Dobbiamo fare di tutto perchè anche in Italia non si impongano in politica i Mélenchon contro le Marine Le Pen. La rivolta nei licei francesi non è che una tappa dello scontro tra Le Pen, candidata della Francia di provincia, e Mélenchon paladino delle banlieue. Mentre in Francia gli estremisti rossi e neri, come succede sempre, suonano il piffero per tutti i violenti che ci sono in giro, ho guardato dei numeri italiani incontrovertibili.
Una scuola superiore di Lamezia ha, per esempio, i dati sono reali perchè tratti da Scuola in chiaro, 275 docenti in totale ( 109 maschi e 166 femmine), di cui 38 di sostegno, 262 a t.i. e 13 a t.d.. Ma poi scopri che la metà degli insegnanti ha più di 55 anni (51,6%). Sommando un altro 29,1% che ha da 45 a 54 anni, ben l’80,7 % dei docenti di questa scuola ha superato i 45 anni. Solo il 4,7% è situato nella fascia di età sino a 35 anni.
I docenti italiani in servizio dunque sono tra i più anziani d’Europa e del mondo, con un’età media di 48 anni (superiore di circa tre anni rispetto alla media internazionale OCSE).
• Età media: Si attesta intorno ai 48 anni, con quasi la metà del corpo docente (circa il 49%) che ha superato i 50 anni.
• Presenza giovanile scarsa: Solo il 3% circa dei docenti ha meno di 30 anni, evidenziando una forte difficoltà nel ricambio generazionale.
Tra i fattori che alimentano questa situazione figurano l’innalzamento dei requisiti per l’accesso alla pensione, il blocco o la lentezza del turn-over storico e la scarsa attrattività economica della professione. Solo una piccola percentuale di insegnanti dichiara infatti soddisfazione per il proprio stipendio.
Questi, al di là di ideologie e pregiudizi, sono dati reali sui quali intervenire per migliorarli. Grazie a Dio non abbiamo ancora, come in Francia, la guerra tra scuole del centro e scuole della periferia. Solo che noi italiani dagli altri non abbiamo mai nulla da imparare e dunque i confronti non ci piacciono mai. La famosa favola ha spiegato in modo eterno il meccanismo, se l’uva è troppo alta alla volpe basta dire che non le piace.
Per noi avere una scuola italiana dove l’età media dei docenti si attesti come nel resto d’Europa, sui 45 anni, non sarebbe un obiettivo politico da trascurare. Perchè una scuola, un istituto, dove l’80% dei docenti ha superato i 45 anni e la metà ha più di 55 anni, comporta qualche problema nel rapporto relazionale-affettivo con gli alunni, i quali a scuola prima dell’università più o meno restano sino ai 18/20 anni.
Ringiovanire la classe docente, se è un obiettivo vero da perseguire, significherebbe allora rendere attrattiva la professione, con un aumento degli stipendi che, secondo il mio parere, anche per ragioni economiche oltre che di principio, dovrebbe essere differenziato sulla base dell’impegno individuale. Aumentare gli stipendi (ed evitare la doppia professione, o fai il docente o fai altro, non puoi cumulare) dovrebbe procedere di pari passo con un reclutamento affidato ai dirigenti, perchè è l’unico modo esistente per debellare la piaga del precariato. Una scuola, in altri termini, che attrae di nuovo giovani capaci e ben preparati, dovrebbe, per eliminare in maniera definitiva la massa enorme dei precari, abbandonare il sistema lentissimo dei concorsi pubblici (ogni anno solo una parte di chi lascia la scuola viene sostituita da chi entra) e affidare ai dirigenti il compito di scegliersi i docenti. Una scuola, nella mia visione, senza voti, dove però a fine anno ogni alunno per essere promosso deve superare un test nazionale “indipendente”. Ogni dirigente potrebbe avere il suo budget “stipendi” e sulla base di esso acquisire sul mercato i docenti che gli servono in organico. Una volta che il dirigente ha creato, attraverso tutti i criteri personali che ha scelto, la sua squadra docente, allora gli si possono dare degli obiettivi misurabili che deve perseguire sotto la sua responsabilità (altrimenti salta, torna a fare il docente, come gli allenatori che non ottengono risultati), e così avrebbero finalmente un significato autonomia e dirigenza per cambiare da cima a fondo la scuola italiana. Oggi invece ogni dirigente è un fornaio inamovibile che fa il pane con la farina che gli fornisce, a casaccio, lo Stato. E’ chiaro che nessuno risponde di nulla, se tutti siamo uguali, dirigenti con dirigenti, docenti con docenti.
Qualcuno osteggerà con tutte le sue forze tale meritocrazia ma ciò significa ormai una cosa elementare: che il sistema attuale cattocomunista, fondato su bassi stipendi, doppio lavoro e grande serbatoio ineliminabile di precari che si auto perpetua, tutto sommato è il male minore e quello più accettabile politicamente. Il fatto che gli apprendimenti degli alunni italiani siano inferiori a quelli degli altri coetanei stranieri (secondo le rilevazioni internazionali), non importa (la volpe e l’uva, ripeto). Il bello è che anche i Buoni, quelli che vogliono sempre fare le cose giuste, accettano tutto questo.
Per onestà intellettuale devo dire dunque che la scuola così com’è (succede per molte altre tematiche), ovvero lo status quo, è considerata il male minore. Voglio dire una cosa molto semplice, che in Italia tanti problemi si sa bene come risolverli in pratica, ma la soluzione viene sempre rimandata in attesa di non si sa bene cosa. Faccio il caso della petizione sottoscritta da Cottarelli, Benedetto e più di centomila cittadini perchè ogni legge del parlamento comprenda le fonti certe di finanziamento. Un’altra rivoluzione silenziosa che i rappresentanti eletti si guarderanno bene dal mettere in pratica: è molto più facile e agevole legiferare indicando in modo generico ogni spesa con quali fondi viene finanziata. E’ il nostro delicato equilibrio, che consiste nel quieta non movere et mota quietare. Ma un paese ormai fermo ora sappiamo non produce più ricchezza per i suoi abitanti. Sul malcontento i fanatici e gli estremisti crescono. E la prudenza da virtù diventa viltà.