Perché Cerignola è la capitale degli assalti ai portavalori: il “modello aziendale”

Tutte le strade portano a Cerignola. Sempre. A ogni colpo. Da Nord a Sud. Quando un portavalori viene svaligiato in assetto paramilitare, carabinieri e poliziotti della città sentono squillare i loro telefoni e devono iniziare a controllare, perquisire, ascoltare. Perché sarà probabilmente in questo paesone al confine tra le province di Foggia e di Barletta-Andria-Trani che l’indagine sul commando troverà la soluzione. Ci sono ormai decine di inchieste che lo raccontano. E dentro le loro pieghe è spesso ricostruita la genesi della specializzazione della criminalità cerignolana: le bande hanno ormai assunto un assetto logistico assimilabile a un “modello aziendale”, spiegarono gli inquirenti dopo un blitz del 2022 che portò in carcere 17 persone. Uno schema altamente professionalizzato, con compiti e ruoli precisi, dove però non manca l’archetipo familiare come in qualsiasi clan, nonostante le squadre d’assalto spesso siano variabili e composte da specialisti assoldati senza un legame associativo stabile. Giuseppe Bruno, considerato uno dei “boss” delle rapine a tir e portavalori, venne intercettato mentre impartiva la lezione del comando al figlio: “Tu coordinerai il lavoro Salvatore, è importante – gli spiegava – Devi avere il cervello di capire (…) Domani tu devi gestire (…) Sei tu che devi comandare e… non devi sbagliare, perché devi essere d’esperienza”. Una sorta di lascito testamentario del crimine, un passaggio di consegne tra padre e figlio: una vera e propria “investitura” delle nuove generazioni. Gli assalti, e quindi gli affari, devono andare avanti come succede da decenni. Pochi anni fa, sulla scena di una rapina milionaria venne ritrovato un bossolo che – secondo le perizie balistiche – era stato esploso da un’arma che era stata utilizzata durante un colpo nel 2011. L’elenco delle azioni contro caveau e portavalori, del resto, è sterminato: Paolo Sorbo, detto il Genio, entrò in azione con la sua banda per due volte nel 2008 tra Bologna e Forlì. Altri commando hanno agito a Poggio Bagnoli nel 2011, a Loreto quattro anni dopo, quindi Collesalvetti nel 2016, Catanzaro dodici mesi più tardi e così via fino ai giorni nostri. Nonostante gli arresti e le condanne, il fenomeno sta conoscendo una recrudescenza negli ultimi mesi. Con l’ assalto sulla superstrada Brindisi-Lecce il conto è salito a cinque rapine – tentate o portate a segno – dallo scorso autunno. Le tracce finiscono sempre a Cerignola. A ottobre nel commando che tentò un assalto lungo la A14 tra Loreto e Civitanova Marche c’era Savino Costantino, già coinvolto in una delle numerose inchieste per vicende simili. E ci sono le impronte digitali dei foggiani anche sul colpo fallito tra Brindisi e Lecce: Giuseppe Iannelli e Giuseppe Russo, i due arrestati dopo la sparatoria con i carabinieri, erano di lì. Due volti finora sconosciuti rispetto alla rete degli specialisti che si allungano fino ai paesi della Bat e a paesi alle porte di Bari come Bitonto. Il passato di Iannelli – che, ha svelato la Rai, è stato un militare – racconta bene il grado di preparazione richiesto per essere assoldato nelle squadre criminali impegnate negli assalti con kalashnikov, bombe e jammer. Lo schema è sempre lo stesso: mesi di studio, allenamento, poi si parte. Disposti a tutto pur di portare a casa il bottino grosso: nel 2022 uno di loro, Giovanni Rinaldi, morì durante un conflitto a fuoco a Cesinali, nell’Avellinese. Nelle regioni dove agiscono spesso possono vantare legami malavitosi: è stato documentato in Calabria, dove andò a colpire uno dei più temuti specialisti, Alessandro Morra detto il Pavone. In 11 minuti lui e i suoi bloccarono le vie di fuga, aprirono un caveau a Catanzaro con una ruspa dotata di martello pneumatico, rubarono 8,5 milioni di euro e fuggirono tra le campagne. Soldi, tanti soldi. Che spesso vengono poi riciclati. Pasquale Saracino – anche lui di Cerignola e ritenuto la “mente” di diversi colpi tra AbruzzoCampania e Toscana – tra il 2020 e il 2024 ha subito sequestri per oltre 10 milioni di euro da parte della Direzione Investigativa Antimafia che lo ha definito un “esponente di spicco” della criminalità organizzata. Il suo “impero” – formalmente intestato a prestanome – comprendeva distributori di benzina, bar, tabacchi, sale slot, autonoleggi, vetture lussuose, conti all’estero, un’azienda agricola di 28 ettari, parcheggi e una barca. Nel 2025 gli inquirenti sono tornati a bussare alla sua porta: ufficialmente nullatenente, ci sarebbe stato lui, Lino u’niur, come è soprannominato, dietro un mega-resort di lusso a Lavello. Un riciclaggio milionario, denaro che generano denaro: la fase finale del “modello aziendale”.

(Luca Pernice) Quando in Italia viene assaltato un furgone portavalori il sospetto è quasi automatico: la pista porta a Cerignola. Non per un luogo comune, ma per un dato investigativo ormai consolidato.
È qui, tra Cerignola e le campagne al confine con la Bat, che negli anni si è sviluppato un vero e proprio know-how criminale, un patrimonio di competenze che rende le bande locali tra le più temute e «richieste» del panorama criminale nazionale.
Milano, Bologna, Pisa, Parma, Lecce, Pescara, Trento, Udine. E persino oltreconfine, in Svizzera, a Chiasso, quando nel 2018 una banda di cerignolani tentò il colpo al caveau della «Loomis», una società di trasporto valori e preziosi, che conteneva svariati milioni di euro. Nei colpi milionari messi a segno o progettati negli ultimi anni, il marchio dei banditi cerignolani compare con inquietante frequenza. Un brand criminale riconoscibile, costruito su organizzazione, disciplina e specializzazione.
Il 7 luglio del 2023 un commando composto da una decina di persone mise a ferro e fuoco l’autostrada A14 nei pressi di Pescara durante un tentato assalto ad un portavalori dell’istituto di vigilanza «Aquila»: se fosse stato portato a termine il colpo avrebbe fruttato oltre 400mila euro.
Il 14 giugno del 2021 sempre una banda composta da numerosi cerignolani mise a segno un assalto ad un blindato che trasportava circa due milioni e mezzo di euro nei pressi del casello di Modena lungo l’autostrada A1. Secondo le inchieste di polizia e carabinieri, le bande che operano da questo territorio non sono gruppi improvvisati, ma strutture complesse, con un’impostazione para-militare. Ogni componente ha un ruolo preciso, studiato e provato in anticipo. Nulla è lasciato al caso. Le indagini parlano di una sorta di «università del crimine», campi di addestramento nascosti nelle campagne, tra il cerignolano e la Bat dove gli assalti vengono simulati, ripetuti e, soprattutto, perfezionati.
L’obiettivo è ridurre al minimo l’errore umano e comprimere i tempi: azioni che devono concludersi in pochi minuti, dopo settimane di pianificazione. All’interno delle bande esiste una divisione dei compiti rigorosa. Ci sono i ladri specializzati nel furto di auto di grossa cilindrata, necessarie per raggiungere rapidamente il luogo del colpo e garantire la fuga. Altri si occupano di reperire mezzi pesanti – camion, ruspe – utilizzati per creare blocchi stradali e rallentare eventuali interventi delle forze dell’ordine. Un ruolo centrale è quello dei «basisti», che forniscono informazioni logistiche e movimenti sensibili, e dei cosiddetti «cassettari», tecnici esperti nella forzatura dei blindati, capaci di agire in tempi rapidissimi. A completare il quadro c’è l’apparato armato: uomini incaricati di procurare armi, anche da guerra, e dispositivi tecnologici in grado di ostacolare le comunicazioni radio. Ogni assalto nasce molto prima dell’azione vera e propria. Prima si studia il piano nelle basi operative, poi si passa ai sopralluoghi: vengono analizzati i percorsi, le vie di fuga, i punti critici della viabilità. Una pianificazione che può durare settimane per un’operazione destinata a consumarsi in una manciata di minuti. Le ramificazioni di queste cosche vanno ben oltre la Puglia. Secondo gli investigatori, uno dei gruppi più strutturati è quello riconducibile alla famiglia Piarulli, con basi operative anche in Lombardia. A certificarlo sono gli uomini della Direzione investigativa antimafia, che descrivono in modo particolare il sodalizio come particolarmente abile nella gestione di rapine e assalti armati, anche fuori regione, per modalità definite «eclatanti e allarmanti».
Un modello criminale che preoccupa non solo per la violenza dei colpi, ma per il livello di organizzazione, addestramento e capacità di esportare il proprio metodo. Cerignola, in questo scenario, non è solo un luogo geografico, ma il centro di gravità di un sistema criminale che continua a rappresentare una delle sfide più complesse per le forze dell’ordine italiane.