(Federico Cella) Secondo uno studio condotto su ragazze e ragazzi tra i 18 e i 24 anni, un terzo degli intervistati ritiene che la propria generazione non sia presa in considerazione dai media tradizionali e, quando accade, venga «trattata in modo ingiusto».
I ragazzi e le ragazze tra i 18 e i 24 anni prediligono i social media, e non disdegnano l’utilizzo della Ai, per tenersi informati. Difficile ritenerla una notizia: è la fotografia di quello che tutti abbiamo sotto gli occhi. Ma nel ricco rapporto del Reuters Institute intitolato How young people get their news (Come i giovani cercano le notizie) c’è un messaggio di fondo che va oltre le tendenze.
Intanto vediamo i dati, il confronto su come le abitudini degli adulti di domani sono cambiate tra il 2015 e il 2025, dieci anni con al centro la pandemia, il perno della definitiva digitalizzazione di massa. La GenZ, riassumiamola così, nel 39% dei casi si informa sui social (nel 2015 era il 21%), nel 24% sui siti di news (era il 36%), nel 21% dalla tv (contro il 28%), il 4% via radio e dalla carta stampata (entrambe erano al 6%). A dominare Instagram (30%), quindi YouTube (23%), TikTok (22%) e X (20%). Il 59% ascolta i podcast, ma solo il 18% lo fa per conoscere l’attualità. E qui si arriva al nocciolo: è pur vero che il 64% del target dice di informarsi ogni giorno, ma spesso non si tratta di un’attività intenzionale.
Le notizie fanno capolino nel caotico mix visivo fatto di «storie», lipsync, filmati creati con l’Ai. È dunque un incontro «occasionale». Che a volte sfocia nel desiderio di approfondire, ma spesso si risolve con uno swipe per passare al video successivo.
Perché tra i ragazzi — rispetto alle altre fasce — prevale l’idea che le notizie non sembrano rilevanti o che siano troppo difficili da comprendere (da qui l’uso, 48%, della Ai per farsele spiegare). Un terzo degli intervistati ritiene poi che la propria generazione non sia presa in considerazione e, quando accade, venga «trattata in modo ingiusto». C’è dunque una grande «discrepanza tra la produzione giornalistica e le aspettative del pubblico giovane». E questo è il vero problema, perché «soddisfare le esigenze di questa fascia è fondamentale, non solo per la stabilità del settore giornalistico, ma anche per il futuro delle società democratiche».
I social spesso riescono ad essere divertenti. In fondo, nel commentare, sono come una gigantesca Gialappa’s Band.
«Sì, in fondo sì. Noi commentiamo da uno studio televisivo. Il pubblico dal salone di casa propria. Azione e reazione o, come dicono i moderni la “reaction” come linguaggio comico, come sede della dissacrazione. Noi siamo sempre stati tre amici sul divano che commentavano quello che vedevano». (Walter Veltroni) Voi siete stati tra i principali protagonisti della storia della televisione negli ultimi 35 anni però se girate per strada nessuno vi riconosce. La vostra comicità funziona proprio perché è “esterna” al contesto. Come un punto di vista altro, un controcanto. Eravate bravi a fare la radio e a portarla in televisione. I Gialappa’s sono tre “spalle”, con capocomico da dileggiare. È come il pubblico nel varietà di un tempo. La «spalla» il Carlo Campanini o il Gianni Agus di turno, è stato di volta in volta diverso, da Lippi fino a Savino…
«Il nostro meccanismo di base è il presentatore che fa o dice una minchiata e noi che gli diciamo “Ma cosa stai dicendo, pirla!”. Il nostro conduttore ideale, il Mario Castellani della Gialappa’s, è stato il mago Forest, non abbiamo dubbi. Lo ha fatto per quasi venti anni. Con quell’aria da scappato di casa, con quella meravigliosa e geniale cialtroneria, con dei tempi comici perfetti è sempre stato il nostro capocomico ideale».
Loro hanno lanciato in tv personaggi come Aldo Giovanni e Giacomo, Fabio De Luigi, la Littizzetto, Albanese e Paola Cortellesi, Teo Teocoli e Bebo Storti.
(Guia Soncini) I Gialappa’s tanti anni fa erano la voce dello spettatore, che in un tempo lontano stava sul divano di casa e nessuno lo ascoltava. Dicevano «ma cos’è questa roba» di fronte alla ridicolaggine, alle cialtronate, alle macchiette che si prendevano troppo sul serio. Era quando il grande pubblico non aveva un microfono, una telecamera, una cassetta della frutta di Hyde Park su cui salire ogni minuto di ogni giorno.
Adesso, che «ma cos’è questa roba» è un format delle nostre giornate e nelle nostre tasche, non più quello che possiamo vedere solo accendendo la tele mentre va in onda, adesso che appena chiunque inciampa su una buccia di banana nei nostri telefoni arrivano cinquemila meme e cinquantamila Mary Wilkie che alzano il sopracciglio e cinquecentomila Vongola75 che al poveretto che è inciampato berciano di vergognarsi, puntesclamativo, adesso, a cosa serve la Gialappa’s Band?
(frasco) Molti anni fa, quando quelle fabbriche di imbecillità chiamate social network ancora non c’erano, ricordo Paperissima Sprint, un programma televisivo italiano ideato da Antonio Ricci. Nato su Italia 1 nel 1990 come spin-off del varietà Paperissima, dal 1995 al 2025 è divenuto un appuntamento pressoché costante dell’access prime time di Canale 5 nel periodo estivo in forma quotidiana.
Il programma era incentrato su filmati amatoriali di incidenti e situazioni di comicità involontaria provenienti da tutto il mondo, incentrati su bambini, animali, eventi domestici, matrimoni e molto altro. Il debutto del trio Gialappa’s band in tv avvenne nel 1988 con Mai dire Banzai che era un commento comico di spezzoni di due programmi giapponesi (“Takeshi’s Castle” e “Susy Kun-chan”).
Dopo il debutto, il trio (allora formato da Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto) ha consolidato il proprio successo con la serie “Mai dire…”, in particolare Mai dire Gol, iniziato nel 1990. E ai commenti degli spezzoni unirono la comparsa di personaggi.
Ha dunque la Gialappa’s inventato la tv dei pezzettini molto prima che ci fossero i mezzi per diffondere i pezzettini e molto prima che la tv esistesse solo in pezzettini.
Come dimostrano le ricerche, dunque, mentre la tv ha scoperto i pezzettini, i giovani, ma anche gli adulti scrollando il cellulare si informano: tra cagnolini e tutti gli animali che vuoi, bimbi in culla e alle prese con tricicli e bici, canzoni, balletti, battibecchi tra coppie scoppiate, comici improvvisati per gag su docenti, alunni, e gente del popolo che parla in dialetto, tragedie, alluvioni, psicanalisti in pillole, venditori di qualsiasi cosa, moda, tradizioni, mostri, rievocazioni del morto del giorno, scene di guerra, barzellette, dichiarazioni in pillole dei politici, ci si informa sui social e con qualsiasi mezzo visivo che bandisca la lettura.
Se dunque l’informazione oggi viene fornita dai social, che sono ormai quello che faceva per ridere la Gialappa’s, quello che faceva vedere Paperissima Sprint, e la tv a pezzettini di oggi, giornali e telegiornali sono diventati mezzi emarginati. L’ultima cosa che occorre sapere è che oggi il populismo connota non soltanto la politica di tutti i colori ma è anche un format che ammassa più generi televisivi. Il populismo, in tv e in politica, ha sempre bisogno del complottismo, che altro non è se non la retorica del disvelamento che attaccherebbe (sic) dal basso il sistema corrotto dei media.
