(frasco) Il professor Alberto Asor Rosa (1933-2022) fu ospite nel 2003 a Lamezia Terme nell’auditorium dell’ex Istituto Magistrale per presentare il suo primo romanzo L’alba di un nuovo mondo, pubblicato l’anno precedente da Einaudi. In quell’occasione mi presentai a lui con in mano una copia di Scrittori e popolo e me la feci autografare. Lui fu davvero contento e scambiammo qualche parola. Uscito nel 1965, Scrittori e popolo è un saggio critico fondamentale che demistifica il populismo letterario italiano, criticando l’idealizzazione piccolo-borghese del “popolo” come custode di una fittizia purezza morale. L’opera ha segnato un punto di svolta anticonformista per la sinistra e la critica del Novecento.
Massimo Raffaeli, 2015 [Questo articolo è uscito su «Alias»].
Pochi libri di critica hanno inciso così profondamente nel senso comune come Scrittori e popolo, uscito nel 1965 da una piccola editrice romana, Samonà e Savelli, che allora garantiva una specie di samizdat alla sinistra extraparlamentare. Lo firmava uno studioso ancora giovanissimo, poco più che trentenne, Alberto Asor Rosa, allievo di Natalino Sapegno all’università di Roma, attivo nei “Quaderni Rossi” e compagno di via di Raniero Panzieri. Si trattava di un esordio geniale, sorprendente per la padronanza di una strumentazione in cui la capacità di delineare un quadro storico per ampie campiture e tagli dialettici si integrava ad una microfisica testuale, nel campionario dei testi analizzati, di secca e persino spietata precisione analitica.
Paradossalmente, non si trattava di un libro ideologico ma di un libro critico, nell’accezione etimologica, il cui orizzonte d’attesa era di totale alterità rispetto al quadro convenuto della sinistra istituzionale e della cosiddetta via italiana al socialismo. In effetti, Scrittori e popolo era un libro di critica della “italianità” letteraria analizzata nella lunga durata e con un’ottica che oggi diremmo annalistica circa una nozione, il populismo, declinata a destra quale folclore endogeno o clausura autarchica e dedotta, o meglio diluita, a sinistra nei termini di un generico o irenico progressismo. Questo era infatti l’incipit folgorante di quel libro: “L’uso del termine populismo è legittimo solo quando sia presente nel discorso letterario una valutazione positiva del popolo, sotto il profilo ideologico oppure storico-sociale oppure etico. Perché ci sia populismo, è necessario insomma che il popolo sia rappresentato come un modello”.
Diviso in due, la prima parte di Scrittori e popolo tracciava un quadro storico a maglie fittissime di quella nozione capitale, dall’Unità alla Resistenza, dalle riflessioni di Gioberti e Oriani ai Quaderni di Gramsci, cogliendone la vischiosità e l’ambiguità per esempio tra i “fascisti di sinistra” (Vittorini per primo) quasi fosse, il populismo, una incombenza ipotecaria fatalmente ricevuta anche fra i convertiti, nel secondo dopoguerra, al neorealismo e/o al comunismo (e, qui sia detto per inciso, che proprio tale quadro è in realtà la sinopia dell’altro grande contributo di Asor Rosa, cioè il quarto volume, tomo secondo della Storia d’Italia einaudiana, intitolato La cultura che taluni allora presero, nel ’75, per una palinodia); la seconda parte di Scrittori e popolo contiene invece quelle che l’autore definiva “esercitazioni”, analisi in vitro della produzione di Cassola e Pasolini, severissime e tuttavia utili non tanto a un giudizio di valore complessivo, meno che mai a una loro eversione in blocco, quanto alla messa a fuoco di una serie di contraddizioni o di aporie (l’intimismo di Cassola, l’estetismo di Pasolini) da misurare col metro della produzione grande-borghese, Pirandello, Svevo, Montale.
Cinquant’anni e però sembrano molti di più: questo giova al valore del libro (pochi testi della nostra critica, dopo tutto, appaiono meno datati e perciò ancora discutibili, vale a dire saldi nell’impianto e sicuri nelle soluzioni interpretative) ma questo dice d’altra parte che il quadro è mutato irreversibilmente, come adesso attesta la ristampa arricchita da una sua necessaria appendice, Scrittori e popolo 1965-Scrittori e massa 2015 (Einaudi, “Piccola biblioteca”, pp. 430, € 32.00). Asor Rosa nel suo più recente contributo muove dalla consapevolezza che è venuta meno, e nei modi di una disintegrazione, l’esistenza stessa di un “popolo” e con essa delle “élites” che ne interpretavano e insieme convogliavano le dinamiche sociali e politiche, per dar luogo qui e ora a una massa assoggettata e reclusa negli spazi di quella che pure definisce una “democrazia passiva”. Ciò ai suoi occhi comporta una serie di conseguenze capitali, grosso modo a partire dal passaggio di millennio: il tramonto della modernità quale spazio del conflitto (di idee, posizioni, organizzazioni); la rottura del rapporto con una tradizione secolare di testi, valori, orientamenti; l’obsolescenza della critica e della sua funzione primordiale che è quella di mirare sempre ad una alterità nella stessa percezione degli oggetti sottoposti al suo vaglio; infine la presenza ubiquitaria di un’industria culturale che ha saputo trasformare il mercato e i suoi cicli di produzione e consumo in un vero e proprio stato di natura.
Anche in Scrittori e massa non interessa allo studioso individuare ritratti monografici e stilare specifici giudizi di valore ma la messa a fuoco di un comune orizzonte, di costanti tematiche dentro un campionario che associa narratori e poeti nati fra gli anni cinquanta e ottanta del secolo scorso. Quello che colpisce, con evidenza statistica, è non soltanto la loro produttività (sollecitata dai ritmi ormai convulsi della editoria) e la diffusa originalità delle fisionomie testuali (indotta magari dal ri-uso delle fonti tradizionali o dalla contaminazione perpetua con i mezzi di comunicazione di massa), quanto uno stato di isolamento, o peggio, di “atomismo individualistico” che li obbliga a produrre in una specie di trance e nello spazio-tempo di un eterno presente. Il che vuol dire che si chiede loro di produrre delle storie, delle “belle” storie, ma non di riflettere, di prendere la parola, e di continuo, ma non di prendere una posizione circa il vivere in società, in questa società, o sui destini generali come era d’uso viceversa fra gli ultimi grandi maestri (Pasolini, Fortini, Calvino) per cui dirsi scrittori e intellettuali era sinonimo. Asor Rosa non rinvia gli scrittori di oggi alla pratica dell’engagement ma piuttosto individua il tabù più diffuso, per cui la pratica dello storytelling è appunto la compensazione del silenzio tombale riguardo ai meccanismi sociali, al pensiero unico che governa le coscienze, ai grandi poteri che propongono la globalizzazione e i suoi istituti economico-finanziari come il solo e il migliore dei mondi possibili. (Esemplare in tal senso è l’analisi di Gomorra e del caso Saviano nella intersezione, come nella ambiguità, di testimonianza e fiction). E’ probabile Asor Rosa qui trascuri alcuni segnali in controtendenza, quali il ritorno della letteratura di reportage e di docufiction, nonché il redivivo dibattito intorno alla nozione di “realismo”, ma è comunque comprensibile il fatto che colga nella parola dei più atomizzati e isolati rispetto al contesto, i poeti e le donne specialmente, tra opacità sociale e vivida sussultante esperienza del corpo, quei nessi di fertile contraddizione e quelle verità che ai narratori per lo più sono inibite o deliberatamente impedite. Così si conclude Scrittori e massa: “In letteratura, come in qualsiasi altra operazione storica umana, non c’è disvelamento della verità senza conflitto. Solo l’’opposizione’ […] consente il disvelamento delle apparenze e l’emergere dei tratti più nuovi del reale – e del pensiero. […] Se non c’è conflitto, non c’è pensiero nuovo; e se non c’è pensiero nuovo non c’è nuova rappresentazione – il mondo resta una veste esteriore che ricopre a stento, sempre, le vecchie apparenze ”. Scrittori e popolo era nato da un’identica persuasione ma oggi è un grido che risuona, abbastanza disperato, nella nostra pace domestica.
Matteo Motolese (Il Mulino)
Per ricordare Alberto Asor Rosa – scomparso a Roma lo scorso 21 dicembre 2022, a 89 anni – si può forse partire dalla fotografia che lui stesso aveva scelto o quantomeno approvato per la custodia del Meridiano Mondadori a lui dedicato: una fotografia in cui fissa l’obiettivo con metà del volto che emerge dall’ombra. Questa immagine sembra evocare uno dei tratti dominanti dell’attività di Asor Rosa critico letterario: lo sguardo indagatore sui contenuti e le forme della letteratura alla ricerca di elementi per illuminare il contesto politico, sociale e civile della storia d’Italia. È significativo che, anche quando il panorama attorno era profondamente mutato rispetto a quello in cui si era formato e nel quale aveva consolidato la sua influenza culturale, questo bisogno di saldatura tra livelli diversi non fosse venuto meno. Nell’introduzione a Genus italicum (1997) si legge:
«Se il sistema culturale democratico-occidentale è tutto in movimento, può essere utile stendere sulle fessure e sui crepacci che si vanno aprendo una serie di passerelle e di trampolini, che consentano ad un intero continente che si va sganciando di mantenere una trama di relazioni con il proprio passato. […]. In questo senso niente di meglio della critica letteraria, disciplina tipicamente intermediaria, per svolgere tale funzione».
Anche l’impostazione della monumentale Letteratura italiana Einaudi può essere letta come uno sforzo in questa direzione: far emergere i nodi problematici e le ragioni strutturali profonde della cultura letteraria italiana. Senza perdere mai di vista però – ed è un aspetto fondamentale – ciò che è specifico della letteratura: dal punto di vista espressivo, stilistico, formale. È questo che rende ancora oggi la Letteratura Einaudi – almeno a giudizio di chi scrive – la più importante storia della letteratura del nostro Paese. Basta scorrere i titoli a caratteri bianchi sui dorsi blu dei volumi per cogliere l’ampiezza dell’intera operazione: Il letterato e le istituzioni (1982), Produzione e consumo (1983), Le forme del testo (1984), L’interpretazione (1985), Le questioni (1986), Teatro, musica, tradizione dei classici (1986), Storia e geografia della letteratura italiana (1989). Migliaia di pagine a cui seguiranno, negli anni Novanta, numerosi altri volumi di completamento, in cui spiccano i quattro dedicati alle Opere (1992-96), con saggi su testi giudicati a vario titolo significativi per la storia letteraria italiana. Non solo i classici riconosciuti ma anche, per dire, gli scritti di Leonardo da Vinci.
Anche l’impostazione della monumentale Letteratura italiana Einaudi può essere letta come uno sforzo per far emergere i nodi problematici e le ragioni strutturali profonde della cultura letteraria italiana
Il contributo di Asor Rosa a questo disegno è stato decisivo non solo per l’impostazione ma anche per la qualità dei saggi scritti in prima persona. Riflessioni di sistemazione generale come Fondazione del laico, nel quinto volume, oppure Il canone delle opere, in apertura della serie dedicata alle Opere. Ma anche approfondimenti monografici su singoli periodi (ad esempio, la Controriforma) o autori: nel volume delle Opere recano la sua firma i saggi sul Decameron, i Ricordi di Guicciardini, l’Istoria di Sarpi, I Malavoglia, Pinocchio,La persuasione e la rettorica di Michelstaedter, i Canti orfici di Campana, le Lezioni americane di Calvino.
È indicativo che questi saggi siano l’architrave su cui è edificato anche il Meridiano: quasi cinquecento delle oltre millecinquecento pagine che lo compongono sono occupate da scritti che derivano dal cantiere della letteratura einaudiana. Prima, il volume raccoglie un’ampia scelta del libro più noto di Asor Rosa, Scrittori e popolo (1965), seguito da una riflessione sullo stesso tema a cinquant’anni di distanza, Scrittori e massa (2015), testimonianza di uno sforzo di sistemazione continua dal punto di vista storiografico. A questo tipo di indagine, d’altronde, Asor Rosa è rimasto sempre profondamente legato: si pensi solo alla scrittura dei tre volumi della Storia europea della letteratura italiana (2009), secondo attraversamento in solitario della storia letteraria italiana dopo la Sintesi pubblicata nel 1974.
“il mio amore per i classici (o meglio: per i ‘grandi scrittori’) si è rinsaldato ed è cresciuto nel corso degli anni fino a diventare una vera passione, un vero connotato dell’esistenza”
Questa intensa attività di scrittura critica si è accompagnata, negli anni, a molto altro: Asor Rosa è stato, com’è noto, uno dei protagonisti del dibattito politico e intellettuale del nostro Paese (del suo impegno in questo campo altri più competenti di me potranno parlare). Ma a scandire la sua vita è stato soprattutto l’insegnamento universitario prima come assistente di Natalino Sapegno e poi, dopo il passaggio d’obbligo in altre sedi, come professore presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza. La stessa Facoltà in cui, nel 1951, era entrato da studente. Lo aveva ricordato lui stesso in occasione della sua ultima lezione, nel 2007: «sono cinquantadue anni che, nell’una o nell’altra veste, prima da studente, poi assistente volontario, poi assistente ordinario, poi professore incaricato, poi professore ordinario, poi professore tout court, poi professore anziano frequento con assiduità […] questi luoghi» per arrivare poco dopo a richiamare l’amore per la letteratura che ha animato tutta la sua vita: «il mio amore per i classici (o meglio: per i “grandi scrittori”) si è rinsaldato ed è cresciuto nel corso degli anni fino a diventare una vera passione, un vero connotato dell’esistenza».
Negli ultimi anni la scrittura di Asor Rosa si era aperta alla dimensione narrativa o meglio “d’invenzione”, come viene definita nel titolo del Meridiano. Nata inizialmente come recupero di memorie personali, si è poi sviluppata in una dimensione più libera sino a costituire un terzo filone della sua già intensissima produzione. Un giorno, vedendo sul suo tavolo da lavoro la sua copia di L’alba di un mondo nuovo, il suo primo libro narrativo, mi venne naturale di chiedergli come fosse arrivato alla scrittura creativa, se avesse fatto tentativi in precedenza. «Mi ero sempre represso», rispose. Poi mi mostrò un armadio in cui conservava i libri che aveva letto da bambino. Da cui tutto era iniziato.