In Italia, su 58,9 milioni di abitanti, quelli che hanno presentato una dichiarazione dei redditi lo scorso anno sono stati 42,8 milioni. Di questi, quelli che hanno versato almeno un euro di Irpef sono 34,1 milioni. Altri 24,8 milioni, pari al 42% della popolazione complessiva, non versano Irpef.
A fare il punto della situazione è l’osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate di Itinerari previdenziali, presentato ieri al Cnel.
Il reddito imponibile si attesta a 1.013 miliardi, e su questo imponibile è stata calcolata un’imposta lorda Irpef per il 2024 di 272,23 miliardi.
Nonostante aumentino sia i dichiaranti sia i versanti, (34.105.072 soggetti che hanno effettivamente corrisposto almeno 1 euro di Irpef), il carico fiscale del paese continua a gravare sulle spalle di quei circa 8 milioni di contribuenti che dichiarano 35mila euro lordi l’anno – all’incirca 2mila euro netti al mese – e versano il 65 per cento di tutta l’Imposta sui redditi delle persone fisiche.
Sul versante opposto, sono circa 24,8 milioni gli italiani che non dichiarano redditi, corrispondendo poco o nulla delle imposte dirette necessarie, tra le altre cose, a sostenere i costi del nostro welfare.
Il paradosso: “Numeri da paese povero ma consumi da G7”
Per Itinerari previdenziali, nei primi tre scaglioni di reddito (fino a 20 mila euro annui) ci sono il 47 per cento dei contribuenti, quindi poco meno di 20,2 milioni di contribuenti che versano in media il 5 per cento dell’Irpef totale. Se si guarda invece alla parte con i redditi più alti emerge che coloro che dichiarano almeno 200 mila euro sono lo 0,3 per cento dei contribuenti e versano quasi il 10 per cento del totale. Con oltre 100 mila euro di redditi dichiarati ci sono l’1,75 per cento dei contribuenti (745.615 persone) che pagano il 22,25 per cento dell’Irpef.
In Italia a dichiarare 300 mila euro lordi l’anno (circa 155mila euro al netto di imposte, contributi e oneri indeducibili) sono solo 58.700 cittadini, lo 0,1 per cento della popolazione italiana. Nel complesso, questa fascia di contribuenti versa il 6,49 per cento di tutta l’Irpef, per un valore di 14,03 miliardi e un importo pro capite di 238.006 euro. Tra 200 e 300mila euro di reddito si colloca lo 0,21 per cento dei contribuenti, 89.558 persone che pagano il 3,63 per cento dell’Irpef, e tra 100mila e 200mila euro altri 597.357 versanti, che versano 26,2 miliardi di euro, pari al 12,14 per cento del totale.
Complessivamente, dunque, questi tre scaglioni di reddito (cui corrispondono 745.615 persone, l’1,75 per cento dei contribuenti/versanti) pagano il 22,25 per cento dell’Irpef.
“Soggetti che, pur dando con le loro imposte un contributo fondamentale al paese, sono sostanzialmente trascurati da ogni proposta di sindacati e politica, e anzi spesso ‘minacciati’ di ulteriori imposte o tagli, come la patrimoniale”, si legge nel report, sottolineando il paradosso fiscale.
“L’Italia, unica nel suo genere, è del resto il paese della tripla (o forse anche più) progressività“, ha commentato il professor Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. “La prima riguarda il fatto che più un soggetto guadagna e più paga; la seconda, altrettanto legittima, è data dall’incremento dell’aliquota. La terza, invece, è una progressività che si potrebbe definire quasi ‘occulta’, perché mai evidenziata dai fautori della riduzione delle imposte, i quali di rado considerano che, all’aumentare del reddito diminuiscono fino a sparire del tutto deduzioni, bonus e sgravi, incentivando così implicitamente eventuali fenomeni di sotto-dichiarazione. Provocatoriamente verrebbe infatti da chiedersi: perché dichiarare quanto davvero si percepisce se questo significa rinunciare a possibili prestazioni sociali o altre agevolazioni (mense scolastiche, bonus trasporti e così via) da parte di Stato, Regioni e Comuni?”.
Proseguendo nell’analisi per scaglioni di reddito, seguono poi 1,9 milioni di contribuenti che dichiarano redditi annui compresi tra 55mila a 100mila euro, i quali versano 39,75 miliardi di Irpef per un importo medio di 20.634 euro, e i dichiaranti tra 35mila e 55mila euro (5,33 milioni), che pagano 52,6 miliardi di imposta con un versamento medio di 9.815 euro. “Numeri più vicini a quelli di un paese povero che di uno stato membro del G7, e che parrebbero oltretutto poco veritieri se relazionati a consumi e abitudini di spesa degli italiani”, ha spiegato il professore nel corso della presentazione.
Esemplificativo, e appunto paradossale, il caso del gioco d’azzardo: “Nel 2025 la raccolta è ammontata a 165,3 miliardi, con entrate erariali pari a 11,4 miliardi; se si tiene conto anche del gioco illegale, i nostri concittadini (bambini compresi!) hanno speso circa 3.144 euro a testa, una cifra che vale più dell’imposta media versata da gran parte dei contribuenti italiani”.
Chi sono i ricchi in Italia Il deputato Luigi Marattin ha spiegato che chi guadagna circa 2.500 euro al mese in Italia (pari a 50.000 euro lordi annui) affronta un’aliquota IRPEF del 43%, a cui si aggiungono le addizionali locali (regionali e comunali), arrivando a un’aliquota marginale complessiva del 45-46%. Ecco i punti chiave della sua analisi: L’aliquota marginale: Il 43% è l’aliquota IRPEF prevista in Italia per gli scaglioni di reddito superiori a 50.000 euro. Il carico effettivo: Calcolando anche le addizionali locali, la pressione fiscale su quel livello di reddito sale intorno al 45-46%. Il confronto internazionale: Marattin sottolinea che un livello di tassazione simile (43-45%) in Paesi come Francia, Germania o Regno Unito viene applicato solitamente a chi guadagna stipendi molto più alti, ovvero intorno ai 10.000-12.000 euro al mese, penalizzando di fatto il ceto medio italiano. Quindi:
“Chi supera i 50.000 euro di reddito imponibile entra nello scaglione marginale IRPEF del 43%, al quale si aggiungono le addizionali regionali e comunali.”
Marattin propone la riduzione dal 43% al 33% della fascia di reddito tra 50.000 e 60.000 euro, non l’intero reddito della persona.
Marco Leonardi spiega i salari
Se l’Irpef pesa sempre più sui soliti noti è anche perché «questo governo ha moltiplicato le flat tax e preso con una mano 25 miliardi di fiscal drag solo dal ceto medio per darli ai redditi bassi». Marco Leonardi, docente di Economia alla Statale di Milano, già a Palazzo Chigi con Gentiloni e Draghi, propone: «Mettiamo il Tfr nella busta paga dei giovani, almeno come opzione rispetto ai fondi. E tassiamo le eredità».
Professore, Brambilla dice che nove milioni di italiani non versano l’Irpef e che il 18% dei contribuenti ne paga due terzi. Ha ragione?
«È una fotografia vera e utile. Una parte abnorme del gettito è concentrata sull’Irpef di dipendenti e pensionati sopra i 35mila euro lordi. Pagano sempre gli stessi».
Di chi è la colpa?
«Anche di questo governo. Ha allargato la flat tax agli autonomi, agli aumenti contrattuali e neanche per sempre, al reddito aggiuntivo dichiarato con il concordato preventivo. Ora vorrebbe estenderla ai giovani. Questo porta via gettito all’Irpef».
La flat non alleggerisce il fisco?
«Solo a qualcuno. E crea distorsioni. Per gli autonomi è un incentivo a rimanere piccoli: conviene non superare una soglia. Sugli aumenti contrattuali lo sconto finisce e l’anno dopo paghi le tasse. È un po’ una fregatura».
Il ministro Giorgetti vuole detassare gli aumenti retributivi dei giovani fino a 35 anni. Funziona?
«La flat tax si applicherebbe solo all’incremento di stipendio da un anno all’altro. A me sembra una cosa assurda. In che Paese si fanno queste cose?».
I salari degli italiani sono bassi. Cosa fare?
«Ogni mese paghiamo il 40% della retribuzione tra contributi e Tfr: 33 e 7 per cento. Nessun altro come noi. Almeno per i giovani, rimettiamo il Tfr in busta paga. Per chi lavora nel commercio e nel turismo e ha salari bassi il 7% in più fa la differenza».
Invece da luglio, con il silenzio assenso, il Tfr dei neoassunti va ai fondi pensione.
«Non lo trovo corretto. Le banche arriveranno a proporre ai lavoratori di spostare da loro i versamenti. Si risolverà in un regalo miliardario agli istituti di credito».
Il governo sostiene di non aver alzato le tasse.
«Nasconde il drenaggio fiscale, una tassa che nessuno vede. Se lo stipendio sale per rincorrere l’inflazione, ma scaglioni e detrazioni Irpef restano fermi, il fisco incassa di più. Se l’aumento non compensa i prezzi, sei beffato due volte: perdi potere d’acquisto e paghi più tasse».
Quanto ha incassato il governo?
«Nel 2022-2023 si sono accumulati 25 miliardi. Nel 2026-2027 ne calcoliamo altri 2,5-5 miliardi, a seconda dell’inflazione».
Come sono stati spesi?
«Con una mano il governo li ha presi, con l’altra li ha restituiti con gli sgravi. Ma non agli stessi contribuenti: sopra i 35 mila euro ci hanno perso. Non l’ha ammesso finché autorevoli studi non l’hanno smascherato. Diceva soltanto che riduceva le tasse».
Cosa fare con i nove milioni di italiani a Irpef zero?
«In Italia i salari sono tra i più bassi d’Europa e negli ultimi cinque anni sono scesi in termini reali. È difficile chiedere più tasse a chi guadagna poco. Dobbiamo guardare al ceto medio in sofferenza».
Con quale ricetta?
«Diminuire le tasse su quei redditi e aumentarle sulle successioni, che da noi sono tassate pochissimo».
Tassare i super ricchi come Mamdani a New York?
«Fare una nuova tassa vuol dire spararsi nei piedi. Usiamo quelle che ci sono: meno sui redditi da lavoro, più sulle eredità».