L’Accademia della Crusca, l’istituzione che raccoglie studiosi ed esperti di linguistica e filologia della lingua italiana, inserisce tra le “Parole nuove” il termine “restanza”. Forma non inedita, utilizzata fin dal Trecento per indicare “ciò che avanza, rimanenza, resto”, che negli ultimi anni però si è arricchita di senso e significato grazie, soprattutto, all’opera dell’antropologo di San Nicola da Crissa Vito Teti, già ordinario di Antropologia culturale all’Università della Calabria, che nel 2022 ha dato alle stampe il saggio omonimo, “La restanza”, edito da Einaudi. Libro giunto alla quinta ristampa. Vito Teti, dopo la scomparsa del prof. Nuccio Ordine, resta uno dei letterati calabresi più significativi ed importanti per i suoi studi, tutti gli altri essendo scienziati, e devo dire che il termine, appena lo lessi, mi è sembrato un’illuminazione geniale. Nel suo saggio, nella sua parte più intima, Teti ha interrogato personalmente ognuno di noi sul nostro modo di vivere il tempo, di abitare la casa in cui siamo, il paese/città in cui viviamo, la nazione di cui siamo cittadini. Poi collega noi, l’ultima propaggine di Sapiens, ai nostri antenati, e vede tra noi e loro qualcosa che ancora incredibilmente ci unisce: la dicotomia tra andare e restare. Infine invita noi lettori a ripensare il significato delle parole che usiamo.
Ho già in altra occasione scritto che noi, io e molti altri, siamo “restanti per caso”, non per scelta o convinzione. Vorrei aggiungere ora un’altra considerazione più tranchant che è la seguente: a me pare che solo i lametini fuori di Lamezia si distinguono in vari campi e settori mentre quelli che restano, pur essendo spesso gente di grande valore e spessore culturale, non hanno avuto, finora, la forza politica e non solo per cambiare le sorti di questa città. Detto in parole molto molto semplici, a me pare che i restanti, se guardiamo a Lamezia nei suoi 57 anni di storia, non abbiamo avuto la capacità di cambiare il destino di questa città che sorta come città terziaria nell’orbita di Catanzaro resta oggi senza terziario e senza una sua vocazione, a fare sempre le stesse cose. Scrivo subito dopo l’ennesimo giugno, che per me resta il mese più terribile dell’anno, stretto com’è tra due feste delle quali rispetto l’aspetto religioso ma di cui non sopporto le sagre paesane, che rendono Lamezia uguale a qualsiasi paesino calabrese che faccia la sua festa di paese. Probabile che la gente, il popolo, voglia questo, la processione per S. Antonio e la sera un talent show sul corso, o il mio coetaneo Amedeo Minghi che canta 1950. Ma basta dare un’occhiata all’elenco dei sindaci di questa città per concludere che non è questione nè di destra, sinistra o centro, la politica ha lasciato le cose come stavano.
Mentre docenti universitari e giornalisti, medici e professionisti di grande valore fuori di Lamezia si sono fatti la loro vita ricevendo gratificazioni e riconoscimenti, chi è restato, pur essendo di grande valore, non ha avuto la forza politica di cambiare le cose, che poi è il destino di una città la quale per ragioni storiche si è trovata stretta tra Catanzaro e Vibo a dominare una piana che politici lungimiranti avrebbero dovuto far diventare davvero la cerniera della Calabria, insediandovi non una industria chimica ma l’università e i servizi più innovativi al servizio di tutta la Regione. Io ricordo sempre a tutti che il cosentino Occhiuto, da quando è presidente, è venuto a vivere a Gizzeria Lido in un albergo, per il solo motivo che ogni giorno deve muoversi, dentro e fuori la Calabria. Lamezia è il centro della Calabria, è raggiungibile da tutti i posti della regione, ma in tutti questi anni è stata solo un territorio dominato dalle cosche, come Limbadi o Filadelfia. Catanzaro ha deciso di espandersi verso la costa ionica, i paesi interni sopra Lamezia hanno Cosenza come loro punto di riferimento, e la costa lametina coincide di fatto con la Marinella, essendo stretta tra Curinga, Gizzeria Falerna e Nocera. Le terme del nostro nome sono solo un auspicio appartenendo esse ad un privato, e quindi Lamezia è soltanto un accumulo di auto nuovissime (la vera manìa degli abitanti) che si muovono incessantemente alla ricerca di un parcheggio.
Tornando alla restanza chi è rimasto lo avrà fatto per ragioni nobili e rispettabili ma il destino politico di questo territorio non è riuscito a cambiarlo per cui per me molti (non tutti) restanti non sono altro che degli “sprecati”. L’ho detto e ripetuto in questi anni a tante persone di grande valore che ho conosciuto: tu a Lamezia sei solo sprecato, un lusso che pochi o molti, non so bene, riconoscono. Per uscire una sola volta dal generico, ma fare nomi è spiacevole perchè significa tralasciare sempre qualcuno, lo dissi a Natale Proto, architetto, ma lo dissi anche a Gianni di Leo, ingegnere. Persone di grande valore che ci hanno lasciato troppo presto.