Cosa c’è dietro il successo del cantautore Ultimo, se 250mila a Roma lo hanno atteso come un messia, lui è sceso da un elicottero, e gli ha fatto compagnia solo Fabrizio Moro? Non lo so, mi interesso al fenomeno perchè sono sempre interessato ai successi commerciali. Tanti anni fa ad un esame di maturità mi capitò una ragazza che cercò di spiegarmi, attraverso i testi di Moro perchè secondo lei era un pensatore coi fiocchi. Michele Silenzi su Repubblica ha rinvenuto (per un concerto-kolossal, un record mai toccato prima con un pubblico di 250 mila persone) nelle 32 canzoni che ha regalato ai fan senza sbagliare una nota, tre momenti memorabili e altri 3 che potevano riuscire meglio.
- Il duetto con Fabrizio Moro in L’eternità (il mio quartiere). La romanità in versione 3.0. Due storie simili, uno mentore dell’altro, con il più giovane che diventa un gigante sotto lo sguardo protettivo del suoi battistrada.
- I fiati di Io sono pazzo di te. In una serata a tutto romanticismo e canzoni made in Italy, l’inserto fiatistico regala un tocco di internazionalità e interrompe una narrazione a una sola dimensione.
- La classicità di Romantica. Non è solo un inno per i suoi fan: è il simbolo di un’estetica. Anche chi non ama Ultimo non può riconoscere che questo è un pezzo riuscito, sentimentale, un po’ romantico e un po’ pasoliniano.
- L’ingresso vangelizzato di Pianeti. Ultimo entra in scena come un messia, a braccia aperte, mentre sullo schermo compare la scritta “Beati gli ultimi perché saranno i primi”. Nonostante il pubblico record, difficile aspirare alla santità.
2. L’interludio piano e voce che arriva verso il finale. Suggestivo, ben eseguito, ma forse un pizzico monocorde. Questa insensata voglia di te, Buon viaggio, Alba, Quel filo che ci unisce: la voce c’è tutta, ma il tono varia poco.
3. L’arrangiamento di Fateme cantà: c’è tanta Roma, lui seduto a bordo palco che fa tanto muretto, la canzone è liberatoria ma il risultato finale è meno efficace dell’idea.
Vorrei aggiungere da parte mia poche cose: Prendiamo Romantica: è costruita tutta su versi di tre sillabe (spero che…sai che c’è…senti che…).
Prendiamo Sono pazzo di te. Comincia con “ti ho conosciuta in un bar/ avevi la treccia e un caffè”, un classico delle canzonette italiane (seduta in quel caffè/io non pensavo a te), poi passa ad un quadrisillabo (dimmi perchè…prendi con te…).
“Però ti voglio bene io/ e non ti lascio andare via” fa il ritornello di Questa insensata voglia di te. Un brano che comincia nella maniera più scontata (Ci sono cose che non scorderò/ stasera ho freddo e il cielo non è blu/Ci sono cose che non lascerò/ anche se sai che non ti parlo più). Lo stile è cantautorale, solo pianoforte e rimpianto, Bindi redivivo, nostalgia per gli amori perduti.
Anche Quel filo che ci unisce procede in maniera classica, direi epica (io lo so cosa senti/non me lo devi spiegare/ e mi domando se ti domandi tu) e siamo sempre al cantautorato classico che da Bindi arriva al Battisti versione Mogol. Se la folla, il pubblico osanna Vasco e Ultimo, invece di tanti rapper con strofe e ritornello, son contento.
Circa l’underdog e i suoi fratelli mi convince molto Federico Pucci: La storia e la musica di Ultimo, in fondo, invitano a un grande esercizio di immedesimazione: se ce l’ha fatta Niccolò, nonostante la stampa invidiosa e gli snob con il senso di superiorità, nonostante le porte in faccia e le accuse di cattivo gusto, forse ce la faremo anche noi, la maggioranza silenziosa che volentieri lascia che sia Ultimo a urlare al posto nostro. L’insoddisfazione regna sovrana nei testi del cantautore romano: “portami altrove”, chiede alla sua metà, ma d’altra parte dice “non ho voglia di altre persone, non ho voglia di cose nuove”. Non c’è curiosità, nella scrittura di Ultimo, se non per i meandri della propria personalità: anche quando si sente il desiderio di andare via, non è per trovare alternative, ma per “trovare sé stessi”. La musica di Ultimo, in questo senso, funziona perché nelle sue armonie scontate, nei suoi salti d’intensità, nell’invito all’introspezione, può funzionare per tutti e per nessuno.