Guia Soncini, alcune perle, da Berselli a Nolan

Di tanto in tanto qualche amico affettuoso mi chiede perchè non scrivo un altro libro. Io ho scritto un solo libro di narrativa “Azzurro“, ma solo perchè vende libri in Italia finanche Fabio Volo e io, che scrittore non sono, sono meglio di lui. Non scriverò nessun altro libro perchè alla mia veneranda età posso ben dire che non sono in grado di scrivere come Beniamino Placido e nemmeno come Edmondo Berselli, ovvero due geni che secondo me hanno saputo scrivere di cose importanti e anche di cazzate, con uno stile unico. L’Italia e gli italiani, questo è il mio parere, si capiscono meglio attraverso le loro opere. Infine aggiungo che c’è già una bolognese, che potrebbe essere mia figlia, che scrive, e io potrei fare un libro solo attraverso un collage, una raccolta, di sue considerazioni e pensieri. Dico subito che Guia Soncini è odiatissima e anche nella mia famiglia mi viene talvolta impedito di citarla. Dicevo che Guia è bolognese, è nata il 19 ottobre 1972, dunque è una Bilancia come me ( Elemento: Aria; Pianeta dominante: Venere; Tratti distintivi: Amanti dell’armonia, diplomatici ed empatici, con un forte senso dell’equilibrio e della giustizia); scrive su Linkiesta, ma ha scritto anche per Repubblica, Gioia, Elle, e Il Foglio. Ha scritto vari libri (gli ultimi sono: Qualunque cosa significhi amore (2015); L’era della suscettibilità (2021); L’economia del sé: Breve storia dei nuovi esibizionismi, Marsilio (2022); Questi sono i 50. La fine dell’età adulta, Marsilio (2023); Qualunque cosa significhi amore, Mondadori (2026)).

Ora passo ad elencare qualcuna delle migliaia di citazioni che ho pazientemente raccolte dai suoi scritti, ed escludo volutamente quelle tratte dai libri. E’ più facile perchè non devo dar conto ad editori vari, ma solo al carissimo Christian Rocca, direttore di Linkiesta, nonchè mio insuperabile maestro di parole e pensieri, dalla Juve sino a Draghi.

Innanzitutto Soncini condivide con me l’amore per Berselli. Ecco un esempio.

Ogni volta che mi lamento dei figli delle mie amiche che non vanno a catechismo e quindi non sanno niente del tessuto culturale del paese in cui vivono, ogni volta che dico che da quando non crediamo più in niente crediamo nelle peggio scemenze, da TikTok in giù, ogni volta mi viene il dubbio che ci fosse un Berselli che questa roba qui l’aveva già descritta, e infatti c’era, ventun anni fa: «Rimasti orfani di sogni significativi, delle grandi narrazioni, delle mitologie supreme, si sente il bisogno di beni di conforto, da ricercare soprattutto negli ipermercati del cazzeggio».

Soncini ama il cinema ed ha una memoria prodigiosa per le citazioni. Tipo:

…a me viene in mente Giovanna Ralli che in “C’eravamo tanto amati” dice a Gassman: «Si vede che non hai letto il “Siddharta”»; Franca Valeri ci ha lasciato la definizione «quelle donne che in testa hanno dei sentimenti al posto dei pensieri».

Poi, alla Berselli, è capace di unire alto e basso, parlare di cazzate che rispecchiano l’italietta

In questi giorni, ogni anno, gli italiani si fanno una domanda, e me la faccio anch’io, che a volte – non so: coi mondiali di calcio – fatico a sintonizzarmi col sentimento nazionale, ma non in questo caso; in questo caso, a ogni inizio d’agosto, io come tutti mi chiedo: e ora che farà per undici mesi Filippo Bisciglia?

Adesso passiamo decisamente alle analisi politiche di Guia:

…e quindi quando ti siedi la cameriera ti dice «sapete come funziona?», e tu avresti voglia di risponderle «che voi mi date del cibo e io vi do dei soldi»…

Non trovi più uno che sappia fare un lavoro qualsiasi, neppure uno che al bar ti sappia fare un cappuccino

C’è tutta una parte molto interessante di miei coetanei che hanno fatto le cose giuste negli anni giusti, che in sintesi significa: sono stati ferocemente antiberlusconiani a vent’anni e se ne sono vergognati tantissimo a quaranta. Cito sempre uno scrittore che qualche anno fa, non ricordo se davanti a un governo Conte o analogo scappatismo di casa, disse «Ma voi vi rendete conto che noi facevamo le manifestazioni contro un parlamento nel quale c’era Lucio Colletti?». Poi è andata come sappiamo, e oggi Berlusconi ci appare come il figlio naturale di de Gaulle e della Thatcher, e la nostra ingenuità di ventenni ci appare imperdonabile.

Lei, che ha deciso di guadagnarsi il Nobel per la Pace non mandandomi mai a quel paese, mi ha detto che molti le stavano scrivendo nei commenti che il problema della sanità pubblica sono anche quelli che vanno a intasare il pronto soccorso per farsi dare l’aspirina, come non si dovrebbe fare «in un paese civile». Io le ho detto che dove c’è un’illusione di gratuità c’è un abuso, e infatti in tutti i paesi in cui c’è la sanità pubblica essa è al collasso, qualunque cosa significhi «civile».

L’intervista ad Andrea Monorchio (ex Ragioniere generale dello Stato) è stupenda in molti dettagli, da Cossiga che ogni domenica gli dà una banconota da mille lire, «è per il debito pubblico», ad Amato che non dice ai ministri – né a Scalfaro né a Ciampi, allora presidente della Repubblica e governatore della Banca d’Italia – del prelievo forzoso, deciso solo tra lui e Goria: «Quando verranno desecretati i verbali della riunione, si vedrà che tra i provvedimenti citati quello del prelievo forzoso non è agli atti. Per non menzionarlo, il premier si trincerò dietro una sorta di scioglilingua e passò avanti». È la prima volta che mi dispiace che nel Novecento non ci fossero i telefoni con la telecamera: non vedrò mai lo scioglilingua di Amato. Oggi che non solo abbiamo i telefoni con la telecamera, ma persino quelle cassette della frutta chiamate social, su cui salire e predicare a un pubblico immaginario, ieri un amico mi diceva che non potrebbe succedere: scoppierebbe la rivoluzione. Ma scoppierebbe? Non abbiamo mai decapitato un re nei secoli delle rivoluzioni, noialtri, figurarsi se prendiamo il palazzo d’inverno nel secolo del divano. Quand’era che in Grecia smisero di funzionare i bancomat? Nove estati fa? Sì, ci furono un po’ di immagini social, poi tutto rientrò nei ranghi d’un secolo in cui l’economia dell’attenzione è quella che è, e non c’è mica nulla di cui riusciamo a scandalizzarci per più d’un paio di settimane. Entro quindici giorni – più spesso: entro quindici ore – finisce come nella canzone del ’92, «il gioco prende il sopravvento sulle cose serie», solo che allora Lorenzo non poteva sapere che significava: verrà il secolo in cui ogni dramma in mezza giornata diventa meme. Oggi il prelievo forzoso non lo farebbe nessuno perché i governi vogliono prendere i cuoricini sui social, che si prendono nello stesso modo in cui si prendono i voti: illudendo l’elettorato che si possa vivere al di sopra delle proprie possibilità. Ma, se invece il «non avevamo niente» diventasse pressante, se una notte di luglio qualcuno ci prelevasse gli spiccetti, finirebbe come l’estate del ’92, e come qualunque estate di questo secolo: «Come ogni caldo agosto, in giro per l’Italia a farci il culo arrosto».

L’ADHD, ve lo dico casomai beati voi non ne foste perseguitati a mezzo pubblicità su Instagram che vi invitano a diagnosticarvelo se siete pigri e disordinati, è il disturbo d’attenzione e iperattività. È il modo in cui diciamo agli sfaccendati che non sono davvero sfaccendati, perché in realtà il loro cervello sta lavorando tantissimo. L’ADHD è la versione di questo secolo dei dietologi che ti dicevano che l’attività intellettuale bruciava calorie. Certo che i dietologi che ti facevano mangiare il pane facevano meno danni dell’invenzione delle neurodiversità, ma che volete farci: bisognava pur far fatturare anche le case farmaceutiche, mica solo gli inventori di intelligenza artificiale. Come tutte le cose di cui ti dicono con aria saputa «è uno spettro», l’ADHD è una truffa. Include tutto, dal ragazzino davvero disadattato a quello che fa i capricci se la mensa scolastica serve gli spinaci. Sarà senz’altro vero che, copio la frase dal libro di Suzanne O’Sullivan “The age of diagnosis”, «è un sollievo poter concettualizzare le proprie difficoltà». Ma è forse più vero che, se ai ragazzini non dici che quelle che ritengono difficoltà si chiamano «stare al mondo» e prima imparano a gestirle meglio è, non c’è piano terapeutico che poi possa soccorrerli.

Infine, c’è la Guia che si occupa di film appena usciti, per esempio di Odissea di Nolan

Ma adesso, adesso che tutti hanno le mappe sul telefono, adesso che senza indicazioni del navigatore nessuno di nessun sesso o mestiere sa più fare cento metri, adesso Ulisse di cosa è metafora? Del fatto che il vero viaggio dell’eroe è salire su una barca senza navigatore satellitare?

a Matt Damon, con quella faccia da più americano tra gli americani, a Matt Damon invece ci credi. Sarà perché lui è un attore?