Smemorati come me e quando si è davvero grandi

Ben presto da ragazzo a scuola mi resi conto che purtroppo non ero dotato di grande memoria. Era un problema grande perchè, per es., avevo il mio amico Raffaele che invece aveva una memoria prodigiosa. Per cui sia che parlassimo di storia sia che parlassimo di calcio, lui mi sopravanzava nei ragionamenti perchè citava dati, fatti, episodi che io non avevo invece fissato nel lungo periodo. L’unica cosa che ho appreso sin da ragazzo è che la mia memoria è di tipo visivo per cui studiavo attraverso mappe concettuali, libri annotati ai margini, colorati e sottolineati in vario modo. Ma col passare del tempo se un concetto non lo ripeto, se un fatto non lo fisso inchiodandolo alla mente, tutto tende a svanire. Me ne accorsi attraverso i film. Col passare del tempo i ricordi di una pellicola che pur ho visto non li trattengo più, per cui non sono in grado di parlare di un film che mi è piaciuto, se non a grandi linee, sulla base di fugaci impressioni rimastemi. L’altra sera ho trovato su una rete Le conseguenze dell’amore di Sorrentino, che mi era piaciuto tanto quando lo vidi la prima volta, sul quale ho costruito il mio giudizio e anche l’amore che provo per il regista, ma di cui ricordavo soltanto alcune scene e avevo trattenuto soltanto un giudizio a grandi linee. La differenza per esempio tra me e il mio amico Carlo Carlei, noto regista italiano, è che lui se vede un film si ricorda tutto, ma proprio tutto: ti può parlare di singole scene, di musica, inquadrature, dialoghi, campi e controcampi. Io non trattengo nulla se non considerazioni a grandi linee. La memoria è una componente essenziale e importante dei grandi, e per es. Umberto Eco se non fosse stato un vero Pico della Mirandola, non sarebbe stato Umberto Eco. Vuoi mettere se leggi 100 libri e te li ricordi tutti sino a poter fare confronti, classifiche, citazioni, e quelli come me che invece conservano di 100 libri alcune idee, alcuni spunti, qualche citazione? Ecco perchè sono stato costretto sempre a tenere taccuini, diari, per poter conservare i miei ricordi, e grazie a Dio l’avvento di internet è stata una benedizione perchè con questo blog mi conservo tutto quello che ritengo utile. Facevo sino a poco tempo fa una scheda per ogni film che vedevo, non per darmi aria di critico, ma per poter io stesso sapere, consultando le schede, se un determinato film l’avessi visto e cosa ne pensassi. Anzi, internet per me è stata una benedizione perchè ora che ho difficoltà a ricordare i cognomi, sono in grado con una rapida ricerca di trovarli. Se non mi viene in mente il cognome Sorrentino, clicco “regista che ha fatto il Divo” e trovo il cognome.

Ciò detto, è chiaro che Umberto Eco solo con i suoi innumerevoli cassetti ripieni di memoria non sarebbe un grande se non fosse stato anche prodigiosamente intelligente. Memoria e intelligenza procedono su linee diverse e non sempre chi ha grande memoria ha grande intelligenza.

Avevo un amico che all’università mi dimostrava che leggeva un manuale di diritto e si ricordava tutto, senza bisogno come me di sottolineare, annotare, fare schemi. Lui leggeva e ripeteva subito, solo che mi accorsi che la massa di dati che memorizzava non riusciva a collegarli bene. Per capirci, lui ripeteva dopo una sola volta che l’aveva letta una sequenza, 2, 22, 44,66, 88, ma se gli chiedevi cosa unisse questi numeri (tutti divisibili per 2), non lo sapeva. La cosa, di cui mi ero accorto, non gli impedì di sostenere vari esami con esito positivo. Quando gli chiedevano un paragrafo o un capitolo, e lo lasciavano parlare, lui andava avanti come un treno, e prendeva buoni voti. Ma un giorno la macchinetta durante un esame venne interrotta e il professore cominciò a far domande per vedere se avesse capito. La comprensione di un testo implica una capacità di collegamento e ragionamento, e il docente dopo averlo sentito recitare a memoria i paragrafi, approfondì tale aspetto. Ben presto l’interrogato non rispose e venne bocciato. Fu un duro colpo, ma prima o poi doveva succedere, perchè, come è noto a tutti quelli che hanno insegnato nelle scuole, ripetere a pappagallo una poesia è una cosa, ma poi spiegarne il significato, farne l’esegesi, collegarla ad altre poesie dello stesso autore o di altri, è operazione diversa e la sola memoria non basta.

Ecco perchè se ci guardiamo attorno, osserviamo spesso all’opera, dal vivo o in tv, delle persone che sfoggiano grande e prodigiosa memoria. Per esempio, possono ripetere l’intera Divina commedia come sanno fare Benigni o Aldo Cazzullo. Ma poi c’è un’altra parte che, sia pure sorretta dalla memoria, completa il quadro: l’ intelligenza, la capacità di elaborazione, di collegamento, di sintesi dei concetti. Insomma, ci sono alcune persone che dotate di grande memoria giocano di rendita, sfoggiano doti, si danno arie di superiorità, si pavoneggiano. Ma gratta gratta, sotto il vestito niente, possono ricevere buoni voti a scuola da docenti pigri e svogliati (nelle nostre scuole basta la memoria per assurgere a numeri uno), ma poi nella vita prima o poi, qualcuno farà capire loro che la memoria è importante ma da sola non basta. Tutto si gioca su quella che io definisco intelligenza, ma che significa anche creatività, invenzione, scoperta. Il pensiero creativo o divergente o laterale è un’abilità cognitiva e una “life skill” che permette di trovare soluzioni originali e alternative a problemi complessi, andando oltre gli schemi mentali abituali. Non è una dote innata, ma un processo allenabile che unisce logica, intuizione e pensiero divergente per produrre idee nuove e funzionali.

Per esempio, il grande storico Alessandro Barbero ha indubbiamente meritato successo che nasce dalla sua memoria prodigiosa.

In un articolo per Il Foglio intitolato “Tutti pazzi per Alessandro Barbero. Il talento del luogo comune” ( v. su questo blog) Andrea Minuz ha analizzato il successo dello storico torinese, evidenziando come la sua figura si collochi tra il fandom e la performatività.
Minuz ha descritto il fenomeno Barbero come la capacità di trasformare il “luogo comune” in un prodotto culturale di successo, spesso legato alla divulgazione di massa e alla narrazione in rete.
In Barbero, dice Minuz, c’è il format italiano più vecchio e rassicurante di sempre, come una prima serata su Rai 1 con Carlo Conti: il professore di storia comunista. Un archetipo. Una maschera. Quello con il mito della “sezione” e non del “garage”, l’attrazione ancora forte e struggente per la Grande Madre Russia al posto d’una Silicon Valley vista col binocolo da Firenze. C’è in Barbero la fierezza di aver avuto la tessera del Pci “firmata da Berlinguer”. C’è la certezza di essere appartenuto alla “gente migliore del paese”, magari sfiorato dal dubbio di aver tifato per la parte sbagliata, e vabbè.

Ecco, Barbero secondo me ha qualcosa in comune con il mio amico con grande memoria che ho ricordato all’inizio. Lui, grande esperto di storia, non aveva simpatia per Garibaldi e affastellava dati per dimostrarmi spesso la sua inconsistenza. Grande tifoso milanista, quando parlava di calcio, sciorinava dati per dimostrare la grandezza dei rossoneri (e ancora non era arrivato Berlusconi) a discapito di Inter e Juve.