circa 7,6 miliardi di euro, la Missione 20, “Tutela della salute” con circa 6,5 miliardi di euro e la Missione 29 “Politiche economico- finanziarie e di bilancio e tutela della finanza pubblica” con circa 3,2 miliardi di euro.
La casa è il settore più agevolato. Il primato negativo spetta dunque alla Casa, dove, oltre alla cedolare secca (3,3 miliardi) e agli interessi sui mutui per la prima casa (1,3 miliardi), incidono soprattutto i vari bonus edilizi che sono stati rinnovati, e solo in parte ridotti, dai governi che si sono succeduti.
Per il 2026, l’Ecobonus pesa per 15,2 miliardi, il Superbonus per 16,9 miliardi, le ristrutturazioni per 10,8 miliardi, il Sisma bonus per 10,1 miliardi, il bonus facciate per 2,8 miliardi, una valanga di soldi che dovrebbe far riflettere prima di introdurre una qualsiasi nuova tax expenditures.
Basterebbe Stare fermi nei prossimi due anni. Se non venissero rinnovati gli sconti nelle manovre 2027 e 2028, il buco nei conti dello Stato dovuto ai bonus edilizi dovrebbe passare dai 53,1 miliardi del 2026 ai 15,1 miliardi del 2028.
Porre un freno alle tax expenditures, razionalizzandole, è un obiettivo che dovrebbero avere tutti i governi, perché oggi la “political economy” delle spese fiscali ha poco a che fare con obiettivi tributari, distributivi o di efficienza.
Sono per lo più, secondo gli stessi esperti del Mef, mancette elettorali.