Un Paese che ha dato più del trenta per cento a un comico e ora sembra pronto a votare un ex generale per «rastrellare» le periferie, perché non dovrebbe votare uno come Ranucci?

Mario Lavia, Linkiesta

Per quello che sappiamo finora, e ammesso che sia vero, Valter Lavitola aveva in testa il progetto di fare di Sigfrido Ranucci un leader politico che addirittura poteva aspirare a diventare Presidente del Consiglio, con il grottesco corollario di Lavitola medesimo nella parte del Gianni Letta della situazione.

Sembrerebbe una riedizione di “Oltre il giardino”, con il giardiniere Peter Sellers che si trova a fare il consigliere del presidente americano. Ma non è proprio così. L’idea di Lavitola – tralasciando qui il ristorante di pesce, la bomba e gli altri elementi grandguignoleschi della vicenda – a pensarci bene non era così strampalata. La crisi della politica offre sempre grandi spazi a outsider, newcomer, personaggi televisivi, imbonitori, mattocchi di vario tipo: non siamo più ai tempi di Aldo Moro e Ugo La Malfa, e nemmeno a quelli di Romano Prodi e Silvio Berlusconi, c’è bisogno di dirlo? Un Paese che ha assegnato più del trenta per cento a un comico e ora sembra pronto a dare un mare di voti a un ex generale che intende «rastrellare» le periferie, perché non dovrebbe votare uno come Ranucci?

Il disorientamento ideale e il rigetto delle élite politiche conducono, o possono condurre, alla risacca dell’anti-politica anche in forme non necessariamente rozze e prive di riferimenti politico-culturali. Il «campo» del conduttore di Report d’altra parte è abbastanza definito. È quello esposto ai quattro venti, cioè la sinistra in senso lato, i cui attuali leader sono una ragazza venuta dal nulla e un avvocato spuntato per caso: una sinistra da anni in cerca di un centro di gravità permanente, di solidità ideale e di prestigio tra le masse, sempre infettata dai germi del populismo, dato che gli anticorpi verso la politica semplificata da media e social non esistono, tantomeno a sinistra.

E allora perché non Sigfrido? Lui non è tanto peggio di molti dirigenti dell’attuale campo largo. Può certamente non piacere, con quell’arroganza che nasconde le cose poco nitide. Ma è il legittimo erede del giustizialismo manettaro e populista, quel «davighismo politico» che è stato la benzina del primo grillismo e del Fatto Quotidiano, e dell’uso parziale del cosiddetto giornalismo d’inchiesta di matrice santoriana: tutta roba che piace a un bel pezzo della sinistra antiriformista e anche a settori della destra meno colta, vittimista e politicamente qualunquista.

Ranucci sguazza nella dicotomia bene-male da lui stesso disegnata, esattamente come faceva Michele Santoro: persino oggi che l’amico gli ha piazzato una bomba sotto casa fa il paladino del bene, la vittima di trame oscure, tecnicamente parte lesa, ma nella sostanza in una posizione quantomeno equivoca.

Politicamente, potrebbe coprire quella zona di elettorato che non si riconosce più nel vecchio centrosinistra e che conserva una fortissima domanda di legalità, giustizia sociale, controllo sui poteri e lotta per la pace. È in qualche modo la versione giornalistica e non partitica di una certa sinistra populista italiana collegata ai valori del cattocomunismo cui lui stesso si è richiamato.

Avrebbe – dovremmo dire, avrebbe avuto – uno spazio elettorale? Sì: rubando consensi a un Movimento 5 stelle imborghesito e politicista come quello di Giuseppe Conte, e anche a un Partito democratico considerato alquanto moscio nella battaglia per la legalità e anche per la pace, e soprattutto subalterno ai mitici poteri forti che nella logica travagliesca muovono i fili del Paese contro i bisogni del popolo.

Con qualche mese di lavoro a opera di bravi professionisti del marketing politico, il giornalista con la camicia bianca sbottonata e la erre moscia sarebbe potuto diventare l’ultimo affabulatore di una certa sinistra, pronto a suonare il piffero di una rivoluzione figlia della demagogia televisiva più che di una dottrina politica. Valter Lavitola forse non aveva torto. Bomba o non bomba, Sigfrido Ranucci poteva arrivare a Roma, malgrado lui.

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(Il Giornale) La sinistra l’ha «eletto» a simbolo. Ma lui, Sigfrido Ranucci, di Schlein, Bersani e Conte diceva: «Che nomi improbabili». Aveva un giudizio, netto, negativo sull’attuale classe politica del campo largo. Ciò emerge dalle chat tra Mr Report e Valter Lavitola di cui Il Giornale è in possesso. È il 2 aprile 2026 quando Valter Lavitola invia a Ranucci su wp un articolo del Quotidiano Nazionale in cui si citano i possibili leader del campo largo per le primarie (Conte, Schlein, Bersani, Salis). La risposta di Ranucci al messaggio di Lavitola è pungente: «Hai visto che nomi improbabili». Coltellata al cuore per la sinistra italiana. Ranucci pensava di Schlein, Conte e Bersani il peggio. Ma in pubblico accettava le passerelle offerte dal Pd. In privato però sognava Palazzo Chigi. In una chat del 19 giugno scorso Lavitola chiede a Ranucci: «Sei mai stato nel corridoio dei presidenti di Palazzo Chigi?».

Ranucci risponde: «Ancora no», facendo intendere il desiderio di arrivare alla meta. Lavitola: «Allora aspetta un annetto. Le foto si mettono alla fine mandato». Nelle conversazioni tra Ranucci e Lavitola il tema politico non è secondario. Anzi. L’idea di una discesa in campo non è affatto un’opzione remota. Il 9 gennaio 2026 il faccendiere espone il suo piano all’amico Ranucci: «Puoi tranquillamente fare altri cinque anni di tv e nel 2032 ti candidi, preparando per tempo il progetto». Nelle pagine dell’ordinanza viene poi ricostruito tutto il piano ipotizzato da Lavitola di poter candidare il volto di Report alla presidenza del Consiglio. Un piano che lo stesso Lavitola espone al colonnello dei Carabinieri Donato Ferrara il giorno della perquisizione.

Lavitola e Ranucci sognavano di percorrere i corridoi di Palazzo Chigi. Il 17 ottobre 2024 Ranucci invia a Lavitola le foto di un evento appena concluso a Foggia per la presentazione del libro: tutto esaurito. E Lavitola rispondeva: «Questi mesi mi sembrano tanto un test di campagna elettorale come si fa negli Stati Uniti». E Ranucci rispondeva divertito con le «faccine». Il progetto cresce giorno dopo. Iniziano a mettere a punto il famoso sondaggio. Al quale contribuiranno anche due importanti firme del giornalismo italiano: Paolo Mieli e Stefano Cappellini. Del sondaggio Lavitola e Ranucci ne parleranno in un incontro di persona. Ranucci viene informato del lavoro di Mieli e Cappellini. Non è uno scherzo. Tant’è che il conduttore inizia a crederci. E il 9 gennaio 2026 il volto di Report gira a Lavitola i messaggi ricevuti sui social: «Report Italia con Ranucci premier». «Milioni di italiani ti vogliono alla guida del Paese». E poi i dati di Report che per Lavitola diventano la spia di un consenso popolare.

Ma nella mente di Lavitola anche gli attacchi di Maurizio Gasparri e del centrodestra diventano per Ranucci un’occasione d’oro per accrescere il proprio consenso popolare.

Più diventa vittima, più si diventa popolare, è il messaggio di Lavitola.

Il 2 aprile Ranucci commenta con Lavitola un sondaggio di Repubblica che dà in calo i principali partiti: «La gente è disperata», scrive Ranucci. Tradotto: ci vogliono facce nuove.

Forse a qualcuno, però, la situazione è sfuggita leggermente di mano.

sull’argomento su questo blog v.:

Andrea Minuz/Un Report di fede e fuffa