Fare una gita a Chiasso per Arbasino e per i nostri politici in cerca di modelli

Parlo per me, ma scrivo sul mio blog, non su un giornale, e quindi mi sia consentito. Per tanti anni, troppi, sono andato dietro ad intellettuali finissimi e coltissimi, ma con un vizio di fondo: erano stanziali prima che Vito Teti nobilitasse la restanza. Pensate agli anni settanta, qualche dirigente comunista era stato in Urss e le loro analisi internazionali erano basate solo su tali conoscenze. Così come non basta andare in vacanza a Praga per conoscere la Cecoslovacchia, a Parigi per conoscere la Francia, o a New York per conoscere l’America, le analisi globali devono basarsi su conoscenze meno impressioniste. Cosa diremmo di uno straniero che soggiorna dieci giorni a Roma e poi vuol spiegare l’Italia e gli italiani?

Solo con l’età si capiscono cose che, facilmente, prima si sono trascurate. Una di queste è che il valore di un opinionista, su qualsiasi mezzo si esprima, si gioca sul suo passaporto. Famoso è sempre stato Sergio Romano, l’esempio più iconico di ex ambasciatore a Mosca trasformatosi poi in influente opinionista. In Russia come ambasciatore risiedette dal 1985 al 1989, proprio durante gli storici anni della perestrojka di Mikhail Gorbaciov. Dopo essersi dimesso dalla carriera diplomatica nel 1989, è diventato uno dei più noti storici, scrittori e commentatore di “geopolitica” per grandi quotidiani come il Corriere della Sera e La Stampa, oltre a essere un ospite fisso in numerosissimi talk show televisivi e programmi di approfondimento culturale. Solo che più di qualcuno fece notare il suo particolare metodo di lavoro, in Russia in pratica non usciva di casa, però lesse tutti i libri sulla storia dell’Unione Sovietica, oltre che i giornali e i periodici. Egli sosteneva che solo attraverso la cultura fosse possibile conoscere un popolo e i suoi governanti, non certo andando nei supermercati e nelle periferie rurali. Fatti i dovuti distinguo – Romano è stato di certo uomo di grande spessore culturale – la corrispondente Rai Giovanna Botteri, ora dopo la pensione immancabile prezzemolino di tante trasmissioni, era solita, in qualsiasi città abbia lavorato, adoperare lo stesso metodo di lavoro: le notizie che dava le apprendeva, come noi da casa nostra, attraverso internet. Usciva poco.

E’ possibile che due politici come Schlein e Renzi non abbiano mai messo piede in Ucraina? Questi due parlano dunque di cose che non conoscono, e sull’Ucraina cosa possono spiegarci? A fine settembre è comparso un articolo di Andrea Graziosi sul Foglio di ritorno, e non era la prima volta, da Kyiv.

“Vivere anche per poco tempo a Kyiv costringe insomma a riflettere su cosa sono diventati, stanno diventando, e diventeranno concetti che sono al tempo stesso realtà politiche in veloce evoluzione come Europa – inclusa un’Ucraina che combatte per farne parte – occidente, vale a dire il vecchio insieme il cui cuore era costituito dal blocco tra Stati Uniti, Europa occidentale e stati di origine europea come Canada e Australia, e una Russia dietro cui si intravede la presenza cinese e, più in lontananza e meno schierata, quella dell’India, la probabile nuova superpotenza mondiale. Provo quindi a ripensarci, come ho fatto sul treno per e da Kyiv, con le sue tante ore di ritardo“.

Tanti sono convinti che da Roma si possa oggi prendere un aereo per la capitale ucraina. Invece no, a causa della guerra lo spazio aereo civile ucraino è chiuso e non è possibile raggiungere Kyiv con un normale volo commerciale diretto. La soluzione è volare da Roma verso un aeroporto di un Paese vicino all’Ucraina e proseguire via terra, oppure raggiungere la Polonia o un altro Paese confinante con treno e autobus. Quindi aereo Roma–Varsavia + treno per Kyiv. Oppure aereo Roma–Cracovia + autobus per Kyiv.

Graziosi, che ha soggiornato a lungo in Russia e in America, essendo uno storico, è uno dei pochi che ancora riesce a raccontare certi fenomeni globali. Leggevo i suoi articoli sul Foglio e ogni volta li trovavo illuminanti, ma poi in libreria scovai per caso, era il 2023, il suo libro “Occidenti e modernità”. Nel risvolto di copertina lessi la seguente descrizione: “Il Covid e l’invasione russa dell’Ucraina hanno illuminato di colpo l’evoluzione e la crisi delle società occidentali e facendo ciò, hanno reso evidente quanto le categorie con cui siamo cresciuti e abbiamo interpretato il Novecento, e, le nostre stesse vite, siano ormai logore. Andrea Graziosi riflette sulle cause e le conseguenze dei mutamenti che hanno progressivamente trasformato l’Occidente scaturito dal secondo conflitto mondiale“.

Per me è stato un libro fondamentale per tentare di orientarmi in questo mondo così diverso da quello che conoscevo. Negli anni settanta ho passato tante ore a leggere le analisi, gli interventi, gli articoli, di Lucio Magri e Rossana Rossanda. Oggi, per essere sintetico, posso dire che entrambi erano alla ricerca di una terza via, avevano creduto nell’esperimento sovietico e poi in quello maoista.

Oggi sono sempre più convinto della grandezza intellettuale di uno scrittore come Alberto Arbasino. Il 23 gennaio 1963 apparve un suo articolo sul quotidiano milanese Il Giorno, intitolato La gita a Chiasso. Quell’ articolo è diventato una delle formule più celebri della critica letteraria italiana del Novecento.
Chiasso, cittadina svizzera sul confine con l’Italia, era il simbolo concreto di una frontiera che gli intellettuali italiani avrebbero dovuto attraversare, almeno idealmente, per entrare in contatto con la cultura europea. L’espressione divenne proverbiale e Arbasino riprese successivamente il tema anche nelle sue opere letterarie, tra cui Fratelli d’Italia.

Egli si rivolgeva anzitutto agli scrittori, ai critici letterari, agli intellettuali e, più in generale, alla classe colta italiana. Non invitava semplicemente a fare un viaggio in Svizzera: chiedeva loro di uscire dal ristretto orizzonte culturale nazionale e di conoscere direttamente ciò che si scriveva e si pensava in Europa. Perché riteneva necessaria questa «gita»? Innanzitutto per combattere il provincialismo italiano. Egli riteneva che una parte importante della cultura italiana fosse rimasta chiusa nei propri confini, troppo legata ai suoi autori consacrati, alle consuetudini accademiche e ai dibattiti interni, senza confrontarsi adeguatamente con le grandi correnti europee. Poi occorreva recuperare un ritardo culturale evitabile. Treccani riassume questo rimprovero osservando che Arbasino voleva evitare che la sua generazione ripetesse gli errori di quella precedente, che aveva sprecato anni preziosi «inventando la ruota» quando altrove si erano già compiuti importanti progressi. Infine, Arbasino voleva aggiornare la cultura italiana senza rinnegare la sua tradizione.

Non chiedeva cioè di sostituire gli autori italiani con quelli stranieri per il semplice fatto che fossero stranieri. Voleva che gli scrittori italiani conoscessero le esperienze internazionali e le utilizzassero per ampliare le proprie possibilità espressive e critiche. La sua era dunque una battaglia contro l’autosufficienza culturale, non un invito ad accettare indiscriminatamente tutto ciò che proveniva dall’estero.

Ora, mentre Arbasino invitava gli intellettuali ad andare a Chiasso per procurarsi libri che in Italia erano poco conosciuti o poco considerati, tanti politici italiani, di ieri e di oggi, di destra e sinistra, cercano all’estero qualcuno al quale ispirarsi. Negli anni settanta ricordo sempre un periodo in cui in Italia sul Manifesto s’infatuarono del generale Otelo Saraiva de Carvalho, principale stratega della Rivoluzione dei garofani del 25 aprile 1974 in Portogallo (l’insurrezione militare incruenta che pose fine a oltre quarant’anni di dittatura salazarista). Oggi Meloni ha preso ad esempio Orban e Trump, a Salvini piacciono i Maga, Putin, Le Pen e Farage; Di Maio andò dietro ai gilet gialli e a Podemos di Pablo Iglesias, un partito politico spagnolo d’ispirazione alter-globalista ed eco-socialista, contrario all’austerità dell’Unione europea e propugnatore della democrazia diretta e della difesa dei diritti sociali. La sinistra come al solito è varie ed eventuali, passa da Yanis Varoufakis (Grecia) allo spagnolo Pedro Sànchez, a Jean-Luc Mèlenchon (Francia), o Jeremy Corbin (Regno Unito), Bernie Sanders e Kamala Harris (Usa).

Mentre Arbasino sottolineava la difficoltà della cultura italiana ad aprirsi tempestivamente alle esperienze intellettuali internazionali, si può ben dire che la politica italiana mantiene sempre la porta aperta per far entrare il vento di correnti politiche straniere. Se poi oltre al vento, entrano anche soldi, meglio mi sento.