I collaboratori scolastici nella hegeliana notte nera

Sul Corriere oggi scrive Luigia Guglielmana “Io sono una ex collaboratrice scolastica, ho lavorato 33 anni in un liceo con circa 1500 studenti, mi sentivo un pò un carabiniere vista la responsabilità di moltissimi alunni. Ero severa ma i ragazzi sapevano che in caso di bisogno la “Gugli” c’era. Per conoscere il mondo della scuola per 9 anni ho fatto la Rsu...”.

Ecco un altro ruolo presente nel mondo della scuola al quale non si presta nessuna attenzione, anche se tutti, da studenti, abbiamo appreso e visto i vari modi che ci sono per svolgere una funzione di sorveglianza e cooperazione indispensabile. Voglio dire che non ho bisogno di rifarmi alla mia esperienza di preside (blaterare sul mondo osservato dalla propria finestrella è sempre limitante) per parlare del ruolo che giocano i vecchi “bidelli” delle nostre scuole.

Per esperienza generalizzata nel nostro immaginario i collaboratori scolastici rimangono, quanto i docenti. E rimangono soprattutto in Italia, dove è stato fatto un esperimento di “comunismo realizzato” che, come mi piace dire, ci riporta direttamente alla Fenomenologia dello spirito di Hegel. Nella Prefazione Hegel, polemizzando con Schelling a proposito del ‘formalismo’ in cui l’Assoluto come identità pura è contrapposto alla conoscenza distinta e compiuta, lo paragona alla «notte in cui tutte le vacche sono nere».

Per motivi politico-sindacali nel nostro mondo del lavoro pubblico si usa fingere che tutte le vacche siano nere, per cui grandi lavoratori che tutti abbiamo conosciuto per la dedizione che li ha contraddistinti, vengono pagati allo stesso modo di tanti emeriti lavativi che hanno passato la vita, nel migliore dei casi, a farsi i fatti propri. La differenza che tutti, non solo io, abbiamo avuto di cogliere tra chi dentro una scuola è stato un fantasma, per cui c’era ma era come non ci fosse, e chi è stato padre, madre, fratello, verso gli alunni e i docenti e il preside, non può sancirsi sul piano salariale e contrattuale perchè, dopo la Resistenza e la Repubblica, i partiti hanno consegnato l’amministrazione pubblica ai sindacati, i quali si sono inventati la via italiana al comunismo realizzato.

Una sorta di comunismo alle vongole o all’italiana, come la commedia all’italiana dei Sordi Tognazzi e Manfredi. Tutti prendono lo stesso stipendio, tutti hanno gli stessi diritti, in cambio ognuno i propri doveri li svolge come vuole. Nella notte hegeliana che un giorno finirà, ma noi non la vedremo, rimangono solo sentimenti, di riconoscenza, di affetto, di gratitudine per quello che abbiamo ricevuto dal prossimo che il caso ci ha fatto incontrare lungo i corridoi dei nostri edifici scolastici. Troppo poco, è evidente, contratti pubblici che non consentano di distinguere tra chi con amore fa ogni giorno il proprio dovere e chi è solo un lavativo, sono, secondo me, la piaga più purulenta dei nostri uffici pubblici. Chi lotta ogni giorno (e pure scende in piazza) per quel concetto che chiama “giustizia” dovrebbe pensarci assiduamente. Immaginate un mondo di uffici pubblici dove magari tutti prendono lo stesso stipendio e però l’utenza possa distinguere, attraverso un contrassegno sulla giacca, le varie classi (coll. scol. di prima classe, di seconda, di terza…). Quelli che come me amano la concorrenza, pensano che soltanto quel contrassegno sarebbe una molla utile a migliorare le prestazioni di tutti. A parità di stipendio, potrebbe cambiare lo status giuridico, per cui, per es., quelli di prima classe potrebbero avere dei vantaggi nelle ferie, nei permessi, nei trattamenti pensionistici. Basta solo sancire che i lavoratori non sono tutti uguali, perchè lo sappiamo tutti che non è così. E la tanto sbandierata nostra Costituzione, all’art. 3 distingue tra uguaglianza formale e sostanziale, e con il 54 esige: i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore.