Per capire il mondo di oggi guardate la serie Homeland

*****HOMELAND (Howard Gordon e Alex Gansa) 8 stagioni per una serie americana che ha adattato la serie israeliana Hatufim di Gideon Raff. Carrie (Claire Danes) e Saul (Mandy Patinkin) sono i due agenti della Cia che operano in Medio Oriente districandosi tra spie, presidenti degli Stati Uniti, macellai e guerrafondai. Ogni stagione 12 puntate senza un attimo di tregua, sdolcinature, calligrafia, vezzi. Sorprese a non finire e personaggi veri, che cosa si può volere di più da una serie tv? *****

(Wired) A riguardarla oggi, fa quasi impressione: Homeland – la serie creata nel 2011 da Alex Gansa e Howard Gordon e andata in onda fino al 2020 – non si distingue solo per essere uno dei più grandi titoli della serialità americana, ma anche/soprattutto perché è un manuale “profetico” di storia contemporanea.

Sorprendentemente lungimirante e accurata, la serie di spionaggio con protagonista l’agente della CIA Carrie Mathison (Claire Danes) può aiutarci a capire meglio – o, quantomeno, a orientarci – nel mondo di oggi, dai confini sempre più incerti e instabili. Anche se a distanza di anni, stagione dopo stagione la serie ha raccontato tutto ciò che viene riportato oggi nei telegiornali: l’instabilità cronica globale, le guerre “ibride” e la ricerca di nuovi equilibri internazionali; le interferenze russe e la crisi dei governi democratici; il Medio Oriente intrappolato in conflitti senza fine.

Tutto reso possibile non solo dal “caso” o dalla “fortuna”, ma perché gli sceneggiatori di Homeland si sono sempre basati su dossier autentici, fonti di intelligence e scenari plausibili per scrivere e costruire la trama. La lungimiranza della serie, dunque, non è fortuita, ma realizzata con metodo e studio. E il risultato è che molti suoi passaggi, oggi, appaiono più come docu che come fiction, diventando quasi una bussola per farci strada. Alcuni li analizziamo qui.

Partiamo dal Venezuela, il protagonista più recente – per certi versi “suo malgrado” – della scena internazionale: raccontato nella terza stagione della serie, lo stato sudamericano, in Homeland, è molto più di un’ambientazione “esotica”. Nella Caracas in cui si rifugia l’ex sergente dei Marine Nicholas Brody (Damian Lewis), il potere non è esercitato dalle istituzioni ma da reti parallele, criminali e paramilitari, che garantiscono protezione in cambio di lealtà. A partire dalla sua capitale, l’intero Paese viene descritto come un laboratorio di caos (geo)politico: intelligence corrotta, alleanze nebulose, potenze estere che si muovono nell’ombra approfittando del disordine istituzionale per accaparrarsi controllo e risorse. Il Venezuela diventa il prototipo di uno Stato che ha perso quasi interamente la regia del proprio territorio, in una rappresentazione che oggi appare più attuale che mai.

Nelle scorse settimane, infatti, un’operazione militare statunitense ha portato alla cattura e alla rimozione dal potere del dittatore Nicolás Maduro, in un’azione che il presidente Usa Trump ha giustificato con accuse di “narco-terrorismo”, ma che da molti è stata denunciata come violazione della sovranità nazionale. E mentre la ex vicepresidente Delcy Rodríguez è stata insediata come capo ad interim – nel tentativo di mantenere, almeno in apparenza, un equilibrio tra istituzioni, milizie e pressioni straniere – l’immagine di uno Stato formalmente sovrano ma di fatto frammentato che Homeland aveva messo in scena non è più finzione, ma l’anticipazione, concreta, di una nazione che resta intrappolata nella sua instabilità, e il cui caos geopolitico rischia di estendersi e riverberarsi in tutta l’America Latina.

Iran, rivolte e il potere che si incrina
Anche l’Iran, in Homeland, entra come protagonista nella stagione 3, quando la CIA mette in atto operazioni a Teheran, con il contributo di Majid Javadi, un generale dei Guardiani della Rivoluzione che diventa centrale nei piani di Washington. La tensione cresce quando l’alto funzionario della CIA e mentore di Carrie Mathison, Saul Berenson, invia Brody a incontrare figure preminenti dell’establishment iraniano, e lo vediamo districarsi tra delicate (e dubbie) alleanze, inganni e doppie identità.

In Homeland l’Iran non è una minaccia astratta: il suo territorio, dominato da logiche di potere quasi imperscrutabili agli occhi esterni, è teatro di uno scontro più silenzioso che altrove, ma con conseguenze altrettanto letali. La serie anticipa una dinamica emersa con forza negli ultimi anni (e giorni): le proteste che attraversano regolarmente il Paese non sono solo “eventi di piazza”, ma rivelano una frattura sociale profonda di un sistema chiuso, che usa strumenti di repressione, controllo e sorveglianza per cercare di preservare la propria stabilità e (presunta) identità.

Tuttavia, nella serie, il personaggio di Javadi e le operazioni in Iran mostrano come anche la CIA tenti di influenzare, e/o cavalcare, i dissidi interni e di avvalersi di dissensi più o meno latenti per ottenere vantaggi. Anche se in chiave narrativa, questo riflette una delle possibili chiavi di lettura delle proteste reali: non solo conflitti interni e locali, ma fenomeni che mettono in discussione l’assetto di potere dell’intera area e che interessano da vicino anche l’intelligence e le relazioni internazionali.

Medio Oriente, la guerra infinita
Sin da subito s’intuisce che, in Homeland, Israele non è solo un interlocutore politico, ma un fronte che attraversa e scuote regolarmente il cuore stesso dell’intelligence americana (e non solo). La sorella di Saul Berenson, si scoprirà alla fine, vive in un insediamento israeliano nei Territori occupati ed è una colona convinta: il suo personaggio serve a (di)mostrare come il conflitto israelo-palestinese non sia solo un tema astratto di politica estera, ma una scelta identitaria che divide nazioni, alleanze e famiglie.

Saul, “razionale” ebreo americano legato a una visione istituzionale della sicurezza, si trova quindi a confrontarsi con una forma di radicalità ideologica che nasce dalla normalizzazione dell’occupazione. Ed è un cortocircuito narrativo che anticipa molte delle tensioni attuali: Israele, lo sappiamo, è un alleato strategico importantissimo per Washington, ma è anche uno Stato diviso e divisivo, attraversato da spaccature profonde sui temi della sicurezza, della democrazia, della religione e dei diritti.

Ma non c’è solo Israele nel (grande) Medio Oriente di Homeland: sia la stagione 4 del 2014 sia l’ultima (la 8) sono in larga parte ambientate tra Afghanistan e Pakistan. In quella del 2020, la protagonista Carrie Mathison viene coinvolta in negoziati con (ex) signori della guerra riciclati in interlocutori politici, in rappresentanza degli Stati Uniti che appaiono ormai stanchi e pronti al disimpegno. Homeland mette quindi in scena il collasso del processo di diplomazia e di pace nella regione ben prima che avvenga. Col senno di poi, è difficile infatti non pensare al ritiro delle truppe dall’Afghanistan avvenuto nel 2021: stessi errori di valutazione, stessa mancata considerazione degli equilibri locali, stessa illusione di poter “finire” una guerra e la presunzione di farlo incuranti delle conseguenze.

Russia, alle origini della guerra ibrida
Quando la stagione 7 (2018) porta Homeland dentro alla Casa Bianca e poi fino a Mosca, al Cremlino, il discorso diventa più apertamente geopolitico. Il cuore della stagione è la manipolazione russa della politica americana (e non solo di quella), attraverso azioni di propaganda, disinformazione, diffusione di fake news e operazioni segrete per delegittimare le istituzioni democratiche.

Gli episodi raccontano di una Russia che non ha (più) bisogno di missili, carri armati e droni per vincere la “guerra”: le bastano hacker, infiltrati (reali e virtuali), intermediari cinici e ben pagati per manipolare a proprio vantaggio le fragilità – ben note – dell’Occidente. È lo stesso schema che oggi viene proposto nelle analisi degli osservatori politici: interferenze elettorali, propaganda digitale e bot portano avanti una vera e propria “battaglia cognitiva” ai danni dell’Occidente democratico. Una battaglia che Homeland portava già sullo schermo quando l’espressione “hybrid warfare” non era ancora di dominio pubblico.

Riguardare Homeland (con gli occhi di) oggi
La strategia vincente di Homeland – ossia il motivo per cui funziona così bene ancora oggi – è che non offre soluzioni, ma analizza sistemi, modelli e processi. Il mondo che racconta è instabile (così come la sua protagonista, affetta da disturbo bipolare), attraversato da crisi permanenti. Non c’è un solo “nemico”, ma avversari che si susseguono – e che possono diventare poi nuovi alleati – i quali alimentano di volta in volta crisi ed emergenze, senza soluzione di continuità. Ed è questo il punto più attuale: in un presente divorato da guerre locali permanenti, Homeland ci ricorda che la geopolitica non è una partita a Risiko, ma un sistema caotico e complesso. Guardarla oggi, perciò, non è solo binge watching, ma un esercizio di comprensione del presente.