Le civiltà sono sistemi educativi che danno forma all’umano che sognano, distillandola in particolare nei riti di passaggio, su tutti quello dall’infanzia all’età adulta. Guardiamo allora al nostro «esame di maturità» per capire chi siamo e cosa vogliamo per i nostri ragazzi. Giovedì inizia l’ennesimo nuovo (cambiare tutto per non cambiare niente?) esame di maturità. Detto «di Stato» nella riforma Berlinguer (fine anni 90), l’esame ora (ri-)diventa «di maturità». Sostantivi o sostanza? La parola «maturità» per «licenza liceale» circolava informalmente già dopo l’Unità d’Italia, ma Gentile, nella riforma del 1923, la scelse ufficialmente. Nel suo rigido sistema l’esame di maturità era molto selettivo (in sedi e con commissioni esterne) e predittivo: solo chi lo superava avrebbe avuto accesso all’università, ad alcune professioni e ai concorsi. Il ministero ha ripristinato la dicitura «esame di maturità» per dare più protagonismo al participio presente (lo Studente) che al participio passato (lo Stato). Ma essendo docente dal 2000, di maturità o di Stato che sia, chiedo: serve ancora un esame che promuove tutti (più del 99%)? O è solo un rito di passaggio svuotato di significato e riempito di ansia superflua, che regge solo perché il titolo ha valore legale (il famoso «pezzo di carta»)? Perché non lo aboliamo o non lo rendiamo veramente «di maturità»?
Che cosa succede altrove?
In Inghilterra la maturità ( A-Level ) è un’abilitazione solo per chi ha i voti più alti, in due fasi, penultimo e ultimo anno, presso enti esterni su tre materie scelte dallo studente, che poi potrà iscriversi all’università in una di queste. Anche in Francia la maturità ( Baccalauréat con bocciature oltre il 20%) si svolge in due fasi, al penultimo anno con i propri docenti e all’ultimo con docenti esterni. Chi lo supera può iscriversi all’università ma non a scuole di alta formazione per professioni specialistiche, per cui serve un altro anno di studi specifici con esame finale. In Germania, la maturità ( Abitur ) è solo per il percorso liceale: non è un esame ma il titolo ottenuto sulla base degli esiti degli ultimi due anni. Se il voto è alto si può decidere facoltà e università, altrimenti lo fa l’Ufficio per il Collocamento degli studenti. In Spagna chi vuole fare l’università deve sostenere la Selectividad su quattro materie uguali per tutti che valgono il 60% di un punteggio che si somma al 40% proveniente dal Bachillerato (media voti degli ultimi due anni di superiori). In base al punteggio si può accedere o meno alle facoltà a numero chiuso o con soglie di accesso. In Olanda l’esame è un test a cui partecipa solo chi ha finito l’ultimo livello di superiori che è per chi vuole fare l’università: il risultato determina le graduatorie per le facoltà. In questi sistemi, ognuno con i suoi pro e contro, c’è un dato comune: l’intreccio con l’università, la selezione graduale, le scelte/impegno dello studente messi alla prova da verifiche statali.
Da noi, seppur con un’altissima dispersione durante il percorso, si arriva in fondo seguendo indirizzi rigidi senza opzionalità, privi di orientamento strutturato e continuato in vista della scelta futura, infatti moltissimi ragazzi arrivano alla fine senza sapere che cosa fare dopo. Mancano le competenze per aiutarli a trovare la propria vocazione (tutto è affidato alla buona volontà dei docenti) e il coraggio di metterli alla prova per tempo e in modo impegnativo in vista degli studi universitari che, giustamente aperti a tutti (salvo poi usare il numero chiuso per quelli più selettivi), non sono però per tutti come mostra la massa di abbandoni o di fuori corso dovuti a persone che si sono illuse. E questo anche perché il legame scuola-università è inesistente a parte le vetrine degli open day.
Le università fanno selezione, ignorando curriculum scolastico e attitudini personali, in base a test standardizzati su libroni di «mila» pagine per verificare quanto sai resistere alla pressione e memorizzare (come per l’esame di teoria della patente: più schede del test fai più eviti errori). Molti ragazzi li affrontano al quarto o quinto anno in modo avulso dal percorso scolastico, rendendo superflua la maturità (le università non si fidano dei voti scolastici). Effetto? L’esame dà qualche soddisfazione ai bravi, conferma ciò che già sapevamo dei ragazzi a fine anno e premia il brillantone di turno.
Questo è quello che noi sogniamo per i ragazzi? Una messa in scena da raccolta punti maturità ininfluenti per il futuro? 40 (detti crediti: non si sa con chi sono in credito o in debito) dai voti degli ultimi tre anni, 40 dai due scritti d’esame (tema e prova di indirizzo), 20 dall’orale su due materie scelte dal Ministero a gennaio. Commissione: tre docenti esterni con il presidente più due interni. Novità: nei 20 punti dell’orale, 5 sono assegnati alla «maturazione» dello studente che racconterà il suo percorso: 5 punti su 100 sono strettamente «di maturità» in base a come la racconti e a come i membri interni ti difendono.
È questo esser maturo? Maturo (dalla radice antica che indicava il compimento di un processo naturale) era l’aggettivo che i contadini romani davano ai frutti quando erano «al punto giusto», infatti un «consilium maturum» era una decisione «presa al momento opportuno». Matura non era l’età anagrafica ma l’accordo con il tempo, sei «pronto» come i frutti — né acerbo né marcio — e sei «colto» (in italiano lo è un frutto ma anche l’umano «coltivato») per nutrire altri.
(frasco) Un altro articolo che confronta un esame inutile come il nostro con quello di altri paesi europei. Avendo scritto tante volte sull’argomento, ribadisco che ove qualcuno proponesse di adottare uno qualsiasi dei sistemi stranieri in Italia, sarebbe messo al muro da destra e sinistra: primo, perchè noi italiani non abbiamo mai nulla da imparare dall’estero, secondo, perchè ti accuserebbero di volere la mitica selezione