[…] Insomma, le cause del caro-energia sono molteplici e hanno radici diverse. Hanno però qualcosa in comune: tutte dipendono, direttamente o indirettamente, da scelte politiche. In alcuni casi si tratta di decisioni maturate a livello europeo, o di loro conseguenze: più spesso, però, sono effetto di norme che nessuno ci ha imposto dall’esterno e che sono state prese a Roma. Quindi, è giusto contestare Bruxelles e chiedere un aggiustamento di rotta sugli eccessi del Green Deal, ma si può fare di più e prima correggendo gli errori (chiamiamoli così) made in Italy. Sul fronte europeo, l’argomento oggi di massima attualità è il futuro dell’Ets (l’Emissions Trading System). Al di là di eventuali revisioni, gran parte delle quote (circa il 60 per cento) viene venduta all’asta, generando un gettito che, per l’Italia, è di circa 2-2,5 miliardi di euro all’anno. Per legge, la metà è destinata all’abbattimento del debito pubblico; l’altra metà dovrebbe andare a progetti collegati al clima, ma si disperde in mille rivoli opachi. Peggio ancora, la nuova proposta di bilancio pluriennale della Commissione Ue prevede di trasferirne una fetta crescente a Bruxelles, per sostenere un budget in crescita del 32 per cento rispetto al periodo precedente. Come dimostra uno studio Epicenter, l’Europa non ha bisogno di risorse aggiuntive: può raggiungere i suoi obiettivi concentrando meglio le spese e rimanendo entro il confine tradizionale dell’1 per cento del reddito nazionale lordo. I denari della CO2 potrebbero e dovrebbero essere utilizzati interamente per ridurre il peso della bolletta, sgravando i consumatori di una parte del finanziamento degli oneri. Ciò sarebbe, peraltro, coerente con l’obiettivo di elettrificare i consumi. Se non lo si fa, è perché la politica italiana – e non l’Europa o i mercati – preferisce mantenere la libertà di spendere a destra e manca.Viceversa, ridurre gli oneri dovrebbe diventare una priorità assoluta. Ci sono due passi che l’esecutivo potrebbe facilmente compiere. Il primo riguarda il graduale trasferimento di alcuni di essi verso la fiscalità generale: politiche come il bonus o i regimi tariffari speciali per le ferrovie non hanno nulla a che vedere col funzionamento del sistema elettrico; sono piuttosto politiche di più ampio respiro, che riguardano la redistribuzione del reddito e i trasporti e la finanza regionale. Ma allora perché dovrebbero essere pagate dai consumatori elettrici (in proporzione ai loro consumi) e non dai contribuenti (in proporzione al reddito)? Si dirà: serve la copertura. Non c’è dubbio; ma allora bisogna smetterla di promettere riduzioni della bolletta. Comunque, non dovrebbe essere difficile trovare un paio di miliardi tra le pieghe di un bilancio che, nel 2026, sfiorerà l’astronomica cifra di 1.200 miliardi. Secondariamente, come abbiamo visto, gran parte degli oneri generali di sistema va al finanziamento delle fonti rinnovabili. Nel prossimo decennio, il fabbisogno crollerà rapidamente, man mano che arriveranno a scadenza i meccanismi di incentivazione più risalenti nel tempo. Il governo dovrebbe impegnarsi a non varare altri sistemi di supporto: invece di approfittare del calo naturale degli oneri per tirare fuori dal cilindro nuove spese, bisognerebbe lasciare che il risparmio venga automaticamente e interamente trasferito ai consumatori. Tra l’altro, uno studio di Massimo Beccarello e altri sul funzionamento dell’Ets ha mostrato che la sua efficacia è grandemente ridotta dalla sovrapposizione con altre politiche contigue, quali appunto i sussidi alle rinnovabili, che finiscono per cannibalizzarsi a vicenda. Una forte determinazione a blindare il calo degli oneri renderebbe più efficiente l’Ets e ridurrebbe la pressione su di esso. Altre risorse ancora potrebbero venire dai canoni di concessione sugli impianti idroelettrici e le reti di distribuzione, sottodimensionati gli uni, pressoché assenti gli altri: ma questo richiede lo svolgimento delle gare (come previsto dalle norme vigenti, che andrebbero semplicemente attuate). Invece il governo sta cercando in ogni modo di rinviarle o cancellarle.Ammesso di fare pulizia tra gli oneri generali di sistema, resta il preponderante peso del costo dell’energia all’ingrosso. Anche qui, la politica potrebbe fare molto, sia per rendere più frizzante la concorrenza, sia per cambiare il volto al nostro parco di generazione. Sul primo punto, la maggior parte dei paesi europei sta sperimentando un crollo dei prezzi dovuto alla forte penetrazione delle fonti rinnovabili, che talvolta spingono i prezzi a zero o addirittura in territorio negativo. Questo accade più raramente in Italia, nonostante le rinnovabili rappresentino ormai una fetta maggioritaria della produzione domestica di energia elettrica (circa il 60 per cento ad aprile 2026). La ragione è che le regole scoraggiano i produttori dal fare offerte aggressive: per esempio, alcuni sussidi vengono meno se i produttori offrono a prezzi negativi; inoltre i prezzi negativi sono ammessi in alcune sessioni del mercato ma non in altre (come il cosiddetto mercato dei servizi di dispacciamento). A incidere potrebbero essere anche le condotte talvolta scorrette di alcuni operatori, come ha documentato un’indagine Arera sui fenomeni di “trattenimento economico della capacità” negli anni 2023-24 (al momento rimasta senza conseguenze). Il decreto bollette cerca di intervenire sul tema ma, invece di agevolarne la soluzione, la complica, peraltro in violazione del diritto Ue: l’Arera non ha bisogno di più poteri o doveri, ma della semplice volontà di andare avanti. Burocratizzandone l’operato e moltiplicandone gli obblighi di controllo e monitoraggio, invece di renderla più forte, la si rende più impotente.Per il resto, è evidente che, se vogliamo prezzi all’ingrosso più bassi, dobbiamo accelerare la trasformazione del parco di generazione. Purtroppo, nonostante le tante dichiarazioni in tal senso dei politici di tutti gli schieramenti, i fatti sono pochi: delle fonti diverse dal gas, due che in Europa giocano un ruolo fondamentale (carbone e nucleare) non sono di fatto ammesse in Italia. Sul nucleare il governo ha fatto qualche timido passo avanti, ma il tempo perso rende ormai pressoché impossibile raggiungere risultati concreti entro la fine della legislatura. Per quanto riguarda le rinnovabili, il paradosso è che vengono favorite dove costano di più (come l’agrivoltaico, per cui sono stati stanziati oltre tre miliardi), mentre sono vietate dove sarebbero competitive (come il grande fotovoltaico a terra). Per giunta, le regioni spesso ne ostacolano la realizzazione: i recenti scontri tra il ministro Gilberto Pichetto Fratin e la presidente della Sardegna Alessandra Todde sono forse il caso più noto di divaricazione tra la retorica pro-rinnovabili e la realtà di una politica ostruzionistica.Invece di dare sussidi, dovremmo tagliare la burocrazia; invece di pianificare dall’alto l’installazione delle rinnovabili, dovremmo lasciare le imprese libere di individuare i siti più adatti e di assumersi il rischio delle relative produzioni; invece di imbottire la bolletta di “meccanismi di supporto” (come pudicamente vengono definiti), che ormai riguardano rinnovabili, centrali a gas, batterie e potenzialmente le centrali a carbone che l’esecutivo sembra voler pagare purché non producano (!), dovremmo elargire meno prebende; invece di regolamentare minuziosamente i mercati all’ingrosso e al dettaglio, dovremmo “lasciare libero chi ha voglia di fare”; invece di “tutelare” i consumatori ingessando i mercati, dovremmo stimolarli affinché ne diventino protagonisti attivi (anche utilizzando per la flessibilità gli accumuli generosamente sussidiati col Superbonus, che oggi non possono essere impiegati per questioni burocratiche). Il funzionamento di qualunque mercato presuppone che chi offre ai clienti ciò di cui hanno bisogno sia premiato con i profitti. Ma, simmetricamente, chi sbaglia dovrebbe perdere soldi e, al limite, fallire. Invece noi abbiamo creato un mercato in cui chi guadagna viene punito, chi perde risarcito; anzi, in cui nessuno può perdere (perché sussidiato da tutti i lati) e chi fa profitti eccessivi viene extra-tassato. Se i principi del mercato vengono capovolti, non c’è niente da stupirsi se – poi – esso funziona male e produce extra-costi.
Nel labirinto della bolletta. Aggredire il caro-energia è possibile
