1937-2026 Si è spento a Londra un maestro che è riuscito fino all’ultimo a sorprendere (i disegni in digitale, la ricerca dell’eccezionale nel quotidiano…) Di sé stesso diceva: «Dipingo ogni giorno, solo così non penso ai miei anni»
Con la sua prima mostra alla Serpentine Gallery di Londra (David Hockney: A Year in Normandie and Some Other Thoughts about Painting, aperta fino al 23 agosto, ma sold-out fin dall’inaugurazione lo scorso marzo), si era confermato uno degli artisti più famosi (anche tra i non addetti ai lavori) e più imitati del nostro tempo (basterebbe pensare all’apprezzato lavoro di Louis Fratino o a quello ancora da riscoprire di Larry Stanton). Riuscendo ancora a sorprendere con il suo invito (stavolta) a rallentare il passo e a scoprire l’eccezionale racchiuso nella bellezza quotidiana, in particolare quella del suo buen retiro della Normandia.
Ottantanove anni che avrebbe compiuto il 9 luglio. E una salute, da sempre, ballerina. Colpa anche di una vita piena di eccessi (verrebbe quasi da dire all’insegna di Sex, Drugs and Rock ’n’ Roll). La morte di Hockney, il grande maestro della Pop Art scomparso l’11 giugno, non è stata però una morte annunciata, perché quest’uomo piccolo, con uno sguardo azzurro chiaro da bambino molto dispettoso accentuato dalle lenti degli occhiali rotondi, un ciuffo ancora folto di capelli (biondi un tempo, bianchi poi), ha sempre voluto raccontare per immagini (fino all’ultimo, con le tavolozze coloratissime con cui riempiva app, iPad e schermi di cellulari) un mondo pieno di vitalità, desiderio e sorprese. Tanto che, in uno dei suoi più recenti dipinti (Less is Known than People Think, 2024), Hockney si era permesso di mixare astronomia, storia, geografia e spiritualità.
Come aveva ribadito nell’intervista a «la Lettura», a Parigi nel giugno 2017, alla vigilia della grande monografica al Centre Pompidou, per Hockney la vita era «dipingere, fumare e money». Anche se poi, con un tocco di poesia che gli era sicuramente più congeniale del cinismo, aveva precisato: «Voglio i soldi, ma non troppi; solo quelli che mi bastano per vivere bene. Non amo il denaro in modo smodato, ma il denaro mi piace perché può aiutarmi a vivere meglio e mi permette di dipingere con tranquillità, perché con i soldi posso comprare colori migliori, pennelli migliori, tele migliori. Non vorrei mai che i miei dipinti diventassero meno brillanti».
Grande appassionato nonostante tutto dell’arte tradizionale (anche se fin dall’inizio inequivocabilmente moderna), alla soglia degli ottant’anni aveva deciso di re-imparare a dipingere, trasformando le sue app in tavolozze piene di colori e gli schermi di iPad e telefoni cellulari (come nella serie 220 for 2020) in tele da riempire con nature morte, scorci di paesaggi inglesi e interni domestici («Disegno fiori tutti i giorni e li mando ai miei amici, così hanno fiori freschi ogni mattina»). L’unica cosa che sapeva fare era dipingere «come faccio ormai ogni giorno da sessant’anni; solo così non penso ai miei anni e al mio corpo», amava dire, con uno strano accento che intrecciava quello del borgo di Bradford, cuore dello Yorkshire degli operai e delle industrie tessili, dove era nato nel 1937, e quello snob di Los Angeles, seconda patria per lungo tempo.
Con David Hockney se ne va un grande dell’arte, conosciuto anche da chi di arte non si occupava (la mostra svoltasi nel 2025 alla Fondation Louis Vuitton di Parigi, la più grande che gli sia mai stata dedicata, ne è la prova). Con lui scompare il pittore di capolavori senza tempo: American Collectors (Fred and Marcia Weisman) (1968); il ritratto di Christopher Isherwood con Don Bachardy (1968, suoi carissimi amici, così come Fred e Marcia); Mr and Mrs Clark and Percy (1971); Pearblossom Highway (1986); Large Interior, Los Angeles (1988); Breakfast at Malibu, Wednesday (1989); The Other Side (1990-93); The Four Seasons (2010-11).
Ma non solo, perché David è stato anche (tra l’altro) un bravo fotografo, anche se non amava più di tanto fotografare («Condivido in pieno quello che diceva Edvard Munch: la fotografia non potrà mai competere con l’arte, perché non sarà mai in grado di dipingere l’Inferno e nemmeno il Paradiso»). Hockney è stato anche un protagonista della scena omosessuale londinese degli anni Sessanta, quando essere gay era ancora un reato («L’omosessualità fa parte dello stato delle cose. Non c’è niente di strano. Io sono omosessuale, ma non mi sono sposato, perché per me va bene così»). Inoltre, ha lavorato come scenografo: per Ubu Re al Royal Court Theatre di Londra (1963), per Il flauto magico al Metropolitan Opera di New York (1978) e per circa un’altra settantina di opere.
Hockney, che all’inizio vendeva i suoi dipinti per poche sterline, col tempo è diventato il pittore dei record: Building, Pershing Square, Los Angeles, acrilico su tela del 1964, fu venduto da Sotheby’s New York il 18 maggio 2017 per 7.887.500 dollari, mentre grazie ai 90.312.500 dollari sborsati da un acquirente anonimo, l’artista ha raggiunto il massimo di valore con Portrait of an Artist (Pool with Two Figures) del 1972 , una delle opere più belle, meglio conosciuta come «piscina con figure». Nel 2018 è diventata la più costosa mai battuta all’asta di un artista contemporaneo vivente. Riassumeva tutti gli elementi caratteristici e forse più facili della sua arte: linee semplici ma non elementari, colori vivaci ma mai volgari, un mondo apparente di perfezione costituito da sole, cielo e uomini con giacche rosse che osservano giovani con pelle chiara nuotare sotto l’acqua di una piscina.
La natura, in generale, è stata uno degli elementi fondamentali per Hockney. Lo mostrano opere come A Bigger Grand Canyon (1998), che ha come sfondo il classico paesaggio americano, e i dipinti realizzati negli ultimi 25 anni, trascorsi principalmente nello Yorkshire, in Normandia e infine a Londra. Tra queste opere, il cespuglio di biancospino fermato in una spettacolare esplosione di primavera (May Blossom on the Roman Road, 2009) e il monumentale paesaggio invernale Bigger Trees near Warter (2007).
Tra i suoi maestri, Hockney citava Beato Angelico, Brunelleschi, Alberti, Piero della Francesca e il Borromini di San Carlo alle Quattro Fontane a Roma («Nella grandiosità della Basilica di San Pietro, Dio è vicino, ma nella bellissima intimità del chiostro di San Carlo è sicuramente ancora più vicino»). Poi francesi «fino agli impressionisti», e ancora Hopper, Jasper Johns, Dubuffet. Oltre, naturalmente, a Charlie Chaplin. E Picasso: «Il più grande di tutti, colui che riesce ogni volta a sorprendermi. Per questo tengo il catalogo delle sue opere accanto al mio letto. Aprirlo è ogni volta un’emozione che si rinnova».
Tra i maestri non citati, ma non per questo meno importanti, c’era anche il padre Kenneth (David era il quarto di cinque fratelli), aiuto-contabile con la passione dell’arte. Mentre dalla madre Laura erediterà — almeno per un certo periodo — la passione per i cibi vegetariani. Entrambi protagonisti di uno dei capolavori assoluti di Hockney: il ritratto struggente My Parents del 1977, oggi tra i tesori più amati e più noti della Tate Britain.