“Forse sedermi a questo bancone è la cosa più pericolosa che ho fatto in tutta la mia vita”.
Questa è la frase chiave del film Le conseguenze dell’amore, di Paolo Sorrentino, uscito nel 2004 e premiato con il David di Donatello.
Tutto quello che è accaduto prima e tutto ciò che accadrà dopo sono riconducibili a quanto dice Titta Di Girolamo (Toni Servillo), personaggio principale del film, a Sofia giovane barista dell’albergo, una splendida Olivia Magnani.
Titta Di Girolamo è un uomo stanco, un tempo facoltoso commercialista con clientela in ambito mafioso, ma avendo un giorno fallito un’importantissima trattativa, è stato costretto dai suoi clienti malavitosi ad insediarsi in Svizzera in una specie di confino per fungere, vita natural durante, da loro depositario di valuta sporca.
Spera che da qualche parte “un suo amico di infanzia, Nino Giuffré, elettricista, che lavora sui tralicci ad alta quota si fermi in cima a un palo della luce, in mezzo a una distesa di neve, contro un vento gelido e tagliente, e aggredito dalla nostalgia si metta a pensare che io, Titta di Girolamo, sono il suo migliore amico”.
Ecco, un film e due esempi di lavori, un uomo condannato per uno sbaglio a vivere dentro un albergo, e un suo amico che fa un lavoro altrettanto pericoloso sui tralicci della luce ad alta quota.
Dentro e fuori le storie che gli autori immaginano per gli spettatori, ci sono lavori di tutti i tipi e a me colpisce sempre leggere interviste in cui qualcuno si dichiara innamorato del proprio lavoro e dice che intende lavorare sempre sino alla fine. Sono attori, attrici, spesso di teatro, stilisti, designer, ma anche tanti intellettuali, gente di pensiero fino che scrive… Dunque esistono anche lavori che non sono fatica e condanna? Vediamo.
Penso spesso a certi lavori mentre guardo la tv. Uno magari -penso- sogna sin da piccolo di fare il giornalista ed è poi costretto, dalla vita, a fare i collegamenti in tv. Avete presente quei poveri cristi che si collegano con il conduttore in studio e si ritrovano tra tifosi, o gente in strada, al freddo, di notte, per essere chiamati in causa per qualche secondo, il tempo di far dire al microfono due parole ad uno? Gli inviati fanno una vitaccia – in attesa del collegamento con lo studio, mai puntuale, variabile – stando fuori, in qualsiasi condizione logistica e atmosferica. E’ giornalismo? Cosa si deve fare per campare? E quelli che stanno nella redazione, poniamo, di “Uomini e Donne” di Maria De Filippi? Presumo debbano tenere i contatti con tutta quella fauna di varia umanità, selezionarli, indirizzarli, aiutarli. C’è qualcosa di peggio da fare per sbarcare il lunario? Peggio forse è solo la catena di montaggio. Oppure penso a quelli che di mattina o di notte devono selezionare le immagini dei partecipanti del Grande fratello da mandare in onda nei servizi, e debbono vedersi ore e ore per poi appuntarsi frasi significative, fare il montaggio preciso, questo sì, questo no….
I lavori faticosi sono tanti, quelli terribili pure, e, come contraltare, mi viene in mente un tizio che faceva il bidello e riusciva a passare tante ore al mattino a farsi le parole crociate su un banchetto, incurante di tutto quello che succedeva nel corridoio dove stava. Anche il far niente, a pensarci bene, è una vera tortura, altrimenti anche il carcere sarebbe una vacanza.
Ecco, siam tornati da dove siamo partiti, da Titta di Girolamo che doveva rimanere a disposizione nel suo albergo svizzero a non far niente, e lo spettatore fino a quando non capiva che stava scontando una condanna, pensava: che bella vita gli è capitata.
Certo, tra il non far niente e il fare lavori come quelli che appaiono nell’inchiesta per sfruttamento di 40 mila fattorini, c’è di tutto. Hassan: «Uso una bicicletta elettrica che ho acquistato io, ricevo in media 2 euro e 50 centesimi a consegna, con incrementi legati alla distanza o ai fine settimana e penalizzazioni in caso di ritardo, circa 10/15 consegne al giorno con punte anche di 20/25 percorrendo tra i 50 e 60 km, rimango collegato all’app per circa dodici ore al giorno dalle 10 alle 22».
Siamo noi che scegliamo il lavoro da fare o siamo scelti dal caso? Comunque sia, siamo adesso nell’epoca in cui il talento (quello che era la scuola che doveva farti scoprire quale avevi) non serve più, come tante cose che ingombrano le nostre case.
È andata così: che esisteva il talento, dovevi saper fare delle cose, saper scrivere meglio di me per vincere il Nobel per la Letteratura, saper costruire una battuta meglio del mio commercialista per guadagnarti da vivere facendo il comico, saper cantare e ballare e recitare per fare un programma televisivo. Poi è arrivato il secolo del consenso, e il talento è diventato un ingombro, una zavorra, un complesso: non lo voglio vedere, uno più bravo di me, non lo sapete che ho la temibile sindrome dell’impostore? Datemi uno del quale dire «ecco, io – che faccio tutt’altro mestiere – questa cosa l’avrei fatta precisa identica», e io di quell’uno le cui competenze e i cui talenti consistono nell’essere proprio-come-me-a-cena farò un professionista di successo. (G. Soncini)
