Nel suo libro, La costituzione non è di sinistra (S. Berlusconi editore), Antonio Polito dice che la Carta è diventata il fortino dell’opposizione permanente. Chi è al governo vuole riformarla, chi è all’opposizione la difende strenuamente. Dopodiché si invertono le parti, e tutto ricomincia da capo. In questo senso il feticismo costituzionale è la forma più nobile, e più ipocrita, del trasformismo italiano. La Costituzione è dunque un feticcio. Scritta dai padri e murata viva dai nipoti. A sinistra lo storico Luciano Canfora risponde con un saggio “La parabola della Repubblica” (Sellerio). Nella celebre intervista al «Corriere» del 1987 lo storico De Felice diceva: «È logico che cada anche l’alternativa fascismo antifascismo. Non ha più senso né nella coscienza pubblica né nella realtà della lotta politica quotidiana». Oggi, spiega Massimo Rebotti recensendo il libro, per Canfora, una destra «non pentita» è pronta alla «spallata». Come mai — si chiede — a 80 anni dalla Costituente «la formazione politica che — per dirla con l’attuale presidente del Senato — “non rinnega nulla”, guida il governo del Paese?». Hanno contato, sostiene, la delegittimazione della Carta, «il lavoro incessante» di discredito della Resistenza e dell’antifascismo, e anche una certa smobilitazione del fronte opposto, «a un certo punto furono gli altri ad arrendersi». La conclusione è che «nell’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica l’Italia è governata dagli eredi del neofascismo». Prenderne atto, sostiene, imporrebbe «ai diretti protagonisti di questa resistibile ascesa di smetterla di fare capriole verbali» e agli altri «una riflessione seria sulle cause di questo epocale fallimento». Il «post fascismo atlantizzato e con lessico aggiornato» afferma l’autore, si è così rivelato — ecco il «paradosso» di questo compleanno della Repubblica — una «carta vincente». Mentre la Costituzione, protagonista della sua appassionata difesa, resta «un concreto programma» da applicare.
Un mesetto fa Salvatore Merlo sul Foglio scriveva che risuona nell’aria il lamento rituale: teniamocela stretta questa Repubblica, perché c’è chi vuole stravolgerne la Costituzione. La frase è il viatico obbligato di ogni discussione pubblica, dalla legge elettorale di cui si parla in queste ore al referendum sulla riforma della giustizia, dal premierato all’autonomia differenziata. Funziona come un esorcismo laico appeso a valori che dondolano come caciocavalli. Chi la pronuncia si mette dalla parte del bene, chi la subisce è un pericoloso eversore. Meccanismo d’una semplicità straordinaria che, come tutte le cose troppo semplici, ha il profumo inconfondibile della furberia vestita a lutto. Un equivoco così ben coltivato.
Il libro di Antonio Polito si intitola “La Costituzione non è di sinistra” (Silvio Berlusconi Editore), e già il titolo è un gesto di elegante insolenza intellettuale, se così si può dire, ha cioè la forma innocente di una constatazione e la sostanza feroce di uno sfratto. La tesi è storicamente inappuntabile: la Costituzione fu il risultato del compromesso tra le due grandi culture che dominarono l’Assemblea costituente, quella cattolica e quella comunista, con i liberali e gli azionisti a fare da terzo ospite ingombrante. Fu scritta, secondo la celebre definizione di Calamandrei, per metà in latino e per metà in russo. Era, in altre parole, un documento di mediazione, non un manifesto. Un armistizio, non una vittoria. Poi la storia ha eliminato uno dei contraenti. La Dc è evaporata. Ed è rimasta in piedi, tra quelli che la scrissero, soltanto la sinistra erede del comunismo, che nel tempo ha trasformato la Carta in proprietà privata. Un caso, verrebbe da dire, di acquisizione per abbandono. E siccome la Costituzione “è di sinistra”, ne discende, naturalmente, che chi vuole cambiarla è di destra. E poiché è di destra, se non addirittura fascista, ecco che la Costituzione va difesa dai nemici della democrazia.
Polito ci ricorda però che la Costituzione non è solo un catalogo di diritti. Impone anche doveri, che la sinistra ha sistematicamente rimosso dall’agenda, piegando il testo a un uso unilaterale. La sinistra ha selezionato nella Carta le parti che tornavano utili, l’uguaglianza, il lavoro come conquista, e ha silenziato quelle meno convenienti, i doveri, la solidarietà come obbligo e non come slogan, la seconda parte della Costituzione con le sue ambiguità istituzionali che sono la causa di buona parte del nostro caos permanente.
Si è parlato moltissimo dell’articolo 2, sui diritti inviolabili, assai meno dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale che pure stanno nello stesso articolo. Un po’ come citare il Vangelo scegliendo solo le beatitudini e dimenticando il Giudizio universale.
Il libro ripercorre i numerosi tentativi falliti di riforma costituzionale, fino al più recente proposto dal governo di Giorgia Meloni.
Insomma, Polito pone una domanda che brucia sotto la cenere della retorica. Perché, a ottant’anni di distanza, sembra impraticabile qualsiasi riforma? Perché ogni volta che si è tentato di ammodernarla, cosa peraltro prevista e auspicata dagli stessi costituenti, si lancia l’allarme democratico?
La risposta è banale ma è anche politica. La Costituzione è diventata il fortino dell’opposizione permanente. Chi è al governo vuole riformarla, chi è all’opposizione la difende strenuamente. Un esempio lampante del trasformismo italiano.
Agli strenui custodi della costituzione, è bene ricordare che quella Carta fu scritta da persone che sapevano benissimo di star facendo una cosa destinata a essere aggiornata. Lo sapeva Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei Settantacinque incaricata di redigere il testo, che affermò apertamente come la Costituzione avrebbe dovuto essere soggetta a revisione alcuni anni dopo la sua entrata in vigore. Erano i costituenti stessi, insomma, i primi a non essere costituzionalisti nel senso in cui il termine è diventato sinonimo di immobilismo sacrale. Questa Costituzione scritta da cattolici, comunisti e liberali insieme, per fondare un paese nuovo, capace di futuro, viene oggi brandita per impedire che quel paese cambi. I padri la scrissero per i figli. I nipoti l’hanno murata viva.