Schlein, magari per te Lucrezia Reichlin è un moderato (ci vuole la crescita)

Siamo nel mezzo di una tempesta: guerra, crisi geopolitica, tassi in rialzo in tutto il mondo su debiti elevati quasi ovunque, prezzi dell’energia ai massimi dalla fine del 2022, con il gas salito a settembre a oltre 81 euro al megawattora.

L’Italia la affronta in una posizione che dieci anni fa sarebbe stata difficile da immaginare. Lo spread francese sulla Germania è ai massimi dal 2012 e oggi Roma si finanzia a costi inferiori a quelli di Parigi. Le agenzie di rating hanno premiato continuità politica e disciplina sul saldo primario.

Quella disciplina, però, non protegge dal costo del denaro. Abbiamo un avanzo primario dello 0,8 per cento del Pil, ma gli interessi su un debito al 137 per cento portano il disavanzo al 3,1 per cento. E restiamo vulnerabili sull’energia: il gas produce quasi metà della nostra elettricità, e un terzo del gas liquefatto importato l’anno scorso veniva dal Qatar. Lo stesso shock alza il costo del debito, abbassa la crescita e spinge a spendere contro il caro bollette.

Ma ciò che deciderà dove sarà l’Italia fra dieci anni è la crescita. La sostenibilità del debito dipende dal saldo primario e dalla differenza fra il tasso reale che paghiamo per rifinanziarlo e la crescita dell’economia. Il primo l’abbiamo messo in ordine; il tasso non lo controlliamo; la crescita è ferma da un quarto di secolo.

La produttività è il peccato originale.

Si è fermata a metà degli anni Novanta, prima dell’euro e delle crisi, proprio quando l’informatica e le telecomunicazioni facevano accelerare quella americana. L’Italia quelle tecnologie le ha comprate, ma non ha saputo usarle: sfruttarle richiedeva di riorganizzare le imprese, e imprese piccole, a gestione familiare, con dirigenti scelti più per fedeltà che per merito, non lo hanno fatto. La storia si ripete con l’intelligenza artificiale: le imprese europee la adottano quanto quelle americane, ma la impiegano in meno funzioni e investono in capitale organizzativo poco più della metà. Secondo l’Upb ufficio parlamentare di bilancio , il valore aggiunto per ora nel 2025 è appena sopra il livello del 1995.

La demografia è ormai il vincolo più stringente: secondo l’Istat la popolazione in età da lavoro calerà di un quinto entro il 2050, e la disoccupazione scende in gran parte perché si restringe la forza lavoro.

Ci si chiede perché i giovani italiani non siano in piazza come quelli francesi. Una risposta è semplice: sono sempre meno, e chi può se ne va. Secondo l’Istat nel 2024 sono espatriati 141 mila cittadini italiani, un picco, a fronte di 58 mila rientri; e fra il 2014 e il 2023 il Paese ha perso, al netto dei rientri, circa 97 mila giovani laureati. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, i salari reali sono ancora quasi del 9 per cento sotto il livello del 2008, il risultato peggiore del G20. È un circolo vizioso: bassa produttività, salari bassi, partenza dei più qualificati, meno capitale umano. I giovani non protestano ma se ne vanno. L’Italia cresce con la produttività o non cresce.

Il paradosso è noto. L’Italia ha uno dei maggiori avanzi manifatturieri al mondo, prodotto da medie imprese familiari inserite nelle filiere tedesche e francesi. Accanto a loro vive una coda lunghissima di microimprese poco produttive: l’impresa media ha quattro addetti, un terzo di quella tedesca. Ma esportare non è essere competitivi: siamo fortissimi in ciò che era nuovo cinquant’anni fa, e proprio questa metà forte è oggi la più esposta alla stagnazione tedesca e alla concorrenza cinese. Il sistema ha protetto il dualismo, rinviando l’uscita delle imprese con garanzie, moratorie e Superbonus. Un sistema bancocentrico lascia sopravvivere le buone imprese senza farle crescere e tiene in vita le cattive. Il problema non è la mancanza di risparmio: è che troppo poco diventa capitale di rischio.

Per capire dove sono le opportunità bisogna partire da ciò che funziona. Primo, consolidare le medie imprese. Gli strumenti ci sono, compresi quelli con cui lo Stato entra temporaneamente nel capitale accanto ai privati, come fa in Francia Bpifrance. Ma in Italia sono rimasti quasi inutilizzati: il vincolo sono famiglie restie ad aprire il capitale. Secondo, investire nelle reti energetiche. Il denaro non manca: Terna, Snam e Italgas sono remunerate in tariffa. Gli ostacoli sono pubblici: autorizzazioni lente, pressione sulle bollette, uno Stato insieme regolatore e azionista. La priorità è ridurre la parte di energia che paga il prezzo del gas, con contratti di lungo periodo e aste a prezzo garantito per rinnovabili e accumuli. Terzo, orientare il risparmio verso il capitale di rischio: con l’iniziativa Tibi la Francia, senza denaro pubblico, ha portato assicuratori e banche a impegnare circa 13 miliardi in due fasi nelle imprese tecnologiche. Da noi conterebbe più di qualunque fusione. Quarto, smettere di premiare la piccola dimensione: il regime forfettario tassa al 15 per cento il reddito degli autonomi con ricavi fino a 85 mila euro, mentre un dipendente paga un’Irpef con aliquote marginali del 33 e del 43 per cento. Superare la soglia costa caro: è un incentivo a restare piccoli.

Le aggregazioni, in realtà, non mancano: il risiko bancario e l’acquisto di Tim da parte di Poste ne sono la testimonianza. Ma sono operazioni in settori domestici e regolati, al riparo dalla concorrenza internazionale. Aumentano la dimensione, non la produttività: spostano il controllo su depositi, commissioni e reti, cioè su rendite nazionali. La crescita dimensionale di cui abbiamo bisogno riguarda le medie imprese manifatturiere che competono sui mercati globali e i gruppi capaci di consolidare in Europa. E lo Stato non ha sostenuto chi prova a giocare su scala europea: mentre UniCredit costruiva la sua posizione in Commerzbank, il governo ne ha condizionato con il golden power l’offerta su Banco Bpm, fino al ritiro. Il risiko redistribuisce rendite fra italiani; non costruisce scala europea.

L’agenda europea della competitività è un’agenda di scala, e il problema dell’Europa è lo stesso dell’Italia: non la scienza né il denaro pubblico, ma la conversione di idee, spesa pubblica e risparmio in imprese di dimensione adeguata. L’Italia ha alcuni campioni capaci di giocare questa partita, nelle banche e nella difesa. E se l’Europa procederà per coalizioni di volenterosi, le risorse andranno dove ci sono già spazio fiscale e imprese capaci di assorbirle. L’Italia deve farsi trovare dentro, non sulla porta.

Entriamo in questa tempesta con più credibilità che in qualunque momento degli ultimi vent’anni, ma con la stessa economia. La disciplina di bilancio compra tempo, non crescita, mentre i giovani migliori continuano a partire. L’agenda europea premierà le imprese italiane capaci di giocarla. Se premierà anche l’Italia dipende da scelte che solo Roma può fare.

(frasco) Mentre la gruppettara Schlein se ne esce oggi dicendo che il centrosinistra con un moderato negli ultimi 20 anni ha sempre perso, sul Corriere il sociologo De Rita cerca di capire da dove venga oggi la crescente attenzione al ceto medio da parte di tutte le forze politiche in gioco.

(Giuseppe De Rita) In una delle sue più lucide pagine alla scoperta dell’Italiano, Giulio Bollati ha notato che il Risorgimento fu un «evento moderato»: estraneo cioè all’estremismo (ci aveva pensato Napoleone a portare fra noi una rivoluzione già vaccinata) ed estraneo anche agli sconvolgimenti di piazza (ci aveva pensato la Restaurazione austriaca a garantire i tempi lunghi del risveglio italiano).

Qualche attore più furbo degli altri può prospettare per il riscoperto ceto medio un programma non incentrato sugli interessi, bensì su un approccio di identificazione totale da «ceto medio mondiale»: un programma orientato alla pace contro tutte le guerre e alla intoccabilità delle costituzionali regole del gioco. Ma sembra difficile pensare che queste due opzioni possano da sole diventare un’offerta elettorale: la platea cetomedista non voterebbe per un partito di partigiani della pace o per un partito di partigiani della lotta per la difesa costituzionale. Sarebbero temi certamente capaci di convogliare l’attenzione di una generica opinione pubblica, ma non coerenti con le due preoccupazioni vere della società cetomedista: un buon compromesso fiscale ed un tranquillo avvio (patrimoniale e/o pensionistico) per la consapevolezza che nella società cetomedista l’opinione non regge. Meglio restare a gestire moderatamente i diversi versanti della quotidianità.