(da Liberiamo) Tra i versi più celebri della poesia moderna, quelli pronunciati da Walt Whitman in Song of Myself condensano una delle idee più radicali e rivoluzionarie del suo pensiero poetico e etico. In poche righe, Walt Whitman ribalta l’idea tradizionale di coerenza come virtù imprescindibile e afferma con forza che la contraddizione non solo è inevitabile, ma addirittura necessaria per comprendere la complessità dell’essere umano.
«Mi contraddico? Benissimo, allora mi contraddico, (sono immenso, contengo moltitudini)»
La contraddizione come ricchezza nei versi di Walt Whitman (Patrizio Lo Votrico)
«Mi contraddico?» – chiede Whitman con apparente ingenuità. La domanda, che potrebbe sembrare retorica, racchiude un’intera filosofia dell’esistenza. Nella tradizione razionalista occidentale, la contraddizione era vista come un errore logico da evitare. Per Whitman, invece, è la condizione naturale di chi vive in pienezza: l’essere umano cambia, evolve, si trasforma, assume prospettive diverse in momenti differenti. Pretendere coerenza assoluta significherebbe ridurre la vitalità dell’esperienza, negare le tensioni e le complessità che ci costituiscono.
La sua risposta è spiazzante: «Benissimo, allora mi contraddico». Non c’è imbarazzo, non c’è difesa: c’è piuttosto un’accettazione orgogliosa della propria molteplicità. Whitman celebra la contraddizione come una forza creativa, come la possibilità di contenere al proprio interno prospettive diverse senza la necessità di sceglierne una soltanto.
«Sono immenso, contengo moltitudini»
Il culmine di questo passo è nella dichiarazione solenne e poetica: «(sono immenso, contengo moltitudini)». Qui il poeta esprime la sua visione dell’io come realtà vasta e inafferrabile, che va ben oltre i confini individuali. L’io di Whitman non è un’entità chiusa, definita una volta per tutte: è un campo aperto, un universo in continua espansione che accoglie esperienze, emozioni, contraddizioni.
Questa immagine anticipa in parte concezioni moderne e postmoderne dell’identità, secondo le quali il soggetto non è unitario e monolitico, ma plurale, attraversato da voci molteplici e a volte discordanti. Whitman, con la sua sensibilità, aveva già colto che la ricchezza dell’essere umano consiste proprio nella sua capacità di essere molte cose insieme: fragile e forte, egoista e altruista, razionale e passionale.
Un’eco democratica
Non è un caso che Whitman scriva questi versi in un’opera che intende celebrare la democrazia americana. L’idea di “contenere moltitudini” non riguarda solo la dimensione individuale, ma si estende anche a quella collettiva. L’America che Whitman immagina e canta è una terra in cui coesistono differenze culturali, sociali e individuali, senza che queste debbano essere eliminate per ottenere un’unità.
Dunque, contraddirsi non è un difetto? Ragioniamo un momento. Lo è senz’altro se adoperiamo due pesi e due misure, per es. se la legge si applica ai nemici e non agli amici, se esigiamo dagli altri qualcosa che quando tocca a noi fare non siamo più disposti. Essere incoerenti è un grave difetto, altra cosa è contraddirsi come sinonimo di cambiamento di opinioni avvenuto nel tempo. A 20 anni è chiaro si pensi in maniera diversa di come si penserà a 40 e dunque cambiare opinione su fatti, eventi e persone non vuol dire contraddirsi. Anche la scienza col procedere del tempo e delle nuove scoperte si contraddice e meno male che lo fa altrimenti adopereremo medicine, tecniche e mezzi sorpassati. Cambia la storia, grazie a nuove ricerche e studi, cambiano le opinioni politiche grazie al venir meno di ideologie e concezioni antiquate, così come cambiano i gusti musicali e i mezzi tecnologici che adoperiamo. Dunque, chi proclama di non cambiare mai in nome di una santa coerenza (per l’amore, o la fede o la squadra del cuore) spesso può essere ottuso. Un grande studioso italiano, Umberto Eco, è stato a mio parere rivoluzionario, in quanto fece scandalo quando si mise a studiare i fumetti così come studiava le opere della grande letteratura. Inoltre Eco era un affermato accademico e già prolifico autore di saggi di estetica, semiotica e teoria letteraria, quando decise di cimentarsi nella narrativa.
La sua affermazione che occorreva superare la distinzione tra cultura alta e bassa in presenza della cultura di massa ancora oggi è nei fatti per certi versi osteggiata, derisa o semplicemente non compresa. Ancora oggi, così come ieri, tanto tempo fa, c’è chi ritiene che solo pochi eletti possono accostarsi alla cultura, mentre le masse o il popolo non hanno i mezzi per farlo. Con la caduta dell’impero romano i libri divennero un bene raro, pochissimi sapevano scrivere, molti di più sapevano usare la spada. Gran parte del patrimonio letterario antico andò perduta, siccome nessuno leggeva, nessuno si premurì di ricopiare e conservare i testi. Non esistendo ancora la stampa che sarebbe apparsa dopo il 1400, i libri venivano copiati a mano da monaci specializzati, gli amanuensi, e custoditi come beni preziosi e costosissimi. Pertanto soltanto pochi fortunati per lignaggio potevano leggere i testi prodotti dagli amanuensi. Le pochissime biblioteche erano disponibili nei conventi e soltanto i signori possedevano una cultura potendo leggere i pochi libri scritti a mano che esistevano. La stampa ha cambiato tutto lo scenario consentendo alle masse l’accesso alla lettura, così come la canzonetta ha affiancato la musica classica e la musica ha aperto i suoi orizzonti. La cultura di massa è dunque il prodotto progressivo della stampa, dell’accesso generalizzato alla lettura e alle altre arti, pittura, scultura, cinema, televisione, internet. In questo modo è cambiato tutto, anche la percezione del bello e dell’arte, per cui l’idea di Umberto Eco che non ci fosse la Cultura e una cultura popolare adatta alle masse fu intuizione che cambiò la prospettiva. Le contraddizioni come riuscì a sintetizzarle in maniera sublime il poeta Withman (sono immenso, contengo moltitudini) svaniscono e anzi diventano la molla che consente il progresso della umanità.