Questo giudizio formulato da Guido Vitiello sul Foglio può sembrare ingeneroso, però…: «Il Pd dell’era Schlein si fatica perfino a chiamarlo partito: è un gruppone di liceali in gita scolastica che hanno piantato la loro tenda nel campo largo. E mentre la loro grande avventura è contendere l’anello di Tolkien a quelli dei campi hobbit, il grande vuoto al centro del Pd sembra esercitare una sola funzione: far muovere il carro di Conte».
Esistono in effetti dei problemi. Anzi, per meglio dire, persistono. Da che si è aperta l’éra Schlein, tre anni, non si sono risolti. L’idea del «gruppone di liceali in gita scolastica» è rimasta la stessa in molti osservatori anche non distanti dal partito. Certi fatti sorreggono la tesi dell’infantilismo del gruppo dirigente. L’incredibile accostamento del Sì al referendum con CasaPound ne è una dimostrazione indelebile che passerà alla storia come uno dei momenti più tristi della comunicazione politica.
Meno grave, ma politicamente insensata, è anche l’idea che a un decreto sicurezza criticabile e criticato si debba rispondere con un No al medesimo referendum. Ma perché, se il decreto fosse accettabile allora bisognerebbe votare Sì?
Sillogismi che evocano una gran confusione. Che è figlia di un modo di fare politica partendo dalla propaganda, e non viceversa: con l’ovvio risultato di produrre alla fine una pessima e controproducente propaganda, tra l’altro offendendo un pezzo di quella sinistra che andrà a votare Sì. Non è un incidente di qualche funzionario del Nazareno. Ma la proiezione di una linea politica semplice, perfino rozza: bisogna portare alle urne i nostri e tutti i compagni di sinistra.
Come farlo? Agitando la bandiera della Costituzione antifascista che i fascisti vogliono manomettere. Questa è la tattica del Nazareno. Una propaganda che non vede il merito e che alza lo scontro. Si rinnova la contraddizione: su questa base, se vince il Sì hanno vinto i fascisti? Bislacca conclusione. E persiste un certo clima sul tema dell’antisemitismo che favorisce follie come quella dei Giovani Democratici di Bergamo che hanno pubblicato su Instagran una foto con la scritta «meglio maiali che sionisti». Gliel’hanno fatto togliere, ma è un sintomo.
Così come pure è un po’ stramba questa idea della campagna d’ascolto. Più che ascoltare, un partito dovrebbe dire delle cose, ed è lì che, sempre a tre anni dall’éra Schlein, il Pd mostra ancora dei ritardi seri. Cosa propone, per esempio sui tanti aspetti della politica economica, nessuno lo sa.
«Bisogna darsi una mossa», ha detto Matteo Renzi, che poi è il più ottimista di tutti sulla possibilità di battere la destra. Ma, a parte il fatto che anche i centristi continuano a ciurlarla nel manico aspettando il Godot riformista che non arriva mai, pure il Nazareno ha tutto tranne che fretta di sciogliere i nodi. Sui programmi, si è detto. O sul modo per determinare il candidato premier, una questione che sta diventando patetica. O su aspetti non irrilevanti della linea politica.
Prendiamo la questione dei movimenti e dell’estremismo. Convinti che là in mezzo, tra i proPal «dal fiume al mare» o tra i fiancheggiatori di quelli che hanno scritto sui muri di Torino «più sbirri morti» ci siano voti preziosi, i dirigenti del Pd smarriscono la lezione più limpida della sinistra italiana, il combattimento della deriva estremistica. Evidentemente pensano che tutto fa brodo.
Ma se continua così, nella pesca a strascico di qualunque rabbia da scaraventare nelle urne, Elly Schlein rischia di farsi male. Un Pd tristemente estremista va a sbattere.
La metafora del «gruppone di liceali in gita scolastica» è crudele, ma è la crudeltà della diagnosi che costringe a guardare la ferita.
