

Vorrei raccontare un frangente della mia presidenza del De Fazio sul quale finora non ho scritto nulla. E’ la storia di una sala, l’unica che avevamo al De Fazio, rettangolare e spaziosa, dove conservavamo i registri personali nei cassetti. Era la sala docenti e io, prima da professore e poi da preside dal 1994, osservavo quelle seggiole ormai sdrucite e bucherellate, e il tavolo anonimo intorno al quale erano disposte. Colà si tenevano anche i collegi docenti e avevamo dunque bisogno di aggiungere sedie, prese dalle aule. Col senno di poi, ecco perchè affiorano i ricordi, sono riuscito in maniera più agevole a convincere Traversa e la Provincia a costruire una nuova ala dell’istituto per eliminare il plesso di via della Vittoria, che a sostituire tavolo e sedie di quella sala. Eppure, appena assunsi servizio come preside scoprii che i danni fatti dagli studenti con l’occupazione del 1993 erano stati pagati dalla scuola. Loro occupavano e la scuola pagava, dirigevo il paese dei Balocchi. Allora non era come oggi che col Pnrr e altri progetti le scuole sono state pitturate e ristrutturate più volte. A me ci sono voluti anni per ottenere il tavolo elegante e lungo posto al centro della sala (divisibile in due parti per sistemarle lungo le pareti) che feci fare da un bravo falegname, e le poltroncine rosse che servivano anche per gli scrutini, oltre che per la sosta dei docenti nell’intervallo tra una lezione e un’altra. Poi, dopo che venne costruita un’intera ala nuova, grazie a due collaboratori scolastici che nel ruolo di muratori smantellarono la casa del custode, ovvero eliminarono le divisioni interne, ottenemmo una sala conferenze ora intitolata al preside Morabito.
La Provincia, dopo aver visto il lavoro fatto dai due stakanovisti (intuitus personae), accettò di completare i lavori con la pavimentazione e la pittura. Ma torniamo alla sala docenti, che in ogni scuola (c’è anche un bel film tedesco intitolato La sala docenti) è il posto dove gli insegnanti si ritrovano. Essa, su mia proposta, venne intitolata al prof. Giovanni Rubino. Ecco, adesso vorrei raccontare come è andata, per i posteri.
Abbellita la sala con un tavolo nuovo e le poltroncine, essa serviva anche per fare le riunioni collegiali. Dunque occorreva un nome che la identificasse. Sui nomi sono stato sempre molto morettiano, nel film Bianca del 1984 di Nanni Moretti c’era il liceo Marylin Monroe. A Lamezia ora l’ex Itg si chiama, con mio sommo piacere di spielberghiano della prima ora, Rambaldi, ed è fuso con il De Fazio. Io i laboratori li intitolai a Totò, Edoardo De Filippo, Troisi e Kubrick. Poi leggendo l’annuario (1959-1989) dell’istituto, che aveva voluto il preside Morabito, mi capitò di leggere il seguente brano:
Il 22 ottobre dell’anno 1964, nella ricorrenza del decimo anniversario della fondazione dell’Istituto (quindi nel 2026 fanno 72 anni), con solenne cerimonia, avveniva l’intitolazione ufficiale al nome di Valentino De Fazio. Il discorso commemorativo fu pronunciato nel Teatro Grandinetti dal prof. Rubino, presentato dall’ing. Giuseppe La Scala, presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto che preparò degnamente gli animi con efficacia di argomenti e con calore di sentimento e dal Preside, dott. V. Morabito, il quale delineò il cammino compiuto dalla Scuola, diventata un centro di vive forze spirituali e di cultura tecnico-professionale. Nella stessa circostanza furono scoperti, nei locali dell’Istituto, un busto in bronzo ed una lapide, benedetti dal Vicario don Maiolo che pronunziò elevate parole.
Penso che fossero parole scritte dal preside Vincenzo Morabito (o dalla sua preziosa collaboratrice, la prof.ssa Nerina Guzzi) e subito dopo sull’annuario c’era il testo della Commemorazione tenuta dal prof. Giovanni Rubino. Il quale in premessa dice di aver assunto l’altissimo compito di commemorare Valentino De Fazio, il quale dal 1930 al 1935 fu studente del liceo ginnasio di Nicastro, “anche per un bisogno interiore, di ritrovare con lui, al di là della materia, un vincolo tutto ideale nel ricordo della nostra adolescenza studiosa e degli incontri della maturità“. Il testo di Rubino rimane ancora oggi, a mio parere, esemplare per come sia possibile delineare, “per coloro che non ebbero la ventura di essergli vicino, la breve luminosa esistenza di Valentino De Fazio, in modo che, dalla nuda successione cronologica, emerga l’immagine veritiera dell’Uomo e dello Scienziato”.
Fui davvero colpito da quel testo e da quei nomi, leggendo l’annuario a me regalato, con una bellissima dedica, dalla prof.ssa Guzzi.
Il preside Morabito ha legato il suo nome e il suo prestigio al De Fazio, e cioè ad una scuola che affiancasse il liceo classico (lo scientifico venne dopo) per la costruzione di una preparazione tecnico-professionale. Erano tempi in cui seguivano gli studi universitari solo studenti provenienti dal liceo, e invece chi conseguiva il diploma intendeva cominciare a lavorare, facendo il contabile, l’amministrativo, nei negozi e nelle aziende.
Vorrei ricordare anche l’ing. Giuseppe La Scala, che è stata una personalità importante per noi nicastresi e per Lamezia. Anzi direi che il suo valore e le sue battaglie per, così dire, far uscire anche il lametino dal cono d’ombra dei catanzaresi, non sono stati ancora valorizzati abbastanza. L’autonomia del De Fazio, che era nato nel 1954 come sezione staccata del tecnico “Grimaldi” di Catanzaro, la si deve a lui. E poi c’era il prof. Rubino, che aveva insegnato al De Fazio, per poi passare al Liceo scientifico quando questo nuovo liceo si affiancò al classico. E’ evidente che, sul mercato scolastico lametino, il De Fazio prima sorse come istituto in alternativa al liceo, ma poi con l’avvento dello scientifico, si trovò stretto tra due contendenti. Al contrario di quello che è avvenuto a Catanzaro, dove l’industriale Scalfaro è stato uno dei quattro poli (con il liceo Galluppi, il tecnico-commerciale e lo scientifico), a Lamezia il De Fazio è cresciuto molto perchè sia il classico che l’industriale non hanno avuto i tanti iscritti che c’erano a Catanzaro.
Aggiungo che avevo conosciuto di persona Rubino come insegnante, dal momento che agli esami di quinta ginnasio (allora si facevano) fui rimandato (io e tutti i maschietti della classe) in greco. Non sapevamo tradurre, e dunque nei mesi estivi Rubino, che era anche un caro amico di famiglia, mi tenne lezioni private. Il suo metodo pratico e concreto mi consentì, nei tre anni successivi di liceo, di tradurre da solo le versioni per ottenere la sufficienza. Se poi riuscivo ad ottenere la collaborazione di compagni più bravi, allora prendevo sette e otto.
Insomma, proposi al consiglio di istituto di intitolare la sala docenti al prof. Rubino, per tutta una serie di ragioni. Non solo perchè, come avevo constatato di persona, era un insegnante fuoriclasse, con una cultura vasta, profonda, che spaziava dalle lettere classiche al latino e greco. Ma anche perchè per me rappresentava l’insegnante ideale. Faccio un esempio per capirci. Una volta agli esami di maturità, che erano allora uno scoglio vero, non la passeggiata di oggi, all’orale un alunno non profferiva parola. Per fargli dire qualcosa, in fondo doveva la commissione accertare la maturità dell’allievo, non solo le nozioni, Rubino gli chiese allora di parlare di un suo interesse. Il ragazzo venne messo a suo agio e subito disse di essere un appassionato di automobili. Benissimo, gli fece Rubino, invece di parlare di un autore, scegli un modello di auto e parlaci delle caratteristiche che conosci. Il povero ragazzo fece una brutta figura, anche perchè non poteva sapere che il prof. Rubino era un attento lettore di Quattroruote, di cui possedeva la collezione completa. Voglio dire che l’insegnante può essere un ottimo esperto disciplinare ma è necessario che abbia anche interessi culturali, che conosca il mondo, non soltanto i manuali appresi a memoria all’università. Il prof Rubino rappresentava, ai miei occhi, il come doveva essere un docente, era inoltre conosciuto nella comunità della scuola lametina, e rappresentava il filo ideale che lo collegava a Valentino De Fazio.
La mia proposta, in sintesi, nasceva dalla convinzione che anche De Fazio, da lassù, l’avrebbe approvata, mentre altri docenti non la condividevano affatto e proponevano in alternativa nomi di vari docenti insigni che l’istituto (che dal ’54 all’80 teneva insieme geometri e ragionieri) aveva avuto nel corso della sua storia. Vennero proposti nomi di insegnanti di grande spessore, tutti di materie tecniche, ma ciascuno di loro riscuoteva il favore dei soli proponenti.
Mi spinsi quindi a spiegare le ragioni sopra riassunte che, a partire dall’annuario, rintracciavano un filo che collegava il prof. Rubino al suo amico scienziato Valentino De Fazio e alla città intera. In fondo l’istituto era stato intitolato a De Fazio, anche se lui aveva studiato al liceo classico, ma che c’entra? Approvarono dunque la mia proposta di non far prevalere la logica in base alla quale in un liceo classico una sala docenti dovrebbe essere intitolata ad un prof. di latino, in uno scientifico ad un prof di matematica e così via.
