Chi è Francesco Boccia e perchè con lui capisci il Pd

Nicola Irto, reggino di 44 anni, sposato con la cosentina Valeria Biafora dal 2022 ed eletto nello stesso anno senatore del Pd, attuale segretario regionale calabrese, punta ad essere ricandidato e il suo principale referente romano, Francesco Boccia, glielo avrà garantito. Non si sa se avrà garantito un seggio anche a Jasmine Cristallo, catanzarese ex sardina, salita sul carro di Schlein e sempre data in ascesa fino a dove non si sa, come Icaro.

Boccia è un personaggio come se ne vedono tanti ormai in tv nella seconda Repubblica, dal momento che è riuscito a diventare ministro, parlamentare e capogruppo al Senato. Una carriera costruita attraverso amichettismo e “Febbre da cavallo”, scommesse sui cavalli giusti sui quali puntare.

Ecco spiegato perchè Boccia è stato lettiano, poi renziano e oggi fa parte del cerchio magico di Schlein. Oggi che è componente del comitato studentesco che dirige il Pd a 5 Stelle, fa ridere pensare quando nel 2005 Massimo D’Alema lo contrappose a Nichi Vendola nelle primarie pugliesi. Boccia perse. Ci riprovò cinque anni dopo e perse di nuovo. In un partito normale della prima repubblica con due sconfitte del genere abbassavi la cresta, nel Pd invece si fa carriera e non serve neanche avere un consenso personale (cioè un pacchetto di voti alla De Luca), devi sempre e solo puntare sul cavallo giusto e diventare capobastone del segretario nazionale.

Prendiamo Nicola Irto: è segretario regionale calabrese perché gode della protezione politica di Boccia. Non importa nulla che le attuali federazioni provinciali siano in macerie. A Cosenza è arrivato il commissario, guarda caso il pugliese Stefanazzi che Boccia definisce “uomo suo”. A Vibo Valentia la segretaria provinciale è stata di fatto sfiduciata, a Reggio Calabria il partito è affidato ad un amico di Irto, dirigente ultrasettantenne, mentre la segretaria cittadina si è dimessa. A Catanzaro il Pd sembra che ad ottobre farà il congresso cittadino dopo una fase molto travagliata, con fughe e abbandoni a causa dell’esasperato correntismo che lo caratterizza, della rivendicazione di leadership senza truppe e di un rapporto diciamo fluttuante con il sindaco Cambiavento Nicola Fiorita. Basta dire che oggi al Comune di Catanzaro il gruppo del Pd è in realtà un “monogruppo”, dopo lacerazioni, azzeramenti e lotte intestine. A Lamezia in confronto la spaccatura tra Lo Moro e la maggioranza sembra un refolo di vento. Il capogruppo regionale, il soveratese Ernesto Alecci, si fa i fatti suoi con i propri fedelissimi, appoggiando oppure contestando in alcuni territori le scelte di Irto, segretario regionale eletto per acclamazione, mentre le guerre intestine continuano dappertutto. A Reggio Irto e Falcomatà si son fatti la guerra e adesso vedremo che sorte toccherà ad una candidatura nobile come quella del cardiologo Benedetto per le suppletive.

Dopo la festa dell’Unità regionale svolta a piazza Mazzini di Lamezia, il gotha calabrese si è ritrovato al Marechiaro di Gizzeria, là dove Occhiuto risiede in albergo. Nicola Irto, Jasmine Cristallo, Ernesto Alecci, Igor Taruffi cenavano  e Pasqualino Mancuso “venne lasciato solo, col muso lungo, tra i poveri. Se la scena fosse confermata, sarebbe la fotografia più riuscita del Partito democratico calabrese. Da una parte quelli che montano il palco, sistemano le sedie, distribuiscono volantini, tengono aperte le sezioni e mangiano un panino. Dall’altra quelli che salgono sul palco, pronunciano la parola “comunità”, prenotano i posti in lista e poi vanno a cena a Marechiaro. Gli uni fanno la festa. Gli altri fanno la festa al partito, ha scritto La novità online. Tra i commensali il personaggio più importante era senz’altro il lenin adiposo Igor Taruffi, responsabile nazionale dell’Organizzazione del Pd. Taruffi un tempo stava con Vendola e Sel, Boccia contro Vendola, adesso per la proprietà transitiva stanno insieme, come è successo in molti territori, compresa Lamezia. Per inquadrarlo serve l’ottima descrizione che ne fa Andrea Carugati sul Manifesto:

“La festa dell’Unità nazionale di Reggio Emilia ha sancito, se ce ne fosse stato bisogno, la centralità di Igor Taruffi nel nuovo Pd. Era lui il primo ad arrivare ogni sera, accogliere gli ospiti, monitorare il lavoro dei volontari, dare le carte. Se Schlein è comparsa solo gli ultimi due giorni, lui era onnipresente: senza un palco da cui parlare, dietro le quinte. Capo dell’organizzazione dal 2023, è stato il tessitore delle alleanze per le regionali, dalla Campania alla Puglia: a lui è toccato provare a gestire prima la grana De Luca e poi la faida tra Antonio Decaro e Michele Emiliano a Bari. Ormai con Giuseppe Conte si sentono quotidianamente: è Taruffi che l’ha scortato nelle cucine a Reggio Emilia. Parola del leader M5S: «E’ un tipo non facile da accontentare». Taruffi Igor, nato nel 1979 a Porretta Terme, sull’appennino bolognese, di fatto è il vicesegretario del Pd, il Mr Wolf che risolve problemi: Schlein si fida ciecamente di lui e di pochi altri. Si conoscono dal 2015, quando insieme contribuirono a costruire a Bologna Coalizione civica, una lista a sinistra del Pd che oggi esprime la vicesindaca Emily Clancy. Poi la lista Coraggiosa, che nel 2020 diede una mano alla vittoria di Stefano Bonaccini alle regionali vinte contro la coppia Salvini- Borgonzoni: la madre di tutte le battaglie.

Peccato che lui non sia mai stato del Pd: mentre Schlein si è iscritta prima delle primarie del 2023, lui lo ha fatto dopo la vittoria di lei, pochi giorni prima di entrare in segreteria con una delega pesante come l’organizzazione. Lui nasce in Rifondazione comunista, poi esce con Vendola e Fratoianni nel 2009 per dare vita a Sel fino a Sinistra italiana, di cui è capogruppo in regione dal 2014 al 2020. Amico di Guccini che di lui disse: «Ha i piedi ben piantati nell’Appennino emiliano»”.

Ma torniamo a parlare adesso di questo singolare personaggio televisivo che è il biscegliese Francesco Boccia, un Pesci nato il 18 marzo sotto Nettuno e Giove. Dunque empatico, sognatore e molto intuitivo. Chi nasce negli ultimi giorni dei Pesci infatti unisce la profonda spiritualità del segno a una spiccata vena artistica e creativa. Forse è quello che di lui ha colto la moglie Nunzia De Girolamo in quel lontano 2009 (due anni dopo si sposarono), per 10 anni parlamentare con Berlusconi e anche ministro con Letta, ora divenuta nostro malgrado presentatrice televisiva. Prima di lei Boccia ha avuto due figli nella lunga relazione con Benedetta Rizzo. La “donna di carriera all’anglosassone (nel senso degli studi internazionali e del posto non-fisso)” storico ex braccio destro di Enrico Letta, con incarichi istituzionali, fin dai tempi della prima esperienza di Letta come giovane ministro (nel 1998), e poi via lungo i governi D’Alema e Prodi II.

Esperto di economia aziendale, appassionato di tecnologia,  “inventore” della web tax, venne convertito sulla via di Damasco (come tanti, da Gualtieri a Bersani & D’Alema a Roberto Speranza) al populismo dei 5Stelle quando divenne ministro degli Affari Regionali nel secondo governo Conte, durante la pandemia di Covid-19. Poi eletto il 28 marzo 2023, per acclamazione, capogruppo al Senato del Partito Democratico, prima fedelissimo di Letta e di Emiliano, e poi di Zingaretti (insomma, Boccia sale sempre sul carro dei vincitori, almeno ci prova), la sua macchia nera politica fu quando alle primarie del Pd del 2013 aderì, assieme ad altri lettiani, alla mozione del sindaco di Firenze Matteo Renzi, che poi prevarrà. Una macchia nera, dal momento che poi non si sa Renzi cosa gli abbia fatto o negato, se il pugliese giunse ad accusarlo di aver assunto posizioni “di destra“, oltre che definirlo Marchese del Grillo (“io sò io e voi non siete un c…”). Una macchia nera perchè per Boccia la “politica” è solo un taxi che lo deve portare a destinazione e quindi destra, sinistra, centro, le categorie politiche, sulla sua bocca sono pleonasmi.

In fondo tutta la storia politica di questo personaggio si può sintetizzare così: Renzi per lui era il Marchese del Grillo mentre lui nel frattempo è diventato il più grillino di tutti.

Il passo decisivo lo fece assieme al capo vero ed indiscusso di tutta la baracca, Franceschini, quando alle primarie del 2023 sostenne Elly Schlein andando a ricoprire il ruolo di coordinatore politico della sua mozione “Parte da noi”, che risulterà vincente con il 53,75% dei voti.

Un solo incidente di percorso va segnalato per dovere di cronaca nel 2016, quando ha partecipato a un concorso relativo a una procedura selettiva di chiamata per un professore universitario di seconda fascia bandito dall’Università del Molise e, secondo quanto riportato dalla stampa, ha presentato una pubblicazione plagiata. La pubblicazione è stata successivamente ritirata dall’Università di Castellanza. Secondo l’interessato si trattava solo di una lettura consigliata inviata per errore tra le 12 pubblicazioni presentate per il concorso. I professori Lucio Picci e Alberto Vannucci hanno presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Campobasso evidenziando due articoli presentati al suddetto concorso. Ritenendo la notizia del plagio falsa e lesiva della reputazione, Francesco Boccia ha dichiarato di aver presentato un esposto alla procura di Trani e, per conoscenza, a quella di Campobasso. Tale circostanza è stata negata da uno degli interessati. Secondo l’AI “non esiste una sentenza, né un provvedimento di condanna, né una decisione pubblica che abbia accertato definitivamente il plagio a carico di Francesco Boccia. Ma non esiste neppure un provvedimento pubblico che abbia definitivamente stabilito che le accuse fossero false. La vicenda sembra essersi sostanzialmente esaurita senza un esito giudiziario reso pubblico“.

Negli anni dello scontro interno, l’area renziana ha spesso liquidato Boccia come un esponente ancorato a vecchie logiche correntizie. Ma fu Silvio Berlusconi all’inizio della relazione tra Boccia e Nunzia De Girolamo (allora deputata del PdL), a dipingerlo a puntino. Scherzando con il suo plenipotenziario Denis Verdini, lo definì “un comunista con le scarpe stringate fatte su misura, quindi un comunista intelligente”. Intelligente sarà di sicuro, come comunista rappresenta in filigrana i passaggi storici affrontati con noncuranza da certi personaggi pubblici sin dai tempi di Peppone e don Camillo (qualsiasi riferimento al bollito Bersani è voluto).

Meloni ha definito le sue interrogazioni come un “quizzone finale” ricco di troppe sotto-domande concentrate in pochissimi minuti. In fondo è la sua capacità più eccelsa, l’arte televisiva (che la moglie non possiede affatto) di sintetizzare in un bignamino di sessanta secondi concetti complessi sino a renderli commestibili e banalissimi al popolo di ultrasessantenni che guardano la Rai. I politici come lui che riescono a schierarsi sempre con chi vince vengono definiti in tanti modi, saltatori sul carro dei vincitori, voltagabbana,  professionisti del salto della quaglia e mutaforma. Un termine storico e molto serio usato in Italia è quello di trasformisti. Confinano con gli opportunisti e assomigliano al “camaleonte” perchè cambiano colore politico a seconda della convenienza. Il fatto che i camaleonti si professino sempre “fedeli all’idea, al partito, al capo di turno” è la prova del nove, la loro cartina di tornasole.