Settembre 1973, Steven Spielberg che aveva 27 anni, è a Roma per presentare il suo film di esordio, Duel. E’ la storia, è noto, di un commesso viaggiatore che in auto supera un’autocisterna e allora lo sconosciuto autista della stessa tenta in tutti i modi di buttarlo fuori strada. Un film praticamente senza dialoghi costruito su questa tensione. Spielberg è la prima volta che si cimenta con un vero film, ed è la prima volta che viene in Italia. Di noi conosce i nostri grandi film e poco altro.
Finita la proiezione per la stampa l’unica cosa che i nostri critici vogliono sapere da lui è se questo lungo inseguimento tra l’autocisterna e la Plymouth guidata da Dennis Weaver è “una metafora della lotta di classe”. “In che senso?” chiede Spielberg. ” L’automobilista è un simbolo della classe operaia americana minacciata dalla reazionedel postfordismo?”.
Spielberg non sa cosa rispondere, poi dice che veramente lui aveva in mente gli inseguimenti tra Willy Coyote e Beep beep, quella suspence lì, la conferenza stampa finisce, Spielberg torna in albergo affranto e per un pò non avrà più voglia di tornare in Europa. Duel però gli spiana le porte di Hollywood, oggi qualcuno noterebbe magari che in Duel non ci sono personaggi neri, o che le auto non sono elettriche. Ma lo schema è sempre in azione.
Questo episodio vero ricordato nel bellissimo libro di Andrea Minuz Egemonia senza cultura, mi ha fatto tornare in mente un altro dibattito al quale io partecipai a Nicastro al circolo Iskra. Il film era La gatta sul tetto che scotta, un film del 1958 con Liz Taylor diretto da Richard Brooks, tratto dall’omonimo dramma teatrale di Tennessee Williams. «Lo sai come mi sento? Mi sento come una gatta sul tetto che scotta!». Anche lì qualcuno nel dibattito inserì il discorso della classe operaia, ma eravamo ormai in pieni anni ottanta.
Risale per me a quegli anni la scoperta, anzi lo svelamento di uno schema mentale dei comunisti che mi ha progressivamente allontanato da una politica che ancora oggi, 2026, è tutta costruita sull’intento pedagogico dei buoni che educano i cattivi.
Quando tu hai tracciato una linea di confine, per cui tu sei quello che da questa parte sa sempre in qualunque occasione cosa sia il Bene, e quelli oltre la linea sono i Cattivi da sconfiggere o distruggere, in questo moralismo c’è la tragedia di quella che Giuseppe Berto chiamava “la colossale trappola costruita per l’uomo da Marx pensando di liberarlo”.
Mentre Gramsci si appassionava ai feuilleton e ai romanzi d’appendice, ai Temptation Islands dei suoi tempi, per i comunisti la cultura non può avere, ieri come ancora oggi, un rapporto pacificato con il divertimento. Tutta la lunga guerra contro la tv commerciale, portata avanti con i toni di crociata contro gli infedeli, passerà alla storia, scrive Minuz, come una delle più spettacolari cantonate degli intellettuali italiani. Seconda, aggiungo io, soltanto alla guerra fatta all’introduzione dei televisori a colori. Ma anche la battaglia di “non si interrompe un’emozione” negli anni ottanta contro gli spot durante i film in tv, l’ultima strenua difesa del cinema contro la logica della televisione commerciale, altro non era se non una battaglia contro i mulini a vento. Se lo Stato finanzia i film, come l’opera lirica e il balletto, va tutto bene, ma se la tv commerciale ingolfa i film di spot, non va bene. Ma tu spettatore perchè guardi la tv di Berlusconi?
Il fatto che il comunismo sconfitto dalla realtà si sia rifugiato sulle alture dell’etica e della morale, il fatto che oggi assistiamo alla romanticizzazione del comunismo per cui l’essere stati comunisti in passato sia ancora una cosa di cui andare fieri, di tutto questo parleremo meglio un’altra volta.
