Lamezia, servi sciocchi che non conoscono più il “noi”

Premessa Con questo lungo intervento ritorno sulla storia dei lametini, e pertanto faccio subito un sunto iniziale in modo che chi non è interessato non proceda oltre. E’ facile capire cosa unisce gli abitanti di Roma, o di Firenze. Ma in un piccolo paese, per es. Platania, o in una città come Lamezia, cosa unisce gli abitanti? Cosa c’è che li fa stare insieme e li fa sentire appartenere ad una storia comune? La Storia insegna che i nicastresi (poi lametini per forza, a discapito dei primi) sono destinati ad essere dimenticati perchè il loro dna non li ha visti mai uniti (come succede ai catanzaresi, reggini, crotonesi e vibonesi) nei momenti decisivi. Per capire come siamo noi lametini (molti dei quali hanno sangue campano, come io e Gianni Speranza, per esempio) basta leggere i libri dell’architetto Giovanni Iuffrida (l’ultimo è Il bello simmetrico, l’arte urbana e il corso Numistrano di Lamezia). In questo saggio per esempio l’autore spiega come “il grande impegno comunitario della città di Nicastro per la materializzazione del bello simmetrico della prima metà dell’Ottocento perde progressivamente impeto, fino a sfumare nella città asimmetrica contemporanea, individualista e spontanea”. Cosa siamo diventati noi lametini? L’architettura è una pagina aperta sulla storia, dice Iuffrida. Gli esiti dell’architettura , le case, le strade, le piazze, o sono il prodotto di una comunità (“noi, noi, noi”) che fa sentire il suo rapporto con i luoghi al punto che la città prende forma attraverso la mente creativa collettiva. Oppure sono il prodotto di un singolo che progetta (“io, io, io”).

Noi lametini abbiamo perso il noi e così, siccome non ci unisce nulla, siamo diventati servi sciocchi, divisi e dis-uniti, assumendo una natura gregaria. Se il noi non esiste è chiaro che io penso a me, ognuno pensa per sè. Nel tempo siamo passati dagli amici di Bisantis, Pucci, Puja, Misasi, Mancini, agli amici di Occhiuto, di Cannizzaro, di Irto, di Alecci, di Conte & Vannacci. Oggi la provincia di Catanzaro, dimezzata dalle scissioni di Vibo e Crotone, è ben poca cosa, quindi la provincia di Cosenza, la più estesa, e di Reggio, comandano la politica calabrese. Catanzaro vista la mala parata si è concentrata sull’economia sanitaria: ogni famiglia catanzarese ha almeno un componente che lavora nella sanità o nel suo indotto. Se guardiamo all’unica cosa che non hanno potuto togliere ai lametini, l’aeroporto, si capisce quasi tutto. Gli aeroporti italiani sono gestiti quasi dovunque con la presenza di soci privati nel comando. Prendiamo l’aeroporto di Bergamo. L’azionista di maggioranza relativa di SACBO, la società che gestisce l’aeroporto di Bergamo Orio al Serio, è la SEA (Società Esercizi Aeroportuali) con una quota del 30,98% (Comune di Milano e altri). La presenza di SEA è particolarmente interessante perché SEA stessa è una società con una forte componente pubblica ma anche con investitori finanziari privati. Si crea quindi una sorta di catena di governance pubblico-privata. E questo fenomeno si trova, con configurazioni diverse, in molti aeroporti italiani.

Ora, per valutare quanto la presenza privata influenzi realmente la gestione di un aeroporto, non basta sapere che esistono soci privati. Bisogna guardare almeno quattro elementi: chi controlla il capitale; chi nomina il presidente e l’amministratore delegato; quanto pesa il privato nel consiglio di amministrazione; quanto è effettivamente redditizio l’aeroporto e come vengono utilizzati gli utili.

Quest’ultimo punto è molto importante: un aeroporto può essere molto redditizio anche con un azionista pubblico di maggioranza, se la governance è orientata all’efficienza.

Bene, veniamo a Lamezia dove è successo che Occhiuto diventando presidente della Regione, nel 2022 abbia liquidato con 12 milioni il socio privato, Caruso, lametino. Così la Regione e la società in-house Fincalabra hanno raggiunto il 61,2% del pacchetto azionario, riportando interamente sotto il perimetro pubblico la gestione degli aeroporti calabresi. A luglio 2026 presidente del CdA è diventato la longa manus di Occhiuto, Luciano Vigna (nominato al posto del precedente amministratore unico Marco Franchini). Direttore Generale e Accountable Manager è da agosto Michele Bufo, ex amministratore delegato dell’aeroporto di Parma. Consiglieri di Amministrazione sono Angelo Ferraro per Lamezia e Martina Maria Battaglia.

Tutte queste notizie per arrivare ad un conclusione: vi risulta che un solo lametino (di qualsiasi colore politico) abbia chiesto ad Occhiuto: perchè privarsi del socio privato? Un aeroporto è un’impresa particolare: deve contemporaneamente svolgere una funzione di interesse pubblico e produrre risultati economici. Caruso aveva investito i suoi soldi e sarebbe stato ben attento alla redditività dell’aeroporto. Senza privati dentro, Occhiuto & Cannizzaro hanno fatto di Sacal la loro creatura personale, con la conseguenza che quando Occhiuto tornerà a Roma, il presidente di Regione magari sarà un reggino. E allora, ai cosentini forse si darà, chiudendo Crotone, un aeroporto a Sibari, e Reggio farà dello scalo di Lamezia quel che vuole. La logica politica di tutti gli Altri è stata sempre una sola, come dimostra la Storia. L’area centrale della Calabria, ovvero l’area dei catanzaresi e del lametino, non esiste: esiste solo Catanzaro. I catanzaresi, tutti, dai migliori ai peggiori, da Fiorita in giù, hanno sempre visto Lamezia come un nemico vicino casa, da tenere buono con mancette. Neppure, per dirne una sola, l’aula bunker volevano si facesse nella piana. I sostenitori dell’area centrale Catanzaro Lamezia personalmente li apprezzo ma li considero come i socialisti utopisti. Quella prima corrente del pensiero socialista sviluppata tra il XVIII e il XIX secolo in Europa, Henri de Saint-Simon, Charles Fourier e Robert Owen, i quali progettarono società ideali ed egualitarie basate sulla cooperazione pacifica. Fine della premessa

Capitolo 1. La sinistra calabrese risorgerà nel momento in cui sarà azzerata completamente quella nomenclatura che per capirci risponde al vecchio, la coppia Adamo-Bruno Bossio, o al nuovo, i Nicola Irto & C., insediati da Roma per controllare la Calabria. Per esser chiari, se fallirà, miracolosamente, l’intento di fare il “Pd a 5 Stelle”, e Schlein dovesse tornare alla vita privata, sostituita da un esponente riformista. Cosa c’entrano i riformisti con Lamezia? E’ presto detto. Lamezia è piena, come dicevo, di servi al servizio di non lametini. Quindi è piena di politici, ma non ha amministratori.

Scrivo queste note ricordando un mio amico più intelligente e saggio di me che non c’è più, Andrea Iovene, col quale parlavo di queste cose. Noi che volevamo cambiare il mondo in una vita intera siamo passati dalla Dc a Meloni. Che bel progresso. L’ultimo grande politico che ha avuto Lamezia è stato Gianni Speranza, il quale come amministratore non mi ha mai convinto. Ma sul piano politico Andrea ed io lo consideravamo un grande. Le vicende di questa ultima legislatura dimostrano, a chi è cieco e sordo perchè è meglio così, che ci sono questioni tecniche che solo i competenti possono capire ed affrontare. Mi riferisco al piano di riequilibrio con Mascaro che contesta Murone. Io non capisco nulla della materia, come tutti i politici, ma ho già scritto che ad occhio tenderei a dare ragione a Mascaro. In parole povere, mi fido più della coppia Sandro Zaffina/Mascaro che della coppia Murone/Nardo. Cioè, io non faccio come il Pd che la butta in politica (Mascaro + Murone= destra). Cari amici vicini e lontani, no, se non riuscite oggi a cogliere la differenza tra un Mascaro e Murone e per voi pari sono, non avete capito niente. Mascaro gioca in serie A, Murone nei dilettanti. Sono di destra? Vabbene che viviamo nel mondo in cui chiamiamo «medico» sia i dermatologi sia i cardiochirurghi, ma mi pare che la vaghezza non sia mai una buona idea. E poi, ecco la tragedia del Pd (per cui va azzerato), il Pd voleva che Murone fosse il candidato sindaco della sinistra (volete che vi dica chi lo ha incontrato?). Ora è di destra, però se si fosse presentato al posto di Lo Moro sarebbe stato benedetto lo stesso da Conte (il bacio che uccide, alle elezioni).

Capitolo 2 Lamezia è piena di politici, non ha amministratori. Le persone serie e competenti ci sono, la statistica non sarebbe una scienza, ma non fanno politica. Basta vedere una seduta del consiglio comunale e quando ci sono materie tecniche i consiglieri intervengono (solo se c’è la tv) ma leggendo appunti o scritti da altri nel migliore dei casi, oppure farina del proprio orticello. Quando non si cosa dire è preferibile tacere, disse il celebre filosofo Ludwig Wittgenstein. L’arguto Oscar Wilde corresse così: è meglio tacere e sembrare stupidi, che aprir bocca e togliere ogni dubbio. Tra l’altro, ecco perchè non avrei mai fatto il consigliere comunale o il sindaco a nessun prezzo, le materie tecniche sulle quali intervenire sono così ostiche e numerose che non si ha il tempo di studiarle. Voglio dire, un bravissimo commercialista, non è che si può improvvisare come esperto di bilanci pubblici e contabilità. I dossier sono troppi per poter essere studiati e compresi, per cui ciascun politico ricorre a suggeritori di fortuna. Come ho scritto tantissime volte, un lametino sarebbe certamente in grado di fare il sindaco di Milano al posto di Sala, meglio di quanto possa fare il sindaco di Lamezia. Il generale senza esercito non va da nessuna parte, l’esercito milanese del Comune sul piano amministrativo offre più garanzie e professionalità di quello lametino. Mi fermo qui solo ricordando che questo problema in Francia, al contrario di noi, lo hanno capito e risolto grazie all’ENA (École nationale d’administration), la storica e prestigiosa scuola di eccellenza francese fondata nel 1945 dal governo di Charles de Gaulle per formare la classe dirigente e l’alta burocrazia dello Stato

La grande forza dell’Ena è che non solo crea la classe dirigente del Paese, ma forma una classe dirigente pubblica che parla lo stesso linguaggio, ha la stessa identità di visione e lo stesso set di competenze. Quando si esce dall’Ena, tutti sono potenzialmente: diplomatici, consiglieri di Stato, primi ministri o direttori di grandi aziende, oppure dirigenti di una amministrazione periferica. Nei 27 mesi di formazione si sviluppa una comune visione del mondo: a prescindere dall’amministrazione in cui andrà ad operare, l’allievo dell’Ena conosce già il ruolo e il modus operandi, così come conosce da dentro e con una prospettiva da responsabile, il funzionamento di tutte le altre amministrazioni. Noi italiani però non abbiamo mai nulla da imparare da nessuno. Sennò che italiani saremmo? Nei nostri comuni i dipendenti sono volenterosi, nel migliore dei casi.

Capitolo 3. I nostri politici lametini sono parolai, adoperano un repertorio di frasi fatte, e non hanno capito che in certi momenti l’unione fa la forza e divisi si perde. Fascisti, antifascisti, destra, sinistra, ci sono delle occasioni in cui occorre saper parlare con una sola voce. Al tempo della rivendicazione dell’università, lo abbiamo fatto? No, è chiaro che no, se noi della Fgci andavamo in giro con lo slogan “Università subito e al posto giusto“. Ci era impedito di dire che il posto giusto fosse a Lamezia perchè sennò eravamo campanilisti. Il fatto è che eravamo cretini, ma io avevo solo 20 anni e non lo capivo che il Pci aveva dato via libera a Mancini. Poi questo mio convincimento, maturato dopo la Sir e il pacchetto Colombo, quando nacquero la provincia di Vibo e quella di Crotone nel 1992, mi fu chiaro. Ma ormai non avevo più l’ideologia come stella polare, gli schieramenti non mi interessavano più, come le bandiere e le fazioni e le tribù. I comunisti italiani, nonostante Scalfari, Panorama e l’Espresso, sono fermi ancora lì, nonostante le Br e le stragi, il ’77 e la caduta del muro. Sono depositari, beati loro, del Bene, del Giusto, e ora che sono tutti populisti, il gioco è “per ogni populista noi siamo un populista e mezzo”. Sembra che abbia scantonato, ma c’è una ragione politica per la quale l’ho fatto. Prendiamo la Multiservizi a Lamezia. La volle Lo Moro e col tempo il comune è stata capace di farla fallire. La ragione è comprensibile: così come Occhiuto tratta la Sacal come una sua creatura, il Comune ha fatto della Multiservizi un bancomat. Dal fallimento si è salvata per un pelo, dopo essersi ingolfata di personale, compiti, costi, e dovendo subìre il diktat politico di non aumentare le tariffe. Prima di concludere ci sono due episodi che vorrei raccontare.

Capitolo 4. Il primo riguarda il sindaco Lo Moro che essendo mia amica quando non era nè sindaco nè magistrato, ho seguito nei suoi primi passi di sindaco. Il caso volle, per non sembrare sempre presuntuoso, che un mio amico lavorasse nel 1994 in una azienda informatica cosentina, cosa che ha fatto sino a poco tempo fa. Lui mi parlava del lavoro che stavano facendo in un comune del cosentino, dove avevano installato la rete informatica. Quel che mi sembrò illuminante fu quando mi spiegò che ogni ufficio comunicava con gli altri, mentre io sapevo che a Lamezia ogni ufficio si comprava un computer ma senza fare rete. Allora decisi di condurlo da Doris alla quale avevo già spiegato, da semplice preside, che a me in un comune l’anagrafe dei residenti sembra il fattore decisivo. Doris, se tu non conosci esattamente chi sono e dove abitano i cittadini di Lamezia, come fai a far pagare loro i tributi? Per cui, prima cosa l’anagrafe va aggiornata ogni giorno, e gli altri uffici debbono poter parlare con l’anagrafe. Io e il mio amico venimmo ricevuti da Enzo Richichi, lui ci mandò all’ufficio tributi dove il responsabile non sapeva cosa fosse un pc, e la cosa finì lì. L’anagrafe ancora nel 2026, a quel che capisco io, rimane il punto dolente dell’amministrazione comunale lametina. Lo dico solo perchè al mio indirizzo di casa è arrivata qualche anno fa una richiesta di pagare un tributo indirizzata a “ditta Scoppetta” senza alcun indirizzo. Solo che la ditta è cessata nel 1964 e io non sono l’erede. Il secondo episodio è più politico e riguarda Gianni Speranza, del quale ho detto in premessa che per me è stato il miglior politico lametino. Quando fece il sindaco la prima volta mi chiese cosa ne pensassi della sua squadra di assessori. Con la necessaria franchezza che lui mi consente per un’amicizia familiare, gli dissi che la ritenevo tutta sbagliata. Non c’è uno sgamato, che conosce le stanze del comune, siete tutti neofiti, gli dissi. Gli feci il nome di Petronio, aggiungendo: se tu lo fai assessore avrai un uomo di esperienza come tuo amico, se non lo metti, ti fai un nemico. Lui rimase sorpreso, mi spiegò che Petronio era la vecchia politica e lui nominandolo non avrebbe dato segno di novità. Non racconto questo per aver ragione, magari avevo torto io, ma lo racconto solo per dire che io in politica ho sempre, dopo che avevo smesso con Lucio Magri e la Rossanda, ragionato senza ideologia, schemi, e schieramenti. Col senno di poi, c’è un altro lametino oltre Petronio che sulla scacchiera calabrese abbia avuto un ruolo importante? Solo Chieffallo, ma è di S. Mango. Petronio è stato odiato dai comunisti per le stesse ragioni alla base dell’odio per Craxi e poi Berlusconi.

Capitolo 5 In “C’eravamo tanto odiati”, Andrea Minuz ha spiegato bene che l’antiberlusconismo è (stato?) un «disturbo caratteriale del ceto medio riflessivo» e un «collante sociale», e chi c’era sa che è vero, ma la questione ora è: cosa l’ha rimpiazzato, a Berlusconi ormai trapassato? ” Il nostro nuovo collante sociale, il tic collettivo che fa sentire dalla parte giusta della Storia oggi è diventato il dire «questi sono peggio». Berlusconi è la nostra madeleine? La nostra formazione? Il parametro contro cui confrontare tutto ciò che di brutto accade? La nostalgia canaglia di una gioventù di manifestazioni contro un parlamento di intellettuali per poi ritrovarci con questi qua? La risposta al perché quello che ci sembrava il peggio adesso ci sembra il meglio sta nell’inarrestabile declino delle élite, o in quel fotogramma delle bufale, che Filippo Ceccarelli compra da uno spacciatore casertano che, per garantirgliene la bontà, lo rassicura: «Queste mozzarelle le mangia pure Berlusconi!»? Il declino delle élite, il declino dei latticini. Da quando, ci ricorda Guia Soncini, ci hanno donato dei telefoni con le telecamere e abbiamo preso a guardare in faccia noi stessi tutto il giorno, è finita così: che eleggiamo una classe dirigente che ci somigli, poi la guardiamo indignati e diciamo che non ci somiglia per niente, e addirittura erano meglio quelli che da giovani ci sembravano i peggiori. L’antiberlusconismo, dopo l’anticraxismo, è stato per la mia generazione (la mia e anche quella di Minuz) una religione indiscutibile. Qualcosa che dava identità, faceva sentire parte di un tutto. Essere di sinistra era un po’ complicato, pieno di contraddizioni e svilimenti, ma essere antiberlusconiani era un posizionamento limpido, netto, euforico. L’antiberlusconismo è stato un manuale di comportamento di quella parte del paese autoproclamatasi “giusta”. Ho perso il conto del diluvio di “emergenze democratiche”, attacchi alla Costituzione, minacce allo stato di diritto che ho schivato non si sa come in tutti questi anni. All’inizio ricordo c’era il conflitto-di-interessi, ma ben presto si passò al Berlusconi come Mussolini, mentre oggi va di più l’accostamento con Trump. Nei ruggenti anni novanta l’antiberlusconismo fu un collante più forte dell’antifascismo, che era vecchio e stantio, ma non si poteva dire. L’antifascismo andava bene il 25 aprile, ma per tutti gli altri giorni c’era l’antiberlusconismo.” (il virgolettato è di Minuz)

Nel 2026 contrordine compagni, Marina e Pier Silvio Berlusconi non sono certo come Meloni, Salvini e Vannacci. Almeno a me così pare. Ma la sinistra-sinistra tutte queste distinzioni non usa fare, sono tutti fascisti, sono tutti destra.

I comunisti italiani ancora oggi non si definiscono socialisti, sono anticapitalisti, pacifisti svizzeri, proPal e gridano sempre e solo “al lupo, al lupo”. Ora che sono tutti bipopulisti e perciò il “Pd a 5Stelle” a molti sembra non solo progetto auspicabile ma saggio, logico, concreto, io resto a non fare di tutta l’erba un fascio e ritengo che Lamezia non abbia futuro perchè noi lametini non siamo uniti da nulla. Oggi che tutti, come Trump, ripetono “Prima noi”, noi siamo una città che non conoscendo il Noi non siamo in grado di urlarlo. Non siamo capaci di difenderci tutti insieme, destra, sinistra, vannacciani, dagli attacchi che ci vengono da tutte le parti. Senza spina dorsale, la nostra città è destinata a disperdere qualsiasi ipotesi di crescita. I migliori la lasciano e la lasceranno, la mafia continuerà con i suoi prestanome a dirigere l’economia, e molti vanno ancora dietro alla vecchia teoria che tra mafia e società civile ci sia una zona grigia. A Lamezia sinceramente non la vedo. In fondo, se ci pensiamo per un istante, che differenza c’è nel cercare protezione (e reddito) attraverso Occhiuto, Irto, oppure attraverso un mafioso qualsiasi? Lo conosco da sempre, eravamo vicini di casa…si sente dire, eppure basta dare uno sguardo ai negozi, a banche e centri commerciali, per capire che i lametini ormai siamo solo consumatori. Qualche imprenditore certo che c’è, ma chi glielo fa fare, a stare sul mercato? Non vedo possibilità alcuna di recuperare un ruolo, come Lamezia, come città. Se la mia analisi non dico sia giusta, ma in parte veritiera, la Storia ormai ci ha segnati e condannati a fare da supporto agli Altri. Viviamo di luce riflessa, e ci sta bene così, divisi con le nostre bandiere e le nostre curve. Ma avete visto cosa è successo quando hanno tentato di fare una squadra unica di calcio? Di pallone. Gli ultras, di Nicastro, e di Sambiase, sono insorti, rifacendosi ognuno ad una Storia, alle Tradizioni, al Passato. La storia siamo noi, cantava De Gregori, noi italiani almeno quando ascoltiamo ancora l’inno di Mameli sentiamo qualcosa, ma a noi lametini, cosa ci unisce?