Uno come me, che vive a Lamezia, non guarda i tg ma legge i giornali, sapeva da lungo tempo chi fosse Valterino Lavitola. Chiamasi faccendiere. Già il fatto che un puro e duro come Sigfrido Ranucci ne fosse amico mi confermava sulla credibilità pari a zero di Ranucci. Questo blog è pieno di analisi sul suo metodo televisivo di indagine, ma veniamo ad oggi. Mi posso meravigliare se finora lo considerano vittima Bonelli e i 5Stelle? No, è tutto così facile oggi. Noi contro loro. I puri, insieme con i giudici, che inseguono il bene (non a caso si chiamano santoni, sono grandi santi) e sanno cosa sia il bene comune, contro noi, poveri infedeli e peccatori. Per i puri, Ranucci è una vittima. Per noi, un coglione.
Scrive oggi GOFFREDO BUCCINI:
Per citare un esempio a noi prossimo, il golden boy dei sondaggi nostrani, Roberto Vannacci, ha potuto sostenere, senza finora pagare dazio nei consensi, di voler fissare a un 4% sul totale della popolazione la quota di stranieri residenti in Italia (al momento al 9,4%: perciò «remigrando», a conti fatti, tre milioni di migranti regolari; uno schiaffo al senso comune oltre che alla Costituzione, accompagnato peraltro dall’equivoco doloso tra le parole «remigrazione» e «rimpatrio», tutt’altro che sinonimi. Il tribuno dell’estrema sinistra francese Jean-Luc Mélenchon, forse il miglior alleato involontario di Marine Le Pen nella sua marcia verso l’Eliseo, ha nel programma per le presidenziali 2027 la pensione a 60 anni per tutti e con piena contribuzione: facile intuire quanto questa riforma — devastante per le casse dello Stato — piaccia ai cittadini più di quella voluta da Macron per salvare il sistema, con età pensionabile elevata a 64 anni. Dieci anni fa, Nigel Farage convinse gli inglesi che uscendo dalla Ue avrebbero goduto di 350 milioni di sterline in più alla settimana per il sistema sanitario: a Brexit compiuta ammise che stava scherzando; ma ancora oggi, pur inseguito dagli scandali, è in cima agli indici nazionali di gradimento.
Analisti come l’olandese Cas Mudde o gli americani Levitsky e Ziblatt attribuiscono la polarizzazione cui assistiamo a un collasso del centro come spazio di mediazione più che a un irrigidimento ideologico collettivo: i partiti tradizionali hanno perso, assieme alla capacità di leggere questo nostro tempo vorticoso, quella di aggregare consenso; sembra una tautologia, ma è un dato di fatto. Una massa senza bussola si sposta così verso i poli perché lì trova identità e chiarezza. Sono queste, infatti, le grandi armi del discorso populista: «noi» contro «loro» in una ricetta binaria che per i problemi complessi (si prenda ancora l’esempio dell’immigrazione) offre soluzioni facili. Dunque fasulle. E, tuttavia, attraenti nel loro carico di rassicurazione.
Il cattolico Chesterton diceva che non è vero che chi smette di credere in Dio non crede più in nulla: comincia piuttosto a credere a tutto. Con la democrazia, si parva licet, è un po’ così. Chi smette di credere nelle istituzioni liberali, può credere a qualsiasi ciarlatano di passaggio. Prima dei voti bisogna recuperare la fede.