Clima e altro, cosa occorre per far funzionare le scuole

Come ha scritto Cazzullo è indubbio che i negazionisti del clima siano presenti nella destra politica che si rifà a Trump, per cui già si sente dire che la prossima estate magari sarà più fresca. Noi pessimisti invece pensiamo che il clima tropicale in cui siamo precipitati in pochi anni oltre a caldo insopportabile porterà cicloni e tempeste, frane e chissà cosa. Vedremo, certo è che a pensare a come hanno speso i soldi del Prrr e prima ancora alle sedie a girello prese al tempo del covid si capisce come l’umanità affronta solo le emergenze e quindi in fretta e furia assume sempre decisioni assurde.

Sul caldo e le scuole il discorso è davvero antico. Non nasce oggi ma dagli anni cinquanta l’esigenza di avere edifici scolastici attrezzati. Da quando andavo io a scuola sino a oggi a scuola si muore di freddo o di caldo. A pensarci bene una scuola, questo è il mio pensiero, andrebbe aperta (nulla osta) solo se dotata di impianto di riscaldamento e di climatizzazione. Ma anche le scuole nuove che costruiscono oggi non hanno questi dispositivi oltre che una palestra (vera, non indecorosa). Per cui andremo avanti con le solite proteste se fa freddo o fa caldo, e tenendo aperte scuole senza palestra. Io avevo un plesso con 15 classi e senza palestra per cui ricordo ancora gli sforzi personali per rintracciare nelle vicinanze un semplice spiazzo dove portare i ragazzi. Alla Provincia il problema non interessava.

Visto che ci siamo nel discorso, vorrei appuntare, a futura memoria, qualche osservazione sulle scuole italiane che se fossero in condizioni di restare aperte avendo riscaldamenti e impianti di climatizzazione, dovrebbero sistemare altri due problemini. Uno concerne i giorni di lezione, l’altro chi le dirige. Due problemini più facili, a mio modo di vedere, di risolvere delle strutture.

Cominciamo dai giorni di lezione che in Italia sono 200, sulla carta, anche se ogni regione fa il suo calendario nazionale e ogni materia ha il suo monte di ore annuale. Un caos voluto al solo scopo di non regolamentare la presenza a scuola, anche se gli studenti hanno dei limiti alle assenze, anch’essi mobili e discrezionali (con un certificato medico sani le assenze). Dipendesse da me i giorni totali li toglierei proprio di mezzo stabilendo materia per materia il numero delle ore obbligatorie -e non sanabili con certificati- all’anno. Per esempio, di italiano ore x, per matematica y, inglese z, e così via. Un modo serio per fare scuola, dal momento che oggi tra entrate posticipate, uscite anticipate, assenze giornaliere, scioperi, occupazioni e motivi oggettivi, le ore di lezione effettive in presenza di ogni alunno in certe materie possono essere ben poche. Come è possibile apprendere e insegnare in una scuola pubblica se il docente ha visto in un intero anno in classe l’alunno per poche ore?

Infine, la dirigenza, sulla quale ripropongo un vecchio esempio che ormai risale nel tempo. Per valutare un dirigente scolastico e la sua attitudine al ruolo, basta assistere in presenza ad un collegio docenti, uno solo. Così come per valutare un docente basterebbe assistere ad una sua ora di lezione in una classe, un ds si capisce se possa fare il dirigente con un semplice test pratico: alle prese con il collegio docenti e la trattazione dei punti all’OdG di una riunione. E’ vero che in un collegio ci possono essere 50 oppure 100 docenti, ma se il CD per ogni punto da trattare (sul quale occorre una delibera dopo discussione) diventa un brainstorming al quale possono partecipare tutti, e dunque il CD si trasforma in un happening teatrale che dura svariate ore, beh, quel dirigente va ricollocato in classe ad insegnare. Chi opera e lavora nelle scuole sa di cosa sto parlando e tutti sanno che dico solo una cosa di buon senso, ma in Italia nelle scuole il buon senso nessuno sa più cosa sia. Il buon senso infatti non è virtù innata, va insegnato e appreso.