Che lavoro fa un insegnante e come è possibile far migliorare una squadra?

C’era una volta la verità. Non era facile da scovare. Bisognava andare nel ghetto di Varsavia nel 1943, a fotografare un bambino che davanti a un cumulo di rovine si arrendeva a un nazista. O in Vietnam nel 1972, quando la foto discutibilmente chiamata della «Napalm girl» contribuì a documentare i massacri americani e a provocare la fine della guerra. O in piazza Tienanmen nel 1989, quando un ragazzo illuse una generazione e il mondo di poter fermare da solo i carri armati del regime comunista cinese.

Quelle foto erano terribili. Ma erano vere. Dov’è ora la verità? La domanda di Pilato — quid est veritas?, cos’è la verità — si complica ulteriormente. Cosa sappiamo esattamente della guerra in Iran? Chi sta davvero vincendo la guerra in Ucraina? Soprattutto, ai cittadini davvero sta a cuore questo? O sta a cuore un mondo virtuale, inventato, artefatto, creato dall’intelligenza artificiale, plasmato dal proprio narcisismo?

Se il mondo in cui viviamo è questo, descritto con le parole di Aldo Cazzullo, vorrei parlare allora di linguaggi. Il linguaggio della letteratura è la parola, il linguaggio della musica è il suono, mi chiedo quale sa il linguaggio della scuola. Messa così, subito uno è indotto a pensare al docente che in classe parla e spiega. E’ questa la prima immagine che viene in mente quando uno di noi pensa alla scuola, subito il primo pensiero simbolico è il maestro, con la bacchetta in mano o senza, che dalla cattedra parla e spiega. Ma tutti noi che siamo stati a scuola, come alunni e poi magari come insegnanti, sappiamo che la scuola, fare scuola, non si racchiude nella cd spiegazione. Il maestro non fa una lezione privata ad un solo allievo, come succede in un film recente, intitolato appunto Il maestro, con Favino nel ruolo di un istruttore che allena un ragazzo aspirante tennista mentre vanno in giro per disputare vari tornei. Il maestro di scuola sta invece in aula alle prese con una ventina di alunni, diversi, e deve gestire una classe o scolaresca lungo un intero anno scolastico. Certo che nel corso dell’anno parla e spiega, il maestro, ma poi interroga, assegna compiti, mette voti, fa note, assiste ai compiti scritti, li corregge, parla con i genitori, parla con i colleghi, accompagna la classe nei viaggi e nelle uscite. Insomma, fa tutta una serie di cose di cui il parlare è una piccola parte, perchè il maestro agisce, fa, alza la voce o l’abbassa, come un attore, grida o sussurra, si comporta come un dittatore o come un padre, come un amico o come un clown, insomma allena per ottenere prestazioni e migliorarle. Per svolgere il suo lavoro fornisce ogni giorno esempi di quel che lui (o lei) è.

Come si usa dire, innanzitutto ogni maestro insegna sè stesso, prima che una materia. Pertanto ogni insegnante assomiglia più ad un allenatore o istruttore sportivo che ad un artista, o ad un artigiano. Ogni docente assomiglia più ad un allenatore di una squadra di calcio, con la differenza sostanziale che nel calcio i voti agli allievi non li dà l’allenatore ma non sono altro che i risultati degli incontri disputati. Invece  i nostri insegnanti, mettendo i voti a loro piacimento, sono valutati soltanto in sede di esami, se svolti da commissari esterni, oppure dai colleghi dei gradi successivi di istruzione: ogni maestro riceverà dai docenti della scuola media apprezzamento qualora i suoi ex allievi dimostrino di avere le basi sulle quali appoggiare le nozioni successive. Ma siccome il maestro Tizio ha insegnato a 20 o più allievi, ed essi non sono oggetti identici prodotti in serie da una catena di montaggio, ma persone diverse, con minori o maggiori capacità, il valore del maestro resta impregiudicato e incerto. Questa incertezza, saldandosi con la convinzione culturale che nessun docente possa o debba essere valutato, convinzione presente in tutti i paesi del mondo, non solo in Italia, conduce alla scuola italiana dove nel buio della notte tutte le vacche sono nere. Fuor di metafora, la “libertà di insegnamento” si accompagna ad una progressione di carriera dei docenti che avviene solo per anzianità, avendo noi italiani stabilito che tutti gli insegnanti sono bravi allo stesso modo. I risultati degli allievi non dipendono quindi dagli insegnanti che hanno avuto, o meglio tutti noi sappiamo quanto sia vero il contrario, ma fingiamo che non sia vero. Ecco allora che siamo tornati là dove eravamo partiti: C’era una volta la verità. Non era facile da scovare. Bisognava andare nel ghetto di Varsavia nel 1943, a fotografare un bambino che davanti a un cumulo di rovine si arrendeva a un nazista.

Avendo una scuola pubblica in cui tutti gli insegnanti sono uguali, per cui essi lavorano come se fossero istruttori sportivi o allenatori, ma non sono soggetti a esoneri se i risultati delle squadre loro affidate non sono positivi, il problema che avevo io in qualità di preside era uno solo. Come migliorare la qualità complessiva degli insegnanti? Essi potevano essere classificati in due grandi categorie, assenteisti o no, ma anche sulla base del carattere e delle qualità personali, timidi o presuntuosi, collerici o calmi, pazienti o no, ma nella scuola italiana non esistono gli insegnanti bravi da distinguere da quelli che bravi non sono. Non esiste nella scuola italiana una classificazione che invece esiste nei nostri ospedali dove i medici bravi si sa chi sono anche se le remunerazioni economiche non la riconoscono, la bravura. Faccenda che ha a che fare con l’egualitarismo che predica la religione cattolica davanti a Dio. Pertanto un dirigente scolastico non potendo gratificare i docenti bravi che ha con premi economici o altri benefit, cosa può fare per migliorare la qualità dell’insegnamento nella scuola che dirige?

Per quanto mi riguarda, ho cercato di applicare una lezione che appresi ascoltando un grande allenatore argentino di pallavolo, Julio Velasco, quando gli sentii spiegare come sia possibile far migliorare una squadra. Formata da undici uomini come una squadra di calcio, o da cinque come nel basket , o sette come nella pallavolo. Come allenatore, diceva Velasco, ho cercato di far migliorare ogni mio giocatore almeno in una cosa sola. Ognuno di loro aveva un qualcosa che era prioritario migliorare e quindi tentavo di focalizzare la loro attenzione su questo elemento o requisito da migliorare. Pertanto i miglioramenti della squadra in generale nascevano dalla somma di un solo miglioramento del singolo. Anche in una scuola io sono stato sempre convinto che ogni docente dovrebbe essere aiutato o stimolato per migliorare almeno in una cosa sola, per esempio ci sono insegnanti che spiegano troppo oppure troppo poco, che non interrogano mai oppure interrogano troppo, che sono troppo larghi o troppo stretti nei voti. Se ciascuno fosse aiutato ad analizzare un solo miglioramento che gli è possibile fare nel suo lavoro, la squadra nel suo complesso migliora. Velasco, che è persona di grande acutezza e profondità, mi ha fatto capire che non si può ottenere tutto, e io stesso quando chiedevo ad un docente, “ma dimmi, nel tuo lavoro, ritieni che ci sia un solo elemento sul quale puoi migliorare?“, quasi sempre ricevevo la stessa risposta ” non so, ritengo di sì, ma non so dire di preciso quale sia“. Il fatto è che ciascuno di noi, nel suo lavoro, fa prevalere la routine, l’abitudine, la presunzione, un copione da seguire anno dopo anno, senza mai mettersi in discussione, e senza mai proporsi di applicare qualche cambiamento. Pensate per finire ad un fuoriclasse come Jannik Sinner: perchè mai diventato n. 1 al mondo, ricco, amato, esaltato, non ripete quel che dicono tutti gli insegnanti italiani ” ho fatto cosi’ e mi sono sempre trovato bene”, e invece ogni giorno lavora per cambiare qualcosa, tipo migliorare la battuta, il gioco a rete, il topspin… Il n. 1 al mondo nel suo lavoro intende migliorarsi, ma cos’è, un pazzo? No, lavora in un mondo competitivo, mentre la scuola al contrario è un mondo dove vige l’allegra routine. Ammettiamo che si viva meglio in questo mondo scolastico senza alcun stimolo per chi vi lavora dentro, non vi sembra  dunque un mondo che voglia fare a meno di qualsiasi cambiamento?  A me la scuola italiana assomiglia agli Amish, una comunità religiosa che in Usa evita l’allaccio alla rete elettrica pubblica per non dipendere dal mondo moderno. Usano carrozze trainate da cavalli, vivono di agricoltura e scelgono una vita semplice. Non rifiutano la tecnologia assoluta, ma la limitano, talvolta usando pannelli solari o generatori per necessità lavorative. In Italia ci sono, per fare un solo piccolo esempio, tanti insegnanti che ancora non hanno digerito il registro elettronico. Sono Amish senza saperlo. Sono come quelli che preferivano le strade polverose piene di galline e cavalli, senza automobili e treni, con le case in legno, senza luce, telefono e acqua corrente. Magari si viveva meglio, non so, ma non a lungo.