A scuola dalle 8 alle 16.30: studenti senza smartphone e corsi yoga per docenti. Il Campus dell’ITI “Marconi” di Dalmine.

Trasformare la scuola in un campus per arginare la dipendenza dagli smartphone e dai social e prevenire le gravi ricadute sui futuri inserimenti inserimenti lavorativi degli studenti. Succede in un istituto di Dalmine in provincia di Bergamo. La dipendenza dallo smartphone e dai social ha creato gravi problemi a un’intera generazione di studenti e di futuri lavoratori. Il disagio non coinvolge solo la socializzazione e il livello di attenzione e quindi gli apprendimenti, ma interferisce in maniera preoccupante anche sulla futura condizione di lavoratori dipendenti. Pare che molti giovani lavoratori nel settore dell’informatica e non solo, a causa della difficoltà di lavorare in squadra a contatto con gli altri colleghi e pure a causa dell’ansia creata dall’uso smodato degli smartphone, alla fine decidono di licenziarsi, di lasciare cioè il lavoro.

È un tema che sta molto a cuore a Maurizio Chiappa, dirigente scolastico dell’Istituto tecnico industriale “Marconi” di Dalmine, città di 24.000 abitanti situata nella pianura a sud di Bergamo, sulla sponda sinistra del fiume Brembo, un territorio laborioso dove la disoccupazione non supera il 3 per cento e dove anche per questo i suoi 1100 studenti tutti maschi una volta tornati a casa rischiano di essere esposti ai social per l’intero pomeriggio fino al rientro dei genitori, tutti impegnati in attività lavorative, anche perché da queste parti la vita costa parecchio. Da qui l’idea, già approvata dagli organi collegiali dell’istituto, di partire fin dal prossimo anno scolastico con la trasformazione della scuola in un campus che terrà occupati gli studenti fino alle 16,30, con una pausa pranzo e con il raddoppio già avviato del tempo degli intervalli per favorire la socializzazione dopo che già da settembre scorso, in applicazione della direttiva ministeriale, è stato impedito non solo l’uso ma anche la detenzione degli smartphone, che all’ingresso a scuola vengono lasciati a pena di sanzione dentro un apposito armadietto.

Abbiamo notato un aumento molto importante dell’ansia nei nostri studenti”, spiega Chiappa. “Abbiamo sette casi di ritiro sociale che sono la punta estrema dell’iceberg ma abbiamo tantissimi casi di ragazzi che sono poco abituati a stare con i propri pari e che sviluppano ansia da prestazione e che li porta a presenze discontinue a scuola e capacità molto ridotta, più avanti, di poter resistere in un posto di lavoro dove viene sempre più richiesto l’interazione con gli altri”.

Sono vari i ragazzi secondo il preside che arrivati a scuola non vogliono scendere dall’auto del genitore perché non vogliono andare in classe, che non riescono a interagire con i propri pari. Fino a giungere a situazioni gravi di giovanissimi che si chiudono nella propria cameretta e non frequentano più. Talvolta le famiglie “tendono a medicalizzare il problema cioè a cercare di avere una diagnosi da legge 104 nel tentativo di aiutare questi ragazzi a raggiungere un titolo di studio. Però questo poi provoca una stigmate per questi ragazzi che si troveranno con una certificazione 104 mentre è un problema psicologico”.

Da qui l’idea del campus, dove le competenze didattiche saranno accompagnate da quelle emotive e relazionali. “Ormai la scuola è rimasta l’ultima istituzione che può permettersi questo”, prosegue il dirigente scolastico. “Il piano prevede molto semplicemente il fatto che i ragazzi possano rimanere a scuola dalle 8 alle 16,30 senza usare il cellulare per fare sia le attività curricolari necessarie per sviluppare le cosiddette competenze cognitive studiando le varie discipline sia altre che servono a sviluppare quelle che una legge recente del Parlamento italiano ha definito competenze non cognitive, quelle che le aziende chiamano competenze trasversali che servono a sviluppare appunto la socialità. Io sono nato negli anni 60 del secolo scorso e ai miei tempi le competenze sociali si sviluppavano stando insieme alle persone. Ora purtroppo non è più così e stiamo rimettendo insieme queste queste cose all’interno della scuola”.

Come si diceva, Bergamo ha un tasso di disoccupazione che sfiora lo zero e la stessa scuola Marconi secondo il report Eduscopio della Fondazione Agnelli ha un indice di inserimento lavorativo molto alto, il più alto della provincia. Ma la medaglia ha sempre due facce: “Ultimamente diversi responsabili di risorse umane – chiarisce il dirigente Chiappa, una laurea in Fisica, una lunga esperienza da dirigente scolastico e pure un recente incarico ministeriale come Direttore generale dell’Istruzione tecnica e professionale – mi hanno detto che loro trovano che i ragazzi sono molto in gamba ma che non reggono il fatto di stare insieme agli altri e quindi addirittura lasciano il lavoro perché proprio non reggono questo tipo di attività. Quindi la scuola non si deve preoccupare solo di far sviluppare le cosiddette competenze verticali ma soprattutto di farli fare stare insieme per sviluppare queste competenze sociali che sono assolutamente importanti”. Il Mim, ricorda il preside, ha emanato un decreto per far avviare una sperimentazione per lo sviluppo delle competenze non cognitive a cui le le scuole potranno aderire”

Preside Maurizio Chiappa, la dipendenza dei ragazzi dai social ha investito la scuola, ma a quanto pare va oltre

Il problema non è legato solo al fatto che siamo degli educatori ma anche alla circostanza che stiamo creando delle persone che avranno dei problemi nell’inserimento lavorativo dovuti a una non capacità di restare senza telefono. Il responsabile di un’impresa importante nel campo informatico mi ha detto che i ragazzi non riescono a gestire il lavorare insieme agli altri. Non c’è quindi solo un problema di socialità ma anche un problema lavorativo, mi dicono che spesso questi ragazzi mollano, cioè preferiscono smettere di lavorare.

Entriamo nel dettaglio

Il problema è che sono sempre meno richieste le competenze verticali, come ad esempio la capacità di programmare: queste cose sono sempre meno richieste perché la tecnologia e l’intelligenza artificiale costruiscono macchine che ormai fanno queste cose. Sono richieste invece le competenze trasversali come il lavorare a gruppi, gestire relazioni e tempi, spiegare il perché fare una cosa invece che un’altra. Capisce? Il lavorare insieme è sempre più richiesto delle aziende ma i ragazzi sono sempre meno capaci di fare questo.

E tutto questo a causa del telefonino…

Il telefonino ha due implicazioni su questa generazione. Il primo è su come apprendere: siamo abituati a interrogare macchine senzienti e loro lo usano come amico del cuore, addirittura per chiedere consigli psicologici. Io arrivo a un concetto immaginando, loro invece no, noi abbiamo sviluppato l’immaginazione per capire come si svolgerebbe una certa situazione, loro no. L’altra implicazione dello smartphone riguarda il fatto che devono rispondere al messaggio o al like e questo li rende ansiosi. Io ho tantissimi ansiosi a scuola e 7 alunni hikikomori. E vuole sapere una cosa? Se siamo arrivati a quel punto non c’è più nulla da fare. Un esperto del settore, Marco Crepaldi, dice che ci sono 200.000 hikikomori in Italia di cui 70.000 in situazioni scolastiche e questi sono quelli che si possono ancora seguire perché sai che non frequentano.

I genitori come si rapportano con questo dramma?

I genitori che sono preoccupati tentano di superare questo problema cercando di dare la certificazione con la legge 104, ma questo non va bene perché stigmatizza i ragazzi, che hanno problemi psicologici. Nella mia scuola quest’anno la nostra psicologa ha già fatto 60 ore di sportello psicologico, rispetto alle pochissime ore, quattro o cinque, fatte durante il Covid, tanto per intenderci, e la grande maggioranza è per ansietà. Il fatto è che i ragazzi sono ansiosi e che non reggono lo stare insieme agli altri né confrontarsi con gli altri e vivono la scuola in questo modo e quindi spesso preferiscono non venirci, a scuola.

Avete proibito l’uso del cellulare a scuola, ma ora si va oltre…

Siamo stati molto duri con il non uso del cellulare. Abbiamo comprato l’armadietto dove il ragazzo deve depositare il cellulare e se viene pizzicato che sta usando il telefono o se l’ha in tasca la prima volta si ritira e si consegna al genitore, la seconda volta viene sospeso con allontanamento temporaneo dalla classe, non più dall’istituto. Ne abbiamo pizzicati settanta. I ragazzi sono educabili. Abbiamo raddoppiato il tempo della ricreazione per far capire che socializzare non è che sia così brutale. Poi l’anno prossimo visto che abbiamo una situazione di trasporti più efficace grazie a dei buoni investimenti della provincia di Bergamo possiamo cambiare l’orario che andrà dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 16,30. Dalle 12 alle 12,30 ci sarà una pausa pranzo e poi fino alle 16,30. Sono 40 ore rispetto alle 32 che dovrei erogare come istituto, le ore di più sono opzionali e le faranno senza cellulare per sviluppare le competenze non cognitive. Faremo in modo di garantire a chi fa sport un orario che sia compatibile con gli impegni sportivi facendo fare loro meno pomeriggi.

I problemi non nascono a scuola ma nella società e il vostro intervento vuole coinvolgere anche il territorio. È così?

La provincia di Bergamo ha un tasso di disoccupazione molto basso e noi come scuola, lo abbiamo visto dai dati Invalsi, abbiamo un livello socioeconomico delle famiglie medio-basso. Ci sono tantissimi ragazzi che quando tornano a casa, dato che entrambi i genitori vanno a lavorare. rimangono da soli e quindi sono esposti all’uso dei social. E’ questo cammino che li può portare a diventare degli hikikomori nella situazione peggiore. Parlando con i ragazzi, facendo fare loro delle esperienze tu vedi che loro ci stanno e ci provano e quest’anno una delle prime cose che abbiamo fatto è aumentare la durata dell’intervallo e tu vedi i ragazzi che si mettono a parlare fra di loro, a confrontarsi, cosa che prima non facevano perché erano incollati al loro cellulare magari per chattare con qualcuno della stessa scuola però non in presenza. Ecco, la speranza è proprio su questo. perché sono tutte competenze educabili e i ragazzi sono fantastici. Quanto al territorio, le aziende hanno la necessità di essere compliant su più fattori ESG (Environmental, Social, Governance, misurano la sostenibilità e l’impatto etico delle imprese, andando oltre le performance finanziarie, ndr). Le aziende possono ottenere più credito da parte delle banche se sono conformi su questa cosa e quindi a un’impresa potrebbe interessare perché può fare welfare nei confronti dei figli dei propri dipendenti. facilitare il fatto che le donne possano lavorare. Noi siamo stati individuati come la migliore scuola sul piano dell’inserimento lavorativo, puntiamo quindi sul fatto che le imprese ci aiutino a implementare questa iniziativa

Cercate le alleanze, ma le state ottenendo?

Stiamo facendo operazioni per ottenerle.

Torniamo a scuola. Tratterrete i ragazzi fino alle 16,30, ma loro lo accetteranno?

L’idea è quella di fare in modo che il ragazzo faccia tutto a scuola e questo vuol dire riorganizzare l’orario: al mattino si farà matematica, inglese e le altre materie, al pomeriggio tanti laboratori. e questo richiede un cambiamento della didattica degli insegnanti tanto è vero che stiamo formando gli insegnanti sulle didattiche attive. però con la tecnica della ricerca azione per fare in modo che il docente osservi un docente più preparato e ovviamente gli insegnanti saranno retribuiti per fare questo. Tanti anni fa queste cose erano implicite, ora non lo sono più e dobbiamo allenare i ragazzi a fare questa roba

Perché tutti questi problemi tutti in una volta?

È il modello della società che è cambiato. Il modello della scuola che abbiamo è quello del 1970 dove c’era un genitore che lavorava e l’altro che era a casa che seguiva il ragazzo e che verificava se avesse fatto i compiti e preparato lo zaino. Ora non è più così. È così solo per un certo numero e per un certo tipo di lavoratori.

Come gli insegnanti

Come gli insegnanti, certo. Per altre attività di lavoro la situazione è diversa tanto che molte donne scelgono di stare a casa con i figli, me lo ha detto il direttore di Confindustria quando ho spiegato agli imprenditori questo progetto. Poi naturalmente non sto scoprendo l’acqua calda. Lo facciamo non solo perché vogliamo aiutare i ragazzi, ma perché vogliamo far capire alle imprese che sono persone che lavoreranno per loro. Ci si basa sul fatto che le competenze non cognitive sono educabili E bisogna allenare i ragazzi, se non si allenano dove vengono educati?

Si obietta spesso che la scuola serve per creare dei cittadini e che le competenze necessarie alle aziende i ragazzi le acquisiranno in seguito.

Le competenze verticali possono essere approfondite dalle aziende però si deve partire da un minimo. Lo sviluppo tecnologico fa sempre più diminuire questo tipo di richieste e chiede sempre di più che un ragazzo abbia delle competenze sociali e questi ragazzi devono essere educati a stare insieme e a parlare tra loro. Per me che sono un immigrato digitale è una cosa normale, ma per questi ragazzi è sempre meno normale, i ragazzi sono esposti a un uso non controllato dei social e non lo dico io, lo dicono tanti studiosi. Dobbiamo essere proattivi su questo.

La rivoluzione tecnologica investe anche la dimensione dell’orientamento. Che cosa consiglia da questo punto di vista?

Il ragazzo deve arrivare alla fine del percorso e capire quel che vuole fare e se ha capito che cosa vuole fare lui. alla fine arriva. Quando faccio orientamento non dico mai che cos’è utile ma quello per cui sei portato a fare. Ovviamente occorre conoscere sé stessi. La cosa bella dei ragazzi è che se uno capisce in cosa è portato poi arriva, bisogna sempre crederci. Noi facciamo un bellissimo mestiere, incontriamo persone in formazione. L’insegnante non è depositario della cultura ma è colui che è arrivato prima alla conoscenza.

Il campus servirà anche a questo?

Il modello del campus ha l’idea di rendere la scuola finalmente una comunità.

Ora non lo è?

Occorre rendere esplicita questa roba. Abbiamo lavorato tanto sull’implicito, un tempo c’erano gli oratori e altri luoghi di aggregazione, oggi è rimasta solo la scuola, una scuola che deve fare questo per tutti i ragazzi.

Una bella sfida.

Se no non faremmo questo mestiere. Facciamo questo mestiere perché vogliamo essere ricordati dai nostri ragazzi

E i docenti? Il benessere passa anche dal benessere dei docenti, non crede?

Concordo. È per questo motivo che quest’anno la mia scuola ha regalato ai docenti un’attività di yoga e una di pilates perché se un’insegnante sta bene farà bene il suo mestiere. L’insegnante non è un impiegato e quindi occorre fare stare bene i docenti, partendo dalla semplificazione del lavoro burocratico e creando questi momenti.

Ha funzionato?

Stiamo facendo un’analisi, una quarantina di insegnanti sta usufruendo di queste attività. Vedremo.