I sindacati come le tre scimmiette/Al Nord con lo stipendio di docente non si sopravvive

da Repubblica
dal Corsera

(2/6/26) Qualcuno spieghi al Campolargo e a Meloni che la questione “salari” riguarda il settore privato, perchè i contratti pubblici vengono sempre firmati in ritardo (a babbo morto), e quindi non si può più recuperare l’inflazione; e riguarda anche il settore pubblico solo perchè il costo della vita è ben diverso tra Nord e Sud mentre gli stipendi sono gli stessi. Oggi 9 settembre 2026 su qualche sito si può leggere: “Si preveda un’indennità per i fuori sede”. Ecco quello che i sindacati, tutti, sanno solo dire. Solo che la colpa è innanzitutto loro, che vogliono contratti nazionali aventi valore erga omnes (e non accettano contratti decentrati), e gridano alle gabbie salariali se uno dice che il “re è nudo”, ovvero che al Nord la vita costa più del Sud. Pertanto siccome in Italia non si possono fare le cose giuste perchè i populisti di destra e sinistra si tengono per mano, nelle fabbriche come nelle scuole si lavora guadagnando poco.

(9/9/26, Corsera, Fabio Savelli) Stipendi da 1480 euro al mese e affitti da 700-1000 euro: migliaia di insegnanti rinunciano al posto fisso al Nord

Il posto fisso che non conviene. Per un insegnante, accettare una cattedra al Nord può voler dire guadagnare 1.450-1.480 euro al mese e spenderne 500-700, o anche 1000, solo per l’affitto. Così la stabilizzazione diventa, paradossalmente, meno conveniente della supplenza vicino casa. E i numeri delle rinunce lo confermano: migliaia di docenti hanno rifiutato il ruolo, altrettante cattedre restano scoperte. I numeri raccontano un fenomeno che sta assumendo dimensioni difficili da ignorare: circa 300 docenti hanno rinunciato all’immissione in ruolo in Toscana, altri 383 in Friuli Venezia Giulia. In Liguria sono stati coperti appena 562 dei 1.407 posti disponibili, mentre in Lombardia restano migliaia di cattedre scoperte.

Le ragioni
Dietro le rinunce ci sono ragioni personali, familiari e professionali. Ma c’è un fattore che pesa sempre di più: il costo della casa. Perché accettare il posto fisso significa, in molti casi, anche trasferirsi. E quando lo stipendio non cresce abbastanza da compensare il costo della vita della nuova città, la stabilizzazione rischia di trasformarsi in una perdita economica. È soprattutto nelle grandi città che il problema diventa evidente. A Firenze un monolocale costa in media circa 550 euro al mese.

I casi
A Bergamo per un bilocale si possono spendere 700-800 euro, mentre una stanza in condivisione si aggira intorno ai 500 euro. A Milano i prezzi salgono ancora: per una singola in un appartamento condiviso si possono spendere 600-800 euro al mese, mentre un monolocale può arrivare a 780-1.000 euro, con differenze legate alla zona e alla vicinanza ai servizi e alla metropolitana. In centro, gli affitti partono da circa 1.300 euro e possono superare rapidamente i 2.000 euro. A Roma, infine, una stanza può costare circa 700 euro, mentre per un monolocale si arriva fino a 1.000 euro.

Più di un terzo dello stipendio
Il risultato è che l’affitto può assorbire più di un terzo dello stipendio di un insegnante, prima ancora di pagare bollette, trasporti e carburante. E il conto diventa ancora più pesante per chi deve sostenere contemporaneamente le spese di una casa lontano dalla propria rete familiare. La situazione è particolarmente evidente in Toscana. Secondo la Flc Cgil regionale, sono state registrate oltre 250 rinunce al ruolo su posto comune e circa 60 sul sostegno. Numeri che rischiano di avere conseguenze soprattutto sulla scuola dell’infanzia e primaria, dove la difficoltà nel coprire gli organici può tradursi in nuove cattedre vacanti proprio alla vigilia dell’inizio delle lezioni.

Sull’argomento leggi sul blog (2023): La proposta della Lega di legare gli stipendi al costo della vita e lo spauracchio delle “gabbie salariali”