“Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall’Istat sul rapporto deficit-pil 2025”, ha detto ieri il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti subito dopo la diffusione dei Conti economici nazionali, che hanno confermato per il 2025 un deficit al 3,1 per cento. Detta così sembra colpa del destino cinico e baro. Giorgia Meloni invece se l’è presa con l’Istituto di statistica.
La revisione dei conti sembra mostrare un quadro identico a quello di aprile, quando l’Istat mostrò un deficit del 3,07 per cento (arrotondato a 3,1), per effetto di un aumento imprevisto della spesa per il Superbonus di 8,4 miliardi, che aveva più che compensato le maggiori entrate. Ora l’errore si è ripetuto. O meglio, si è amplificato.
I dati dell’Istat, infatti, hanno portato un paio di buone notizie per il governo. Il pil del 2025 è stato rivisto al rialzo di 7 miliardi (6.954 milioni) rispetto alle stime di aprile. E anche le entrate sono state superiori di 2 miliardi (1.991 milioni) rispetto ad aprile. Con solo queste due correzioni, l’aumento del denominatore e la riduzione del numeratore, il rapporto deficit-pil si sarebbe attestato al 2,97 per cento. Quindi sotto al 3 per cento, e l’Italia sarebbe uscita dalla procedura d’infrazione.
Il problema, però, è che rispetto alle stime di aprile, oltre al pil e alle entrate, sono aumentate anche le uscite: l’Istat ha registrato 2,5 miliardi (2.488 milioni) di spesa non prevista in conto capitale che, al netto di altri aggiustamenti su altre voci, ha fatto rivedere complessivamente le uscite al rialzo di 2,35 miliardi (2.346). Questo vuol dire che l’indebitamento netto – la differenza tra entrate e uscite – è aumentato rispetto ad aprile di 350 milioni a 69,7 miliardi, e il deficit si è attestato al 3,08 per cento (arrotondato a 3,1).
Insomma, in questi cinque mesi sono emersi altri 2,5 miliardi spesi un anno prima per investimenti di cui il governo aveva perso il conto. Com’è stato possibile?
L’errore dal punto di vista del controllo della spesa pubblica è grande. Si tratta di un decimale di pil, praticamente pari alla somma impiegata dal governo per abolire il bollo sulla prima auto per un anno.
Ma la falla è gigantesca se si considerano le due revisioni nel complesso: tra la notifica sull’indebitamento di aprile, che ha rivelato una maggiore spesa in Superbonus di circa 8,4 miliardi, e la revisione dei conti nazionali di ieri, che ha scoperto maggiori uscite in conto capitale per circa 2,5 miliardi, si tratta di un errore complessivo di 11 miliardi di euro.
Vuol dire che lo stato ha speso 0,5 punti di pil senza rendersene conto.
Praticamente mezza manovra di bilancio fuori dai radar del Mef e della Ragioneria generale dello stato.
Il problema non erano gli 8,4 miliardi di bonus edilizi scappati dalla stalla.
Il ministero ha passato i mesi successivi a cercare di limare le uscite del 2025 attraverso il lavoro dell’Agenzia delle entrate nell’individuazione di frodi sui crediti d’imposta edilizi.
Nessuno si è però reso conto che, nel frattempo, il passato continuava a cambiare: sono spuntati altri 2,5 miliardi di spesa per investimenti imprevisti e non visti. Senza di quelli il deficit sarebbe stato sotto il 3 per cento. Qualcosa non funziona al Mef e il disastro del Superbonus lo aveva mostrato chiaramente, ma il problema non è stato risolto. Forse per tenere i conti sotto controllo c’è bisogno di un’Agenzia delle uscite.