Quando andranno ai gazebo per le primarie del cosiddetto campo largo, i cittadini di sinistra dovranno prima chiedersi: «Ma Giuseppe Conte è di sinistra?».
Nel tempo in cui è diventato lecito dire tutto e il contrario di tutto, fare una cosa e poi disfarla il giorno dopo, ogni cosa è oscurata dall’ambiguità dei pensieri e delle parole; e in questo senso il camaleontismo del capo del M5S – il «camaleConte» – fa scuola. D’altronde, il suo amico Paolo Zampolli – rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali – aveva detto a La Verità: «Ho buoni rapporti con Giuseppe Conte. Le dirò che piace anche al presidente Trump. Conte è di sinistra? Ne è sicuro?».
Degli affari tra i due amici, tema rilanciato un po’ a sorpresa dal Corriere della Sera, qui non mette conto di parlare. Piuttosto, il punto è tutto politico; e in questo contesto va rilevato che, per la prima volta, il mitico «popolo della sinistra» potrebbe scegliersi un leader non di sinistra (a modo suo, da cattolica democratico, Romano Prodi lo era).
«È noto che Conte non si definisce di sinistra ma progressista, lo ha spiegato nel suo libro», commenta sinteticamente con noi Goffredo Bettini, che dell’avvocato è amico e consigliere. Però un conto è definirsi progressista nei libri, nei comizi e nelle piazze. Un altro è collocarsi davanti alle grandi fratture geopolitiche del nostro tempo: America Maga o America antitrumpiana, sostegno all’Ucraina o resa a Putin, Occidente o neutralismo, difesa europea o disarmo. Finora il campo largo ha rischiato di diventare il luogo nel quale queste contraddizioni vengono semplicemente congelate, in nome dell’unico obiettivo condiviso: battere Meloni. Ma una coalizione può anche vincere le primarie sull’equivoco.
Osserva Pina Picierno: «Che questa domanda venga da uno del cerchio magico di Trump è significativo perché, in effetti, a partire dall’Ucraina, Conte dice pedissequamente le stesse cose che sostiene Trump. Conte di sinistra? No. Perché, da “pacifinto”, lui non sta sostenendo la causa della Resistenza ucraina».
Ma Zampolli voleva evidentemente indicare qualcosa di diverso dalle sottili distinzioni politologiche (progressista o di sinistra) e infatti poneva quella domanda dopo aver rimarcato che il capo supremo del M5S «piace a Trump», cioè al campione mondiale del più feroce antiprogressismo, uno che etichetta formalmente come «terroristi» gli antifascisti, uno che ha assaltato il parlamento americano.
Tutti ricordano come l’avvocato non abbia mai risposto alla domanda se preferisse Trump o Joe Biden: non poteva esplicitamente dire che il primo era già un alleato, dai tempi in cui lo aveva affettuosamente appellato «Giuseppi». Nel famoso pranzo al ristorante romano Sanlorenzo della primavera scorsa, Conte aveva utilizzato Zampolli come canale per far arrivare un messaggio direttamente a Trump.
Gli disse di riferire al presidente americano la sua posizione sugli attacchi all’Iran, che Conte considerava contraria al diritto internazionale e senza il sostegno dell’Italia. Ma è impossibile che i due non abbiano parlato anche di altro, a conferma di un collegamento indiretto tra l’avvocato e l’uomo della Casa Bianca. Ed è proprio questo che rende il rapporto interessante: capire le mosse di Conte sulla politica estera.
Insomma, se Conte dovesse vincere le primarie del centrosinistra e poi le elezioni, per Donald Trump sarebbe un buon affare. Questa semplice constatazione significa che dal “campo Lavrov” si passa al “campo Zampolli”. Che poi, a pensarci bene, sono pienamente sovrapponibili.
Per questo resta viva la domanda che il popolo della sinistra dovrebbe porsi prima di entrare nel gazebo: non tanto chi sia Giuseppe Conte, ma dove starebbe Giuseppe Conte quando arrivasse finalmente il momento delle scelte. I fatti, fin qui, suggeriscono la risposta: a destra.