Garantire a ogni bambino un’istruzione di qualità, indipendentemente dal contesto familiare o sociale, resta una delle sfide più complesse dell’Unione Europea. Nela Riehl, eurodeputata tedesca di Volt Europa e presidente della Commissione Cultura e Istruzione del Parlamento europeo, è convinta che l’accessibilità all’educazione non possa più essere trattata come una questione marginale o esclusivamente nazionale. «Non dovrebbe importare dove si nasce o quanto guadagnano i genitori», sostiene. «Ogni bambino deve avere pari opportunità di apprendimento».
Al centro del sistema restano gli insegnanti. Riehl parla anche per esperienza personale: prima di entrare in politica, ha lavorato come docente.
«Il fattore più importante è il tempo», afferma. «Più tempo un insegnante può dedicare a ogni bambino, migliori sono i risultati». Questo significa classi meno affollate e più personale, non solo corsi di formazione aggiuntivi. «La formazione è utile, ma senza tempo a disposizione anche il miglior corso resta teorico».
Riflettendo sulla questione, il tempo a disposizione di ogni insegnante è tempo di lavoro alla base della sua cattedra: in genere sono 18 ore alla settimana, ma poi dipende dai gradi di istruzione. Inoltre è stato introdotto il “monte ore annuale” per l’indirizzo di ogni scuola, che si sovrappone ai giorni del calendario scolastico.
Il problema, a mio parere, nasce proprio da qui, da una domanda che nessuno intende prendere in considerazione sino a farne il perno centrale dell’organizzazione degli studi (personalmente non ne ho mai capito le ragioni): in pratica quanto tempo di un anno ogni singolo alunno riceve in classe per la sua istruzione?
Per capirci, se nella frequenza di una classe l’alunno Tizio deve ricevere una percentuale di 100 (ore di insegnamento) per la materia X, per quale motivo in Italia è sottinteso ed implicito che, per cause varie, egli possa riceverne il 50 % o di meno? L’apprendimento non dipende forse anche dalla quantità dell’insegnamento ricevuto? In altri termini, io ho sempre ritenuto che si dovesse stabilire esattamente la quantità di insegnamento annuo, come diritto-dovere dell’alunno. Sulla carta il 100% di ore sono stabilite per legge, ma in pratica noi tutti sappiamo che possono ridursi per ragioni varie, anzi, le ore non svolte possono anche essere soggette a sanatorie varie con certificazioni varie. Invece di stabilire un dato certo che occorre rispettare da parte degli insegnanti e degli studenti, la percentuale 100 appunto, sulla base dell’assunto “non si può apprendere la disciplina se non si svolge il 100% annuo previsto”, in Italia abbiamo disposto il 100 % e poi consentiamo varie deroghe.
Ovvero, abbiamo la regola insieme con tutte le eccezioni che quella regola vanificano, per cui in pratica l’insegnamento di ogni materia può avvenire in classe per 100 ore o per 10, ed è tutto consentito. Il diploma pezzo di carta nasce come cultura da una scuola che non considera più la frequenza delle lezioni come fattore essenziale. Il meccanismo dei diplomifici o dei corsi serali (ovvero promozioni ottenute a pagamento senza frequenza) è stato assunto gratis dalla scuola pubblica.
Con il nostro formalismo giuridico abbiamo dunque anche a scuola, come avviene per il pagamento delle imposte, per esempio, stabilito che il fattore tempo, al contrario di quello che diciamo, non è decisivo per l’insegnamento-apprendimento. Quando Nela Riehl, eurodeputata tedesca di Volt Europa e presidente della Commissione Cultura e Istruzione del Parlamento europeo, e non è la sola, afferma che a scuola «il fattore più importante è il tempo», dunque «più tempo un insegnante può dedicare a ogni bambino, migliori sono i risultati», gli italiani si dicono d’accordo.
In pratica le nostre scuole fanno di tutto e di più, ma non considerano affatto importante il fattore tempo, anzi lo considerano un elemento secondario e trascurabile, accessorio, modificabile. Quelli come me che considerano tale fattore non solo essenziale ma determinante, fondamentale, sono considerati alla stregua di fanatici, di maniaci dell’ordine, fissati che non considerano tutto il contesto. Come ho sempre detto a vari interlocutori parlando di questo argomento, per far nascere un bambino occorrono 9 mesi, e allo stesso modo per far apprendere un alunno non possiamo andare contro le leggi di natura.
