Magica la scrittura del regista: si passa dall’ironia alla lacrima, dalla nostalgia al disincanto e si comprende cosa rappresenti il ’68 con personaggi disegnati alla perfezione, attraversati da un “grande freddo” che ha congelato il fuoco che divampava nel passato. La malinconia, infatti, nasce dalla parentesi offerta da questo weekend: un attimo nel tempo per rivivere il passato, una bolla che scomparirà. Indimenticabile la scena del funerale con “You can’t always get what you want”. (Martino Breve. Spietati)

(federico platania) Sarebbe diventato, se non il film generazionale per antonomasia, sicuramente uno dei titoli più rappresentativi del genere. Quando Il grande freddo di Lawrence Kasdan uscì nelle sale americane il 28 settembre di 43 anni fa, i critici statunitensi ne sottolinearono soprattutto i meriti artistici. Il Time lo avrebbe definito «un film di feroce intelligenza», il New York Times ne avrebbe parlato come di «una commedia seria e ben costruita». La storia è quella di un gruppo di uomini e donne con forti legami di amicizia e ideali condivisi ai tempi dell’università che, dopo essersi persi di vista, si ritrovano in occasione del funerale di un loro amico. L’imprevisto raduno diventa occasione per fare il bilancio della vita dei singoli personaggi e, inevitabilmente, di un’intera generazione.
Al suo arrivo in Italia furono soprattutto gli aspetti ideologici a venire messi in primo piano, a partire da un servizio della Rai che etichettò senza appello la pellicola: «un film reaganiano». I titoli delle recensioni apparse sui quotidiani italiani sono rappresentativi del modo in cui venne recepito il film qui da noi: «I sessantottini invecchiano» (La Stampa), «Il gelo dopo il Sessantotto» (L’Unità). Kasdan, insomma, venne identificato come il regista di un film “politico” per una storia che – a ben vedere – con la politica ha poco a che fare.
Non è un caso se nella poderosa storia di Hollywood firmata da David Thomson (La formula perfetta, pubblicata in Italia da Adelphi per la traduzione di Gilberto Tofano), il nome di Lawrence Kasdan non compaia neanche una volta. Forse Thomson, che John Banville ha definito «il più grande critico cinematografico vivente», non è riuscito a collocare Kasdan in un punto preciso della sua ricerca storica. Del resto dove incasellare qualcuno che è al tempo stesso uno degli sceneggiatori della saga di Guerre Stellari e il regista di film d’autore come Turista per caso, passando per il western di Wyatt Earp e l’horror dell’Acchiappasogni?
All’inizio degli anni Ottanta, Kasdan è un giovane e promettente sceneggiatore corteggiato dai nomi emergenti della nuova Hollywood. Viene scelto da Spielberg per scrivere I predatori dell’arca perduta. Lucas lo vuole al suo fianco per le sceneggiature dell’Impero colpisce ancora e del Ritorno dello Jedi. Nel frattempo si è messo per la prima volta dietro la macchina da presa per Brivido caldo, un thriller che segnerà l’inizio del sodalizio artistico tra Kasdan e William Hurt, qui nel ruolo del protagonista.
Nella seconda prova registica, deciso ad affrancarsi dalle dinamiche di coppia già esplorate nel film d’esordio, Kasdan si cimenta con un film corale, pur consapevole che questo complicherà la ricerca di un produttore. Si mette al lavoro sullo script insieme a una sceneggiatrice esordiente, Barbara Benedek, e dopo alcuni tentativi a vuoto riesce a farsi produrre il film dalla Carson Entertainment. Il film arriva nelle sale nel 1983, distribuito dalla Columbia.
Il grande freddo si apre con la vestizione del cadavere Alex, il membro del gruppo che con la sua morte fa da magnete e attrae tutti gli altri personaggi. Alex si è suicidato senza lasciare un biglietto di addio. Si è tagliato le vene mentre si trovava a casa di Harold e Sarah (Kevin Kline e Glenn Close). Conosciamo così tutta la ex comitiva studentesca: Harold e Sarah hanno una catena di negozi di calzature, Meg (Mary Key Place) è un avvocato immobiliarista, Sam (Tom Berenger) ha conquistato la notorietà grazie al ruolo di protagonista in una serie di telefilm, Nick (William Hurt) è un reduce dal Vietnam con un passato da conduttore radiofonico, Karen (JoBeth Williams) è una casalinga sposata con un pubblicitario e Michael (Jeff Goldblum) è un giornalista.
Dunque, il classico film in cui un gruppo di persone riflette sul passato perduto e fa i conti con la propria disillusione. E, sia chiaro, Il grande freddo è anche questo. Ma in molte scene il dramma prende i toni di una commedia grintosa. Non mancano, ad esempio, battute macabre sull’amico suicida. Il defunto Alex diventa il capro espiatorio dell’intero gruppo. Quasi un Cristo generazionale che deve morire per permettere agli altri di continuare ognuno con la propria vita.
Nel Grande Freddo, invece, l’ultima battuta di Michael, «Non ce ne andiamo, non ce ne andremo mai» (che suona quasi come il finale dell’Innominabile beckettiano «Non posso continuare. Continuerò.») chiude il film con una determinazione inaspettata. Se nei film generazionali il passaggio all’età adulta coincide invariabilmente con la fine del sogno, nel Grande freddo Kasdan sembra proprio dirci che il sogno può continuare.