Un partito organizza in una città un seminario di formazione politica. Allo scopo fa arrivare da Roma un dirigente nazionale. Questi, prima di poter prendere la parola per trattare il tema, mostrando tutte le slides che ha preparato, deve ascoltare i saluti delle Autorità. Comincia il sindaco della città che porge il suo benvenuto al parlamentare. Parla per sette minuti, quindi interviene l’assessore alla Cultura, e poi, in ordine, il segretario regionale del partito, il segretario provinciale, il segretario cittadino, un trentenne a nome dei giovani del partito, una donna a nome della consulta femminile, il collega parlamentare eletto nella città. Dopo un’ora abbondante, vien data la parola al dirigente nazionale per cominciare il corso di formazione, ma nel frattempo la sala di cento posti si è svuotata e sono rimasti in 15 che forse non hanno di meglio da fare e non hanno capito bene di cosa si tratta.
Ecco un esempio, lo schema, di tante iniziative pubbliche che vengono svolte dappertutto nella penisola da sempre, con le più disparate motivazioni, politiche, culturali, religiose, umanitarie, artistiche. In fondo sono innanzitutto passerelle, ovvero sfilate di personaggi che parlano perchè si usa fare così, davanti a un certo numero di ascoltatori. Lo schema tipico del comizio, della conferenza, chi parla e chi ascolta, è dunque quello che, con il titolo di un vecchio libro di Domenico Starnone, possiamo definire ex catthedra. Il pubblico (assoldato) che vediamo in uno studio televisivo battere le mani a Gerry Scotti o De Martino, si ritrova in tanti luoghi della nostra penisola. Nel pubblico non ci sono estranei, ma claqueurs ingaggiati, oppure sodali, parenti, amici, come nei battesimi e matrimoni.
Studenti, insegnanti, corpo non docenti di Starnone si muovevano in un’atmosfera claustrofobica e totalizzante. In un clima tedioso, tra studenti sbandati, confusi, incerti, e docenti sopraffatti dalla delusione, dal rimpianto nostalgico o dall’apatia, la cattedra, simbolo ideale, nella mente del narratore, della trasmissione di un sapere critico, del confronto e del dialogo, diventava un’ex cattedra. Da Starnone sino ad oggi le lezioni non finiscono mai in Italia, nelle scuole, nelle città e nei paesi. Gli studenti sono regolarmente sballottati di qua e di là (come le vacche calabresi di Fanfani nei primi anni ’60), conferenze ascoltano a scuola, conferenze seguono fuori scuola, insomma sono solo recipienti da riempire con tante parole. Una claque non pagata, in nome di una indefinita cultura da apprendere.
Tra il cattedratico parlante e l’uditorio fanno da cuscinetto le cd autorità, che in genere portano saluti ufficiali ed esaltano il valore dell’iniziativa, introducendo comizio o conferenza, in uno schema ormai replicato come le previsioni del tempo.
Il motivo, la causa di questi incontri, diventa del tutto secondario, per cui la lezione ex catthedra, tracimata dalle scuole in tutti i luoghi pubblici, assume forme diverse e intrecciate: dal tipico convegno, alla presentazione di libri, dal seminario alla mostra, all’happening, alle inaugurazioni. E’ nato prima il comizio o la lezione frontale nelle scuole?
Un capitolo a parte meriterebbero gli interventi di un pastore vero, il Vescovo o Cardinale o parroco del posto. Questi, adusi e temprati dalle cd omelie previste dai riti che officiano, tracimano in tutte le altre iniziative laiche che abbiamo elencato. La commistione politica-religione, tratto saliente del nostro Stato concordatario, oltre a tutti gli effetti che conosciamo, produce quindi un supplemento di parole che inondano l’opinione pubblica attraverso conferenze e interventi vari, a partire da tutte le feste comandate.
La fiducia nella capacità persuasiva e formativa e taumaturgica delle Parole dispensate ogni giorno in vari luoghi e circostanze, ma sempre rigorosamente dall’alto verso il basso, ex catthedra appunto, non sembra nè diminuita nè appannata oggi che i social e internet han dato a tutti la possibilità di esprimersi. Neppure la rivoluzione tecnologica che ha spazzato via giornali di carta, cinematografi, libri, arti varie, sembra sia riuscita a contenere l’antica pratica dell’oratore che prende la parola argomentando su qualsivoglia aspetto del vivere. Anche se pochissimi hanno preso visione delle 58 orazioni ciceroniane che ci sono pervenute; anche se troppo pochi hanno capito quanto una struttura chiara ed articolata metta in rilievo le relazioni logiche fra le varie parti del discorso, tutti ogni giorno in Italia si cimentano nelle orazioni. Un flusso continuo, che qualcuno brutalmente liquida come un parlarsi addosso, e invece è solo continuare a fare quel che si è sempre fatto, senza che mai si alzi forte il grido di un bambino: guardate, il re è nudo.
