Imparare a orientarsi in una città sconosciuta, abituarsi al silenzio di un fiume del Nord Europa dopo essere cresciuti tra i colori e l’energia di Napoli, scoprire che la scuola può valutare le competenze reali anziché la memoria. C’è un prima e un dopo nella vita di chi sceglie di frequentare un anno scolastico all’estero: una sfida formativa che trasforma l’autonomia e la maturità dei ragazzi in un bagaglio di competenze per la vita. Lo conferma l’esperienza di Intercultura, l’associazione non profit che da oltre 70 anni offre agli studenti delle scuole superiori l’opportunità di vivere e studiare all’estero, supportandoli con un piano di aiuti economici (per il prossimo anno scolastico 2027-28, con iscrizioni aperte fino al 10 novembre, Intercultura mette a concorso oltre 1.000 borse di studio basate su merito e reddito per 60 destinazioni nel mondo). Tra chi sta vivendo in prima persona questa trasformazione c’è Martina Lucca, diciassette anni, studentessa di un liceo linguistico ad indirizzo orientale a Napoli, che sta trascorrendo il quarto anno di liceo a Turku, in Finlandia.
Cosa ti ha spinto a scegliere proprio la Finlandia per il tuo anno all’estero, e qual è stata la prima cosa che ti ha sorpreso all’arrivo?
«Ho sempre avuto una forte passione per la cultura nordica. Quando ho presentato la domanda, tra le preferenze, ho inserito tutti i Paesi dell’Europa del Nord. Sono felicissima che la scelta sia caduta sulla Finlandia. Ora mi trovo a Turku, una città grande e dinamica a circa 150 chilometri da Helsinki. La prima cosa che mi ha davvero stupito è stata la grande tranquillità e il silenzio per strada: ci sono tantissime zone immerse nella natura e un fiume meraviglioso che attraversa la città, dove ci si può rilassare. Passare dall’euforia e dal ritmo travolgente di Napoli a questo contesto è stato un cambiamento notevole, ma bellissimo».
La scuola finlandese è considerata una delle migliori al mondo. Quali sono le differenze rispetto al liceo in Italia?
«È un approccio completamente diverso, molto simile a quello che in Italia si vive all’università, ma ci si adatta volentieri perché allarga gli orizzonti. L’anno scolastico è suddiviso in 5 periodi di circa sei settimane ciascuno, seguiti da una settimana dedicata agli esami. Per ogni periodo si scelgono da 4 a 7 materie a seconda del proprio piano di studi. In questo primo periodo, ad esempio, sto frequentando inglese, arte, musica, filosofia e storia. Non abbiamo una classe fissa: siamo noi studenti a cambiare aula ad ogni lezione. La giornata tipo prevede lezioni da 75 minuti, intervallate da 15 minuti di pausa, ed è previsto un intervallo più lungo per il pranzo, che è gratuito per tutti gli studenti. Cambia radicalmente anche la gestione del materiale: qui i libri cartacei quasi non esistono, la didattica passa interamente attraverso il computer e le lavagne multimediali, con la scuola pronta a fornire i dispositivi digitali e gratuiti a chiunque. È un modello flessibile, basato sull’autonomia, dove ognuno costruisce giorno per giorno il proprio percorso».
Come funziona la valutazione?
«La differenza principale è che qui la valutazione non si basa sul nozionismo o sulla memorizzazione di date e fatti storici, ma sulle competenze reali e su come lo studente lavora durante tutto il periodo. Per far capire il clima: per l’esame di musica il professore mi ha detto che faremo una conversazione tranquilla davanti a una tazza di caffè. Si fanno meno cose alla volta, ma le si approfondisce bene (“poco e buono”). Anche per quanto riguarda i voti, non c’è alcun tipo di competizione o invidia: non esiste la cultura del confronto. Ognuno è concentrato sul proprio percorso di studi e sul proprio miglioramento personale. Rispetto all’Italia, ansia e stress da prestazione sono praticamente azzerati, ed è un approccio molto più delicato e rispettoso dei tempi di ciascuno».
Come descriveresti il rapporto con i docenti?
«Molto più informale rispetto all’Italia. Non si dà del lei: i docenti si chiamano per nome, si scherza e ci si parla in totale serenità. C’è molta più libertà e non si ha mai il timore di chiedere chiarimenti o fare domande. E poi c’è grande spazio per i laboratori pratici di arte e musica: durante le lezioni i docenti mettono persino la musica di sottofondo per aiutarci a entrare in sintonia e creare».
Oltre alla scuola, come stai vivendo l’impatto con la lingua e con la tua famiglia ospitante?
«La scuola offre corsi di finlandese gratuiti e sto già imparando molto, anche grazie ai compagni di classe che sono stati accoglienti fin dal primo giorno. Con la mia famiglia ospitante — i due genitori e una sorella della mia età — è stato amore a prima vista. Mi hanno fatta sentire subito una di casa, non un’ospite. Hanno la loro routine e ci tengono alla collaborazione: abbiamo turni per le faccende domestiche e ognuno dà una mano. Per quanto riguarda le chiamate con la mia famiglia a Napoli, ci sentiamo circa una volta a settimana, sembra poco ma a me basta così, serve anche per favorire un’integrazione profonda nel Paese ospitante, e i miei genitori sono tranquilli perché sanno che sto bene».
Cosa ti sta insegnando questa esperienza in termini di autonomia e maturità?
«Per prima cosa, a prendere iniziative e ad avere un coraggio che non sapevo di possedere. Già nei primi giorni, alle sei e mezzo del mattino, prendevo il bus da sola per esplorare la città in totale sicurezza e curiosità. Ho dovuto tirare fuori la grinta anche sul piano relazionale: per fare amicizia nei primi tempi ho dovuto muovermi io per prima, fare il passo in avanti e iniziare a parlare con i coetanei. A questo si aggiunge la gestione quotidiana della vita domestica, con la mamma affidataria cuciniamo insieme e sto imparando la cucina finlandese. Tutti questi piccoli tasselli mi stanno facendo crescere tantissimo. Quando rientrerò in Italia per affrontare il quinto anno e l’esame di maturità, porterò con me la capacità di cavarmela in ogni situazione».
Che cosa diresti a uno studente della tua età che sta valutando se fare un anno all’estero?
«Capisco la paura e il timore di stare lontani da casa per tanto tempo. Ma vale la pena fare lo sforzo di uscire dalla propria zona di comfort: cambiano i ritmi, cambia lo stile di vita, ma è un’esperienza che ti apre la mente e ti trasforma per sempre».
(frasco) Al De Fazio di Lamezia ospitammo, tanti anni fa per alcuni mesi, 6 studenti finlandesi. La cosa fu possibile grazie ad un insegnante sambiasino che si era trasferito in Finlandia da più di dieci anni e me la propose. Non siamo passati attraverso Intercultura, la benemerita associazione che a Lamezia ha curato la prof. ssa Gianna Richichi. Le studentesse finlandesi mi hanno insegnato molte cose, che ora Martina Lucca spiega in questa intervista. Ecco perchè decisi di far fare a scuola due intervalli invece di uno e misi in cantiere altre iniziative come “La storia di Anna e Marco”. Le finlandesi non si capacitavano di come gli studenti italiani possano passare 6 ore seduti in classe, loro si muovono dentro e fuori della scuola. La natura, boschi, foreste, giardini, circonda le loro scuole e dunque una delle materie, mi dissero, più amate è “Il bosco”. Biologia e scienze naturali insieme, insegnate non dentro una classe ma all’aperto. Quello che in Italia si potrebbe fare, per me si dovrebbe, ma è un concetto distopico, me ne rendo conto, al momento impossibile, è diminuire le materie di studio e personalizzare il percorso di ciascuno. Come avviene in Finlandia, per ogni periodo scegliersi da 4 a 7 materie, a seconda del proprio piano di studi, consentirebbe di costruire una scuola su misura di ciascuno. In fondo, è facile capirlo, si tratterebbe di anticipare i nostri studi universitari, dove ognuno sceglie il suo percorso, fermo restando che ci sono materie comuni a tutti e ciascuno decide quando sostenere l’esame. Quello che in Italia non funziona più, da tempo, è la scuola superiore per come è strutturata. I docenti italiani cambiano classe, mentre gli alunni stanno fermi nei banchi. Occorre capovolgere lo schema: studenti nati nel 2000 non possono fare quello che erano obbligati a fare studenti nati nel 1950. I due studenti dopo mezzo secolo si sono sviluppati in maniera diversa. Quando lo capiranno?