Di tutte le dotte citazioni di cui è solito infarcire i suoi concioni, con una prosopopea che l’incarico ministeriale ha reso ancora più trombonesca, Carlo Nordio dovrebbe sempre partire autobiograficamente da quella di Groucho Marx: «Questi sono i miei principi, e se non vi piacciono ne ho anche degli altri».
Infatti i principi di Nordio sono sempre forti, ma fungibili e reversibili e perfino stagionali e il suo garantismo non è un’istanza universalistica, ma l’etichetta sociale di un reazionario persuaso che la giustizia abbia, come l’umanità, diverse misure e a ciascuno spetti la propria – ai buoni quella buona e ai cattivi la cattiva – e che i diritti stessi siano un titolo di meritevolezza sociale, quando non direttamente censuaria, cioè in fondo un attributo di potere, non un limite all’esercizio del potere più potente di tutti, quello di giudicare e condannare gli uomini.
Così il suo garantismo può farsi generoso e creativo o micragnoso e burocratico a seconda che a beneficiarne sia un incluso o un escluso dal cotè galantomistico delle persone dabbene. D’altra parte, anche in tempi meno sospetti, quando, con la spregiudicatezza intellettuale del gran signore in libera uscita ideologica, sosteneva le campagne pannelliane sulle amnistie legalitarie contro le galere fuori-legge e i referendum con limiti severi alla custodia cautelare – battaglie l’una rinnegata, l’altra rimandata al tempo del mai – Nordio era pur sempre un sostenitore di quella sorta di scriminante politica rivendicata dalla Lega per la “difesa sempre legittima” e l’inventore di quell’obbrobrio fortunatamente mai sperimentato (ma recentemente riproposto) della prescrizione aleatoria, perché decorrente non dal compimento del presunto reato, ma dalla sua denuncia o eventuale scoperta, anche anni o decenni dopo. Bonafede, scansete.
Quando mercoledì si è presentato alle camere a rendere la relazione annuale sull’amministrazione della giustizia, oltre alla citazione grouchomarxiana Nordio avrebbe dovuto autobiograficamente premettere anche quella del Nobel per l’economia Ronald Harry Coase sui numeri che «se li torturi abbastanza a lungo confesseranno qualunque cosa», visto che ha parlato per un tempo infinito, illustrando con una caterva di dati i clamorosi successi del Pnrr sulla giustizia e indicando nel 2026 l’anno del pieno risanamento, ma dimenticandosi di aggiungere che, al momento, i processi in Italia continuano a durare tra il doppio e il triplo di quelli dei principali Paesi Ue e che, per completare le piante organiche, continua a mancare un magistrato su sette e un terzo del personale amministrativo.
Nel suo lunghissimo excursus sulle riforme introdotte grazie ai tre miliardi del Pnrr dedicati alla giustizia e sugli obiettivi raggiunti, Nordio ha omesso però, forse per estenuazione, che sui due principali obiettivi negoziati in sede europea, cioè sui tempi di definizione dei procedimenti civili e sullo smaltimento dell’arretrato giudiziario, è abbastanza arduo parlare di successo, visto che in un caso il traguardo (riduzione entro il 2026 del 40% della durata dei procedimenti civili rispetto al 2019) è ancora lontano e nell’altro (riduzione entro il 2024 del 65% del numero di cause pendenti da oltre 3 anni in primo grado e del 55% di quelle pendenti da oltre 2 anni in appello nel 2019) il traguardo è stato nel 2023 acconciamente avvicinato e modificato, visto che l’Italia non era in grado di smaltire l’arretrato vecchio senza accumularne di nuovo.
Nordio, a dire il vero, aveva motivo di gongolare perché l’opposizione è nel frattempo caduta con tutti i piedi nella trappola della riforma sulle separazione delle carriere, preferendo, come ha fatto la sinistra riformista (con poche e lodevoli eccezioni), ripudiarne la paternità culturale, col risultato di ingigantirne la portata e i meriti oppure, come ha fatto quella populista e rossobruna, continuando a fiancheggiare la corporazione togata come ai gloriosi tempi di Tangentopoli, in cui la fascisteria giudiziaria – non a caso invocata e benedetta dai fascisti del tempo, ora risanati – prometteva l’obiettivo rivoluzionario del processo al Palazzo e annunciava le magnifiche sorti e progressive di Mani Pulite.
Così una riforma che è un modesto completamento ordinamentale del sistema processuale accusatorio è diventata la pietra dello scandalo, finendo per nascondere gli scandali reali di una giustizia da fanalino di coda europeo e di una legislazione penale ormai pienamente asservita a una funzione di comunicazione politica.
Il risultato potrebbe essere ufficializzare il garantismo per lorsignori del Ministro Nordio come paradigma della giustizia liberale e magari anche consegnargli la comoda rendita di tutto questo disastro
