Quando feci il concorso per preside, un collega professore mi disse: se superi lo scritto facciamo la segnalazione al sindacato, la Cgil. No, gli feci io, sono di sinistra ma non avrò tessere. Diventato preside, a Bordighera mi capitò di leggere delle analisi di un signore sulla scuola italiana che mi convincevano. Si chiamava Giorgio Rembado, e dal 1990 dirigeva l’ANP, un sindacato di presidi che allora, era il 1993, stavamo scoprendo nelle scuole. La battaglia sulla quale basò l’affermazione dell’associazione in tutta Italia fu la rivendicazione dell’autonomia delle scuole, che dovevano essere dirette da un dirigente pubblico.
Allora, per capirci, il preside era il mero esecutore di ordini che venivano dal Ministero (ambasciator non porta pena), essendo un liceo di Milano e uno di Marsala sottoposti alla stessa normativa, anche se uno aveva 1200 alunni e un altro 200. Ho conosciuto valorosi presidi/esecutori che per tutta la loro vita lavorativa hanno diretto scuole primarie o medie con pochissime classi. Un tranquillo tran tran. Oggi il Ministero ha creato mega istituti con migliaia di studenti, plessi sparsi, e vari indirizzi. Giusto per risparmiare qualche stipendio di dirigente e dsga. Comunque con la L. 59/1997 e il D.lgs. 59/1998 grazie al ministro Sergio Berlinguer le scuole diventarono autonome e ciascuna potè avere autonomia organizzativa e didattica strutturando l’offerta più adatta sul territorio (oggi c’è il Ptof).
Conquistammo la dirigenza e così onori e oneri, più soldi ma anche, essendo diventati datori di lavoro, adibiti a edifici di proprietà comunale o provinciale, più responsabilità soprattutto in fatto di sicurezza. Ho conosciuto da allora tantissimi dirigenti in tutta Italia, in convegni e iniziative varie, e in Calabria l’amicizia con Raffaele Folino e Francesco Scopacasa, di Serra S. Bruno, e tanti altri sino a Domenico Servello, attuale presidente Anp, ci ha unito in un legame indissolubile.
L’unica cosa che nella mia vita professionale non avrei mai immaginato è stata quella di esser portato davanti al giudice del lavoro per comportamento antisindacale dalla Cgil Scuola di Catanzaro. Ma non si finisce mai di imparare.
Una volta, eravamo a Roma o Napoli non ricordo, in un dopo cena ne parlavo con un dirigente bolognese che era persona raffinata ed esperta, anche lui dell’Anp, di valore così riconosciuto che venne pure chiamato in Lombardia per riorganizzare un concorso per presidi che, come tanti altri, dopo gli scritti, era stato affossato da ricorsi e indagini (i nomi dell’autore chiusi in una bustina in controluce si leggevano). Lui sorrise per la mia amarezza e mi spiegò come si era comportato lui. Se c’era un convegno della Cgil con un dirigente, lui si sistemava in prima fila, lo stesso faceva se il convegno era della Cisl o della Uil. Ogni sindacato pensava: è uno dei nostri, ma lui aveva solo la tessera Anp. “Occorre essere ubiqui e saper prendere in giro tutti“, ci spiegava a tavola, e così si era accreditato con tutte le organizzazioni sindacali rappresentative.
In Italia non è possibile, questa è la mia esperienza personale, essere un battitore libero, occorre avere una tessera in tasca, o quanto meno essere fedele sodale di qualche politico di lungo corso. Io lo chiamo amichettismo, che è fenomeno sociologico diverso dall’abusato clientelismo. Parlo di professionisti, un medico, un avvocato, un ingegnere, un preside. Devi essere amico di qualcuno, più che di una sigla. Per cui l’attuale presidente Anp Antonello Giannelli, che ho avuto il piacere di conoscere da vicino, come tanti altri colleghi che hanno collaborato con lui, come Maria Grazia Fassora, Nino Petrolino, Licia Gianfriglia, Mario Rusconi, e quel tecnico sopraffino esperto di contrattazione sindacale col Ministero che è stato Valentino Favero, rimangono davvero per me esempi di saggezza unita a indipendenza politica, che in Italia è merce di pregio rara. Praticamente introvabile in un paese dove la rivoluzione non si può fare perchè ci conosciamo tutti.
