La crisi climatica è la nuova ingiustizia sociale, solo Schlein lo ha capito

Limitare gli effetti delle ondate di calore richiede scelte coraggiose. A patirli sono soprattutto i più deboli e la questione sta diventando politica. Stavolta la segretaria del Pd, nel disinteresse di destra e M5S, è l’unica ad aver elaborato una proposta concreta

I diluvi, ieri, dopo settimane di inferno, che peraltro insiste. Danni per le piogge e per le temperature bollenti. I morti, poi. E un lockdown che ha imprigionato milioni di persone con l’aria condizionata a palla, per chi ce l’ha.

Nevrastenia diffusa ovunque. Ora i sopravvissuti, cioè noi, pensano solo a una cosa: come evitare che il fenomeno si ripeta, come purtroppo tutti gli scienziati prevedono. E allora il caldo sta diventando una questione politica che ha un chiaro segno di classe perché i più deboli sono più esposti. Non è quindi insensato dire che il partito o il leader che saprà impegnarsi per affrontare seriamente il problema avrà un ottima ragione per essere votato.

C’è poco da fare i furbi o i fenomeni. Non è una questione che si risolve con un superbonus o con un corteo o un programma televisivo. Ranucci serve a poco. Qui serve il coraggio delle scelte. Occorre una cosa che si evoca spesso ma non si realizza mai: far incontrare le competenze scientifiche con la politica.

Cosa si può dire sulle posizioni assunte dalle forze politiche dinanzi a questo dramma del clima? Va dato atto, una volta tanto, che Elly Schlein è stata la prima a dire qualcosa. Forse anche l’unica. Era stata anche presa in giro perché era sembrato che parlasse di una cosa che con l’agenda politica non c’entrasse niente ed era stata ignorata perché in quei giorni si parlava solo di legge elettorale! Invece era lungimiranza.

Il 31 luglio, nel quartiere romano del Pigneto, Schlein ha presentato la proposta del Pd contro gli effetti delle ondate di calore. Una proposta concreta. Un pacchetto (traducibile in una proposta di legge) di quindici misure e soprattutto l’attivazione di un Fondo per l’attuazione del Piano nazionale di adattamento climatico, finanziato con cinquecento milioni l’anno dal 2027 al 2029, cioè complessivamente un miliardo e mezzo, attraverso una quota dei proventi dell’Ets europeo.

L’Ets è il sistema europeo che impone alle imprese di comprare o vendere quote di emissione premiando chi inquina meno. Le quote vengono in parte messe all’asta dagli Stati e gli Stati incassano quindi dei proventi. Non basta certo a risolvere il problema – ci vuole ben altro – ma è già qualcosa. C’è poi tutto un enorme capitolo che riguarda le città. Gli strumenti per rendere vivibile la quotidianità di fronte alle ondate di calore. Il verde, per esempio. Attrezzare gli edifici pubblici di aria condizionata con interventi programmati. E c’è un evidente problema per la salute dei lavoratori: questo è un grande banco di prova per i sindacati. Stavolta la segretaria del Pd è stata sulla palla.

Certo più di Giuseppe Conte che su questo non si è né visto né sentito: gli ha scippato un tema che era molto del vecchio M5S di Beppe Grillo. E il governo Meloni? Sembra che abbia fatto pochino. È rimasto spiazzato da un’emergenza che, almeno in queste dimensioni, non era stata prevista. Bevete molto e non uscite nelle ore calde – più o meno il livello è stato questo. Sì è riunita una “cabina di regia” ma non sono venute contromisure particolari. Il ministro dell’ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha confermato la sua inutilità.

Ma è chiaro che il ritardo non è suo perché il problema della destra a livello mondiale è il negazionismo – Donald Trump come al solito esercita la sua allucinante egemonia anche su questo terreno. Come ha spiegato il filosofo Mauro Ceruti su Repubblica, «il negazionismo climatico è estremamente diffuso, soprattutto tra le destre radicali. Corrisponde a una forma di cultura ipersemplificatrice, che riduce la complessità della crisi planetaria, di volta in volta indicando un untore, un caprio espiatorio, ultimamente soprattutto gli immigrati. E poi c’è anche una parte della classe politica che fa da supporto agli interessi delle lobby dei combustibili fossili».

La conseguenza pratica è che la destra, ivi compreso il governo Meloni, non fa dell’emergenza climatica una questione politica. Non l’ha mai inserita nella sua agenda. Non ce l’ha nella testa, non la prevede la sua cultura, contrasta con gli interessi economici che in qualche modo vuole favorire. Intendiamoci. Anche la sinistra ha storicamente sottovalutato il problema, posponendolo alla questione sociale. Oggi però si rende conto che “il caldo” è esattamente la nuova dimensione del tradizionale problema dell’ingiustizia sociale: è un flagello per tutti ma in particolare per i soggetti che la sinistra vuole rappresentare.

Negli anni è venuta acquisendo una maggiore sensibilità, a tratti persino ideologica. Ci vuole invece pragmatismo. Serve cultura di governo. In teoria uno spirito di unità nazionale che è di là da venire. È una grande occasione per i progressisti. Un banco di prova che va ben oltre le sciocchezzuole in cui il cosiddetto campo largo si arrabatta tutti i giorni. È ora di diventare adulti.